Skip to main content

Full text of "Una passione"

See other formats


r 

i----in 

m ■ 

J Li 

BIBLIOTECA AMENA ! 

AD UNA LIRA IL VOLUME 

Aprile 1910. — N. 779 — Aprile 1910. 

■ 


IST TU TU IEò -A. 



UNA PASSIONE 

' \ ROMANZO. 

£> : -.x 

\ Tu perchè ami e perchè piangi 

avrai qualche rota da dire a * tuoi rimili. 

% - (A-CMÀ 

' { 

Nuova edizione riveduta. 


] 

Milano - FRATELLI TREVES, EDITORI - Milano 

Via Palermo , 12 : e Galleria Vittorio Emanuele, 04-66-6H. 

ROMA: Corso Umberto 1,174 NAPOLI: Via Roma,2T8 (Palazzo Borio), 
(Palazzo Paguri). e l argo Monteoliveto, 7-8. 

TORINO: YiaS.Teresa,6. GENOVA: Vico Stella,‘24(Piazza Font.Maroso). 

FIRENZE: presso R. Beinporad e Aglio. 

BOLOGNA: presso la Ditta N.Zanichelli. TRIESTE: presso G.Schubart. 
LIPSIA, BERLINO, VIENNA: presso F. A. Brockhaus. 

n r 

■ 

i-J 

LI 





























NAZIONALE 


Romanzi 






UNA PASSIONE. 




DELLA MEDESIMA AUTRICE : 


Crevalcore .L. 4 — 

Romanzo della fortuna .3 50 

Le idee di una donna .3 — 


L’indomani. In-8, in carta di lusso con 27 
disegni di Ugo Valeri e coperta a colori. 2 — 
La vecchia casa (Nuova edizione, in corso di stampa). 








' X 


ISTBERA 




ROMANZ 0. 


Tu perchè ami e perchè piangi 
avrai qualche cosa da dire a* tuoi simili 


Nuova edizione riveduta 


MILANO 

Fratelli Treves, Editori 

1910. 






PROPRIETÀ. LETTERARIA. 

/ d:ritti di riproduzione e di traduzione sono riservati 
per tutti i paesi, compresi la Svesta, la Norvegia c l'Olanda. 


Tip. Fratelli Treves. 



UINA PASSIONE 


1 . 

Conosco Porta Renza 
Al muschio ed al zibetto. 

(Strenna del « Vesta Verde »). 

L’uscio a vetri del Ristorante favini si aperse 
lasciando passare due signori che si fermarono 
un istante sulla soglia, quasi l’uno aspettasse 
dall'altro la prima mossa; ma poi contempora¬ 
neamente voltarono a destra verso l’ottagono 
della Galleria rialzando il bavero della pelliccia. 

— Mi par clic questo sia un posto terribile 
per le bronchiti. 

— Avete ragione. Sarei dolente che un ma¬ 
lanno di tal genere dovesse lasciarvi un brutto 
ricordo del clima milanese. Affrettiamo il passo. 

— Non venite a teatro? 

— No, grazie. Sono aspettalo. 

Molta gente invadeva la Galleria. Era l’ora 
degli appuntamenti fra amici che vogliono pas¬ 
sare la serata insieme; l’ora in cui i vecchi ma¬ 
riti lasciano le dolcezze del focolare domestico 
per andar fuori a fare una fumala in libertà ; 


Neera. Una passione. 


1 



— 2 — 


mentre i giovani sposi escono insieme e ferman¬ 
dosi alle mostre tentatrici dei negozi si offrono 
l’un l’altro, coll’immaginazione, i più splendidi 
regali. Qualche famiglia attraversava rapida¬ 
mente la Galleria per recarsi al teatro Manzoni, 
urlando i passeggeri, nella tema di perdere le 
prime scene della commedia. Qualche figura 
femminile, solitaria, eccentrica, si aggirava len¬ 
tamente. 

— V'ous avez des jolies femmes — disse in 
francese quello dei due signori che era straniero 
e che veniva a Milano per la prima volta. 

— Peuli! — fece l’altro, sbirciando una bion¬ 
da che gli passava a fianco con un lungo sopra¬ 
bito a sacco e un cappellone verde con piume 
gialle — se non vestissero così male... 

— Le milanesi tuttavia hanno fama di essere 
eleganti. 

— Vi prego di credere che nemmeno cinque 
su dieci delle variopinte creature che incontria¬ 
mo sono milanesi. Ma che cinque! Neppure tre 
su dieci. Forse che a Milano vi sono ancora del¬ 
le milanesi? 

Lo straniero non avvertì l'accento caustico del 
suo compagno, ma rispondendo a una verifica 
di fatto soggiunse : 

— E il destino delle grandi città quello di 
rinnovarsi continuamenite cogli elementi della 
provincia, ed è provvidenziale questo flusso di 




— 3 — 


sangue forte e rigoglioso là dove ce maggior 
consumo di energie. 

— Si, ma le altre città conservano ad onta di 
lutto la primitiva caratterisilica, la imprimono 
ai nuovi venuti dei quali assorbono l’intelligen¬ 
za e la forza piegandole a loro immagine. Guar¬ 
date Parigi, guardate Londra, guardate Vien¬ 
na e Berlino; chi vive nelle loro mura diventa 
ben presilo cittadino. A Milano i provinciali re¬ 
stano provinciali, e ne abbiamo a torme. Udite i 
dialetti; ab! ma voi non potete comprenderli. 
E un campionario di tutte le regioni d’Italia. Es¬ 
si distruggono il tipo milanese. 

— Buon avviamento alla lingua universale 
— concluse ridendo lo straniero cbe forse ave¬ 
va trovato irriverente il paragone fra Milano e 
le quattro grandi città fra cui stava la sua. 

— Perchè, vedete — continuò l’altro con fuo¬ 
co — io potrei rassegnarmi alla scomparsa del 
milanese uomo, ma la donna milanese, oh! la 
donna milanese chi potrà sostituirla? Chi ci da¬ 
rà la grazia della madamina di una volta, con 
quel velo nero sui capelli che nessuno vedrà 
mai più? Ne avete almeno udito parlare, voi, 
di quel velo cbe non era sdegnato neppure dalla 
gran dama? Pensale che esso sta agli sganghe¬ 
rati cappellacci moderni come una piccola e pe¬ 
netrante stella dei cieli azzurri alla fiamma scial¬ 
ba e sfacciata di un lampione di stagno. 


— Terrò nota della definizione, domandando¬ 
ne scusa preventivamente alle milanesi moderne. 

Sboccarono intanto dalla Galleria sotto i Por¬ 
tici e la massa imponente del Duomo li arrestò 
di nuovo. 

— E fantastico, ed è insieme di una realtà 
palpitante! Finché vi resterà questa meraviglia 
Milano sarà sempre dei milanesi. 

La frase era un po’ vaga, ma l’intenzione ap¬ 
pariva gentile e l’altro ringraziò con un sorriso. 
Gli venne bensì in mente una questione dolorosa 
che poteva rinchiudersi in due parole: resterà 
cosi? Ma le due parole non le disse perchè non 
aveva voglia di incominciare un discorso sul¬ 
l’arte in quel momento. Si contentò di guardare 
intensamente le merlature bianche, dì un bianco 
gelido sotto i raggi della luna invernale, quasi 
ricami di neve fioriti sui bruni pilastri contro 
i quali veniva a frangersi ed a morire l’effimera 
vita dei Portici colle sue innumeri fiammelle di 
luce elettrica, coll’onda della folla dolcemente 
eccitata nel piacevole lavorìo della digestione. 

Guardò il suo bel Duomo, come soleva far 
sempre senza parlare. Solamente quando furo¬ 
no albumina arcala dei Portici rallentò il passo, 
senza togliere gli occhi da quella meravigliosa 
cosa che è il fianco del Duomo, parete inter¬ 
media fra la terra e il cielo, slancio del pensiero 
che inceppato dalla creta la sforza per innalzarsi 
a raggiungere il sogno. 



— 5 — 


—Da che parte andate? — chiese lo stranie. . 

Il milanese, con un gesto largo, indicò il 
Corso. 

— Non volete proprio venire alla Scala? 

— Non posso. 

— Anche per me è troppo presto per andare 
a rinchiudermi. Preferirei passeggiare alquanìo 
Siccome non vado per l’opera ma per lo spet¬ 
tacolo dei palchi, ritardando non ho nulla da 
perdere. Credo anzi che le signore eleganti 
qui, come altrove, amino farsi desiderare. 

— Accompagnatemi allora. 

— Volentieri. 11 vostro giornale vi lascia li¬ 
bero alla sera? 

— Si, fino ad una ccrla ora. Dovrò andare in 
redazione prima di coricarmi. E voi non scrivete 
in viaggio? 

— Qualche nota appena per il mio taccuino. 

S’avviarono giù per il Corso, bighellonando, 

urlati c separali tratto tratto dalla corrente u- 
mana che risaliva il sentiero. 

— E una specialità di questo Corso l'uso qua¬ 
si esclusivo di un solo sentiero, lo avrete osser¬ 
valo anche voi. E un darsi di gomito ininterrot¬ 
to, ma nessuno scende. 

— Neppure i provinciali? 

— Ah! Ah! — fece il giornalista afferrando 
lo scherzo con disinvoltura — prevedo che le 
vostre note saranno piccanti. Ma, sul serio, t 


— 6 — 


provinciali che vengono fuori dal loro guscio 
quando non sono i migliori sono i peggiori ad¬ 
dirittura. Milano Io sa. 

Per un tratto, fin verso il tempio di S. Carlo, 
il giornalista fu occupato a rispondere ai saluti 
di un gran numero di persone. Faceva ciò con 
una cortesia fredda, rizzando impercettibilmen¬ 
te la bella lesta leonina dove lo sguardo troppo 
vivo sembrava cercare un rifugio dietro i cri- 
slailli lievemente cobalizzali de' suoi occhiali 
d’oro. Era un uomo di statura media ma che 
sembrava alla per la snellezza delle forme e per 
il portamento altero. Di pronto ingegno, for¬ 
nito di siludi discreti, si era fatto la sua strada 
da sè senza crearsi troppi nemici ed ora im¬ 
perava dalle colonne di un giornale influente 
reggendo lo scettro con mano sicura. 

Oltrepassata la colonna del Leone gli incontri 
diradarono e i lumi anche. L'antichissima chie¬ 
suola di S. Cabila, accoccolata come una vec¬ 
chietta dormente, non fu nemmeno scorta dai 
due passeggiatori che tenevano ancora il sen¬ 
tiero di sinistra. Il Corso, che quivi si allarga e 
si prolunga in una doppia fila di case signorili, 
acquistava dalla solitudine una imponenza 
grandiosa che sembrava riposare dal tumulto di 
prima. L’aria stessa era più pura, così clic i due 
per istinto si arrestarono a respirarne una larga 
boccata ; e come lo straniero osservava le colos¬ 
sali cariatidi di un palazzo, l’altro notò : 



— 7 — 


—• E il Seminario, fondato da Carlo Borro¬ 
meo. Ha un bel cortile interno. 

— Queste cariatidi risentono il loro tempo. 

— E vero. Per quanto incaricate di rappre¬ 
sentare la Pietà e la Religione, il loro aspetto 
è molto profano. QueU’altro palazzo, a destra, 
col frontone a triangolo, potrebbe narrare i fasti 
dell’epoca napoleonica. Da quel parapetto di 
marmo Giuseppina volse in giro gli occhi se¬ 
ducenti avvezzi alle conquiste... Guardale da 
quest’altra parte : in quella casa modesta ebbe il 
suo epilogo un amore che venne consacrato 
nelle pagine ardenti di un romanzo.... E qui, 
vedete l’impronta di uno obice nello stipile della 
porta? Fu nel quarant’otto... 

Evocate nel silenzio della notte le cose ripren¬ 
devano l’anima antica. E veramente là, in quel- 
l’ampio Corso segregalo dal movimento citta¬ 
dino, dove non mettono capo nè affari, nè in¬ 
dustrie, nè piaceri, dove i nuovi venuti non 
scelgono la loro abitazione, dove scarsi si a- 
prono i negozi e raramente di sera si avventura 
qualcuno, là, alla vecchia Porta Renza, ribat¬ 
tezzala in Porta Venezia, il milanese ligio alle 
tradizioni si sentiva nella sua Milano. 

Una nebbiolina leggiera venendo su dal Na¬ 
viglio e unendosi alla umidità dei giardini gii 
dava quella sensazione profonda, di una dol¬ 
cezza voluttuosa, di una intimità penetrante, che 


diffìcilmente intendono coloro che a Milano non 
sono nati. Colla pelliccia tirata sulle orecchie, 
un’eccellente virginia tra le labbra, egli diven¬ 
tava comunicativo. 

— Su queste pietre camminarono Ugo Fo¬ 
scolo e Parini. Come noi essi vissero in una notte 
d'inverno pari a questa, fra queste case velate. 
Qui venivano a passeggiare due stranieri grandi 
ammiratori di Milano : Stendhal e Balzac. Bal- 
zac, lontano, invidiava ancora l’amico che pote¬ 
va aggirarsi lungo il marciapiede di questo bel 
Corso dove abitava la donna amata... Vi narro 
tali particolari perche siete poeta, che del resto 
non ne varrebbe la pena. 

— Grazie del privilegio clic mi concedete. 
Vorrei potervelo rendere con un poema su que¬ 
sta nelle incantevole. Ma forse abuso della vo¬ 
stra cortesia. 

Per tutta risposta il giornalista gli strinse il 
braccio amichevolmente. 

— Chiedete a questo deserto le memorie dei 
Corsi mascherati; i cento idillii che si intrec¬ 
ciarono a cento congiure; le belle ardimentose 
che dai veroni gettavano coriandoli tutta una 
giornata coll’ardore di moschettieri in guerra 
e che alla sera apparivano nei palchetti, rag¬ 
gianti, vestite di bianco in un palco, di rosso 
nell’altro, e nell’altro di verde! 

Lo straniero rimase un istante sopra pensiero 
e poi disse : 



— 9 — 


— Voi non le avete viste queste cose. 

— No; ma le udii narrare tante e tante volle 
in famiglia, vidi le coccarde che mia madre con¬ 
servava gelosamente, udii i racconti delle eroi¬ 
che imprese e, sapete, la fantasia galoppa. Ap¬ 
partengo per mia disgrazia ad una generazione 
di intermezzo. Non sono abbastanza vecchio poi 
rifuggire dagli ideali presenti, eppure non so 
svincolarmi dal sogno glorioso che fecero i miei 
padri. Triste è il vivere fra due età! 

Un lungo silenzio chiuse queste parole e, ta¬ 
cendo, ognuno dei due interlocutori venne a se¬ 
guire per proprio conto un ordine di idee affatto 
svincolate da quelle del compagno. Lo straniero 
pensava al suo paese; gli venne in mente sopra 
tutto con acutezza straordinaria di rimpianto 
una sera di inverno, un vero inverno nordico con 
quindici gradi sotto zero, e la corsa che egli ave¬ 
va fatto, coll’ali ai piedi, verso una finestra fio¬ 
camente illuminala... In quel momento il giorna¬ 
lista emise un sospiro. 

— Perdonatemi. 

— Che mai? 

— La mia indiscrezione. 

— Ma non la vedo. 

— Mi avete detto che siete aspettato. Se c una 
donna... non vorrei disturbarvi. 

— Si tratta di una donna, ma non di un con¬ 
vegno amoroso. Cade il compleanno di una cara 


— 10 — 

amica al quale non vorrei mancare. Mi picco di 
essere fedele. 

Qualche cosa di caldo nell'accento del giorna¬ 
lista fece comprendere allo straniero che la don¬ 
na era giovine e bella. Egli lo sapeva diviso 
dalla moglie; ma nei loro rapporti affatto intel¬ 
lettuali non si era mai trovato il posto per una 
confidenza intima. Lo straniero, non sapendo 
precisamente in quali acque navigava, non ri¬ 
spose nulla; ma appunto questo imbarazzo pro¬ 
lungato per alcuni istanti nella quiete misteriosa 
della via deserta, già presso alla barriera, con 
quell’interlocutore discreto che veniva a Milano 
per la prima volta, forse l’unica, e che ad ogni 
modo ripartiva all’indomani, rese loquace l'uo¬ 
mo che per diffidenza professionale votavasi abi¬ 
tualmente a nascondere i propri senlimcnli. Sen 
za aspettare la replica, senza parlare direttamen¬ 
te nè a sè stesso, nè al compagno, nè ai fantasmi 
della notte, mosso da un subito bisogno di espan¬ 
sione esclamò : 

— Che donna! 

E lo straniero fu peggio di prima imbarazzalo. 
Volendo ad ogni modo dire qualche cosa arri¬ 
schiò una osservazione generale sulle donne che 
sanno amare. 

— Si, queste donne sono preziose — interrup¬ 
pe il giornalista — ma sono più rare quelle thè 
si fanno amare. Non è un paradosso, vi assicuro. 



— 11 — 


Farsi amare è una cosa difficilissima. Vi riesco¬ 
no solamente le donne che hanno grandi qualità. 
Per le altre c è il desiderio, il quale passa presto, 
come sapete. Quelle — soggiunse dopo una pau¬ 
sa incitandoci ad amarle mettono in movi¬ 
mento la nostra fantasia, la nostra generosiià, la 
nostra devozione, tutti gli istinti superiori che 
la mancanza di amore atrofizza. Quando non vi 
fossero più nel mondo donne capaci di suscitare 
in noi l’eroe, dove mai si rifugierebbero la bel¬ 
lezza e la nobiltà della vita? Amare è la missione 
dei buoni; farsi amare è quella degli intelligenti. 
La portata è di gran lunga superiore. 

— Credo che abbiale ragione. 

Si trovavano in fondo al Corso, vicino al ba¬ 
stione. Lo straniero gettò uno sguardo inquieto 
al di là della barriera. 

— Ma dove abita la vostra regina? 

— Regina! — ripetè il giornalista con un sor¬ 
riso di compiacenza. — Ecco un titolo che le 
compete a meraviglia. Abbiamo già passata la 
sua casa: torniamo indietro. E a due passi, ao- 
pena svoltala la v ia clic mette ai giardini. Regina 
di bellezza! Regina d’intelligenza! Si, regina. 
Avrete notato continuò animandosi — che cia¬ 
scuno di noi ha un rango naturale non sempre 
in accordo col cosi detto rango sociale. C’è una 
aristocrazia di nascita e questa obbligando chi 
ne è investito ad essere nobile, comunque sieno 


— 12 — 


le esigenze della sua vita, fa si che vediamo bril¬ 
lare, anche offuscale di qualche macchia, le fac¬ 
cene del diamante originario. 

— « La perla nelle macerie ». 

— Fale conio, quantunque non vorrei lasciar¬ 
vi l’impressione di macerie soverchie intorno al¬ 
la mia amica. No, il paragone non va. Direi piut¬ 
tosto una perla mal legata, fuori di posto. 

Comprese di aver detto troppo o troppo poco. 
Gettò via il sigaro con un movimento brusco e 
soggiunse : 

— Vi annoio? 

— Come potrebbe un romanziere, un poeta 
dite voi, annoiarsi nelle cose dell’anima? Vi fac¬ 
cio grazia dcH’inlercsse che mi destate personal¬ 
mente, ma con tutta franchezza vi dirò clic io 
viaggio alla maniera di Yorik, per conoscere gli 
uomini e le loro passioni. 

Il giornalista, alla luce di un lanate, consultò 
il suo cronometro. 

— Cinque minuti ancora. Probabilmente noi 
non ci troveremo mai più insieme cosi, ed oggi 
aggiungendo un foglio alle vostre note scrivere¬ 
te : « A Milano, in una bella sera d’inverno, pas¬ 
seggiando sul vecchio Corso di Porla Renza, 
l'amico X mi parlò dell’amore e della donna... ». 
I commenti ve li abbandono. 

Volete dirmi almeno se pensando a voi 
potrò credervi felice? 




— 13 — 


— Ignoro se sarò sempre felice; felice forse 
non lo sono neppure oggi. La felicità è altra 
cosa. Ho amato questa donna come un pazzo, 
sei anni fa. Ella vuole ora che l’ami come un 
saggio e procuro di obbedirla. Non per nulla 
si è regine. È incredibile come ella sa tenere 
avvinti lutti coloro che ha conquislato una volta. 
Capirete che non basta essere giovane e bella 
per ottenere ciò. 

— E un’attrice o una signora dell’alta so¬ 
cietà? 

— Nè l una nè l'altra. Or sono vent’anni ero 
un giovinetto imberbe; compivo un viaggio di 
istruzione in Inghilterra; molti fatti di allora mi 
sfuggirono, ma ricordo un processo tristamente 
celebre, svoltosi qui, e dove un avvocato già 
di dubbia fama suscitò grandi clamori per le 
sue audacie, diremo così, extra lege. Era un 
briccone di un ingegno straordinario, apparte¬ 
nente ad una famiglia distinta per censo e per 
onestà. Dopo di avere gabbato mezzo mondo 
mangiandosi un patrimonio cospicuo, scom¬ 
parve non si seppe mai bene come, lasciando 
una moglie ed una bimba; povere creature sbal¬ 
lottate da un appartamento sontuoso ad una ca¬ 
mera ammobiliala, avvezze agli agi, incapaci 
di lavorare, indurite agli scrupoli... Vi lascio 
immaginare quale esistenza! Io allora non le 
conoscevo. Incontrai la figlia qualche anno fa. 


— 14 — 


Orfana, tornava da un lungo soggiorno all’e- 
slero... 

Passo passo avevano percorsa via Palestro 
e si trovavano sul viale che separa i due giar¬ 
dini. La solitudine era completa. Da una parte 
e dall’altra i rami nudi degli alberi biancheg¬ 
giavano avvolti in un leggiero strato di brina. 
Sotto i fanali della Villa Reale la sentinella, 
ravvolta nel cappotto d'inverno, misurava len¬ 
tamente il breve tratto di sentiero proiettando 
la sua ombra mobile e silenziosa sulle pietre 
indurile dal gelo. 

— Naia sui gradini di un trono ella sarebbe 
stata Semiramide. Sarebbe stata Imperia nel ma¬ 
gnifico Cinquecento. Ma i tempi sono meschini 
per l'espansione delle forti individualità. Il suo 
regno è limitato al primo piano di quella casa 
dove vedete trasparire la luce attraverso cor¬ 
tine color di opale e dove ella tiene la sua Cor¬ 
te. Ebbe poi la fortuna di fare in tempo una 
eredità che la mette al di sopra del bisogno... 
Brrr! Il freddo diventa pungente. 

— Non vi trattengo più. Andate dove vi 
aspettano. 

— Se non partiste così subito le chiederei il 
permesso di presentarvi. Senza permesso non 
oso. Ella ha uno statuto inviolabile. Pensale 
che non tollera una famigliarità in pubblico 
nemmeno dai più intimi amici. Una regina, vi 
ripeto. 





— 15 — 


Tullia d’Aragona — mormorò lo stra¬ 
niero. 

torse, ma non si impanca come Tullia a 
fare la letterata. Convenite che il \anlaggio è 
grande. Ella ha preso per molto un verso di 
un’altra donna emula di Tullia, la Veronica 
branco : Se bene o male io stessa mi contentò. 
Un senso innato di fierezza e di onestà a suo 
modo la guida dignitosamente fuori della legge 
comune. Da suo padre ha ereditalo l ingegno 
scintillante, ebbe una educazione signorile ed 
ha anche della bontà, quando occorre, senza 
esserne mai schiava. Non è lei, per esempio, 
che si lascerebbe derubare od ingannare dai 
suoi domestici, ed ha domestici affezionati che 
la servono da anni. Quanto alle relazioni non 
riceve donne. Quelle della sua nascita e della 
sua cultura non le perdonerebbero gli errori 
suoi e de’ suoi genitori : delle altre non sapreb¬ 
be che farne. Per gli uomini pure ha un certo 
criterio di selezione che rende i suoi ricevimenti 
ambitissimi. « Nè libertini nè sciocchi » ha 
scritto di suo pugno sulla prima pagina dell’albo 
dove raccoglie le firme de' suoi ammiratori. 
Capirete, si sta all’erta così e si riesce ad es¬ 
sere un po’ meno imbecilli! 

— Badate a non perdere la lesta. 

— Se anche la perdessi ella è donna da ri¬ 
trovarmela e rimetterla a posto. 


— 16 — 


Lo straniero questa volta si mise a ridere so¬ 
noramente, correggendo ciò che vi poteva es¬ 
sere di indiscreto nel suo riso con una energica 
stretta di mano. 

Rientrando poi all’albergo, alle ore piccole, 
non scrisse nel suo laccuino ciò che precisa- 
mente avrebbe voluto il suo compagno, ma ver¬ 
gò sotto la data del giorno queste sole parole : 
« Gli innamorati sono sempre e dappertutto gli 
stessi ». 


II. 

Se bene u male io stessa mi contento. 

(Veronica Franco). 

Col passo sicuro dcH’abitudine il giornalista 
varcò una porta di simpatica apparenza che a lui 
principalmente, milanese autentico, doveva pia¬ 
cere per il carattere generale di comodità e di 
agiatezza ambrosiana senza ricerche ostentate 
c senza sciatterie. Era una di quelle porte del 
settecento come se ne vedono ancora nei vecchi 
quartieri, con motivi ornamentali dalle curve 
morbide tutte piene del calore intimo e partico¬ 
lare che si ritrova in certi barocchi. Un breve 
andito, una portineria modesta, un cortile con 
un po’ di verde, e finalmente una scala non trop¬ 
po ampia ma che acquistava signorile aspetto 
dalla bussola chiusa e da un tappeto di panno 
rosso sobriamente illuminato da una fiamma a 



— 17 — 

gaz. Suonò il campanello del primo piano e al 
domestico che venne ad aprirgli chiese : 

— C’è molla gente? 

— Molta; ma qualcuno sta già accomiatan¬ 
dosi per la serata di gala alla Scala. 

Renedetta serata! pensò il giornalista rav¬ 
viandosi gaiamente i capelli; ed essendosi in 
quel punto rammentato che vi doveva pure es¬ 
sere un gran hallo in casa Visconti ne trasse 
argomento di tale letizia che entrò nel salotto 
con una baldanza affatto giovanile. 

La signora del luogo stava seduta da sola so¬ 
pra un divano. Era vestila di velluto nero con 
scollo a punta, circondato da una trina meravi¬ 
gliosa fermata da un gioiello; le maniche, che 
si arrestavano al di sopra del gomito, erano 
pure terminate dalla medesima trina e dalla ri¬ 
petizione in piccolo del medesimo gioiello. Nien¬ 
te altro. Lo sfolgorìo che la avviluppava quasi 
un nimbo, dando al subito vederla l’impressione 
esalta di una apparizione, veniva dal suo in¬ 
terno, da' suoi occhi, dal suo sorriso. 

Era una creatura di sogno; aveva del fiore e 
del raggio. Non si poteva vederla senza provare 
il bisogno inconsulto di vivere nell’orbita della 
sua vita, ammirandola, quasi ringraziandola 
del bene che faceva colla sua bellezza; bellezza 
mobile, impressionante, che andava dallo sguar¬ 
do alle labbra come un lume portato a mano 


Nlera. Una passione. 


2 




— 18 — 


il quale alterna bagliori improvvisi ad ombre 
piene di suggestione. La maggior parte di co¬ 
loro che la frequentavano non avrebbe saputo 
dire se fosse bruna o bionda, tanto le caratte¬ 
ristiche dei due tipi si fondevano in quella spe¬ 
cie di aureola che sembrava assorbire tutti i 
particolari del suo volto per non lasciare che 
una visione di luce; e se da questa immagine 
del raggio si passava a quella del fiore, era 
perchè la fragile esilità del corpo che la sorreg¬ 
geva e la grazia cedevole dei movimenti susci¬ 
tavano veramente l’idea di uno stelo. Ma al di 
sopra ancora della forma e del colore il mistero 
dell’intelligenza, sempre presente in lei e sempre 
vigile, vibrante ad ogni impressione, sia che si 
affacciasse qual da spiraglio aperto al varco 
della pupilla o che frenato preferisse adombrarsi 
in un lieve caratteristico batter delle ciglia, da¬ 
va a tutto il suo essere l’impronta di una perso¬ 
nalità squisita. 

Come la prima volta, come sei anni addie¬ 
tro, il giornalista rimase un momento estatico 
a contemplarla, nascosto dal gruppo di perso¬ 
ne che circondavano il divano. 

— Sempre lei! non è vero? — mormorò al 
suo fianco con voce tremula da capra e pro¬ 
nuncia mancante qua e là di alcune consonanti, 
un signore lungo, cui il giornalista si affrettò 
a stringere la mano. 



— 19 — 


— Oh! don Peppino. E un bel pezzo che sie¬ 
te qui? lo non potei venire prima in causa di 
un collega... uno straniero, col quale dovetti 
pranzare... Ma quanta gente! Speravo maggio¬ 
re intimità. Una volta eravamo in pochi a cono¬ 
scere la data del suo compleanno. 

— Una volta!! — ripetè don Peppino allen¬ 
tandosi coll’indice il nodo della cravatta. — 
Figuratevi che io la conobbi quando aveva an¬ 
cora le treccie giù per le spalle e suo padre c 
sua madre ricevevano la migliore società di Mi¬ 
lano. Abitavano in casa d’Adda, là, ai Portoni, 
e Norina non era allora cosi bella... Ne corse 
poi dell’acqua sotto ai ponti! 

— Sì. Noi siamo i suoi più vecchi amici. 

Il giornalista pronunciò questa affermazione 
con tanto maggior calore in quanto che don 
Peppino aveva una diecina d anni più di lui, i 
capelli brizzolati, la voce tremolante e tult’in- 
sieme non gli era mai parso un rivale pericolo¬ 
so; anzi contribuiva col suo nome patrizio e 
colla sua dignitosa persona al decoro di quei 
ricevimenti, c perciò gli faceva festa volentieii. 

Due giovani ed eleganti ufficiali di cavalleria 
si inchinarono intanto a baciare la mano della 
signora. 

— Non posso soffrire gli ufficiali di cavalle¬ 
ria!— esclamò il giornalista. 

— Eppure sono mollo carini. 



— 20 


— Fatemi il piacerei 

— Hanno una bella divisa. 

— Che! Si dovrebbe interdire ai militari di 
presentarsi in società con quegli abiti da ope¬ 
retta. È un’idea, sapete? T chirurghi vestono un 
casaccone speciale quando fanno le operazioni 
c i magistrati la toga quando vanno alle Assisie, 
ina non si permettono di comparire a quel modo 
davanti alle signore. Voglio scrivere un articolo. 

Don Peppino rideva quietamente, da persona 
bene educala. 

— Vi tirerete addosso lutto l'esercito e buona 
parte del bel sesso. E ben vero che si sono latte 
delle guerre per motivi anche più futili. Dario 
dichiarò guerra agli Ateniesi perchè i loro fichi 
erano superiori a tutti gli altri. Lo disse... 

11 giornalista non lo ascoltava più. Avendo 
scoperto una breccia nella siepe degli ammira¬ 
tori si slanciò. Ella lo accolse con un sorriso : 

— Vi aspettavo, caro. 

La musica di queste tre parole e il dolce rim¬ 
provero che contenevano o che parve a lui che 
contenessero, gli fece salire al cervello un fumo 
di ebrezza. Cercò a tastoni una sedia il più pos¬ 
sibilmente vicina al divano, trovò uno sgabello 
e vi si lasciò cadere. Da quel posto umile ma 
invidialo coniava di lasciar sfollare un poco 
gli intrusi (così egli chiamava i nuovi venuti) 
e pascersi intanto della vista della signora, quan- 



— 21 — 


do un sorriso caustico sbocciato proprio davanti 
a lui sul viso di un uomo che occupava la pol¬ 
troncina più immediata accanto al divano gli 
gelò il sangue nelle vene. Wilss! fischiò una 
serpe dentro il suo petto. 

Come se l’altro lo avesse udito e volesse pro¬ 
curarsi il godimento felino del gatto che tende 
la zampa vellutata al topo, lo salutò con un 
cenno del capo troppo gentile perchè il gior¬ 
nalista potesse esimersi dal fare altrettanto. Ma 
pur salutando mulinava iroso : Che cosa fa qui 
costui? Perchè è venuto ancora? Perchè le sta 
così dappresso? Perchè mi guarda a quél modo? 

L'oggetto di tale monologo interrogativo po¬ 
teva avere dai trent’otto ai quarantanni e quan¬ 
tunque i lineamenti irregolari, il naso camuso, 
le mascelle grosse non lo additassero quale tipo 
di bellezza, era pure un magnifico campione 
della razza umana per il doppio sentimento di 
intelligenza e di forza che si sprigionava da 
lutto il suo essere. Vestiva con quella apparente 
trascuratezza inappuntabile dei veri ricchi che 
non si curano affatto della esteriorità ed aveva 
nel contegno, nello sguardo, nello stesso silen¬ 
zio una espressione di dominio così sicura e 
tranquilla che il giornalista, sempre più irri¬ 
talo, lasciò improvvisamente lo sgabello e rin¬ 
correndo don Peppino clic slava coll’occhialetto 
in mano a contemplare un quadro poggia- 




— 22 — 

lo sopra un cavalletto gli domandò a brucia¬ 
pelo : 

— Ma queiramericano non era andato in 
America? 

— Quale americano? — fece candidarne de 
don Peppino sgranando gli occhi. 

— Quel Wilss della malora. 

— Ah! mister Wilss. Ebbene, egli è andato e 
poi è ritornato. Che ve nc pare di questo 
quadro? 

Il giornalista gettò sulla tela una occhiata 
distratta pronunciando : 

— E un nuovo acquisto? 

— E il mio dono per il compleanno — ri¬ 
spose don Peppino con un sorriso di compia¬ 
cenza. — Vedete queste parole scritte a tergo? 
(voltò il quadro per un istante). A te principimi 
tibi desiaci. L’ho conosciuta si piccina! 

— Dove le avete trovate le parole? Già un 
feroce lettore quale voi siete pesca sempre nei 
libri. È per questo che quando parlale non si 
sa mai se siete voi o un altro. 

— E il motto di Mirabeau a Sofia — tornò a 
rispondere don Peppino senza rilevare l’acri¬ 
monia dell’amico. — Il quadro vi piace? 

Il giornalista questa volta lo guardò più at¬ 
tentamente palpando colla mano un piccolo og¬ 
getto in fondo alla sua tasca. 

— E un Alma Tàdema forse? 



— 23 — 


— E un Burne; ma assomiglia infatti a qual¬ 
cuno del Tàdema. I due pittori hanno un punto 
di contatto quando si tratta di raggruppare di¬ 
verse figure; anche qui l’effetto è un po’ di¬ 
sperso; non al punto deli’Adriano che non tro¬ 
vando compratori fu dallo stesso autore tagliato 
in tre e venduto a spicchi come un cocomero... 
Questa è una scena rifatta del Convito di Peleo. 
Osservate di grazia la donna a destra... non è 
il suo sorriso? 

Richiamato alle preoccupazioni gelose il gior¬ 
nalista esclamò : 

— Parlatemi di quell’americano. Che cosa 
fa qui? 

— Io non ne so nulla caro amico. Lo abbiamo 
trovato l’anno scorso come oggi, ricordate? 
Quando e dove Norina lo abbia conosciuto non 
si seppe mai. Egli le fece allora una corte in 
piena regola, gliela fa probabilmente ancora; 
c siccome sarebbe un po’ arrischiato anche 
per un americano imitare i cavalieri del tempo 
di Arili, i quali per provare alla loro dama che 
erano insensibili a lutto ciò che non fosse il 
loro amore andavano attorno di piena estate 
colle pellicce e di pieno inverno nudi affatto, 
mister Wilss si accontenta di traversare l’Ocea¬ 
no per venirle a presentare i suoi auguri. Non 
c’è male. E cavalleria da milionari. 

Il giornalista, essendosi abbastanza rosolato 



— 24 — 


da questa parte, stimò che valesse meglio ripre- 
senlare l'altro fianco al fuoco e tornossene al 
suo posto sullo sgabello che era rimasto vuoto 
perchè i visitatori a poco a poco se ne andavano. 
Ma chi non si muoveva era il signor Wilss. 
Allora, facendo buon viso alla sorte qualunque 
fosse, l’eccitabile amante si rassegnò a pren¬ 
dere quel tanto che avrebbe potuto se non vo¬ 
luto, ed ammansandosi man mano sotto gli 
sguardi e le accorte parole della signora, ri¬ 
prese il suo giogo fiorilo intorno al divano fra 
i quattro o cinque che erano rimasti, spiando 
l’opportunità di un colloquio più intimo. 

— Eleonora, mi fai morire! — le susurrò al¬ 
l’orecchio in un momento in cui si era impe¬ 
gnala una discussione fra uomini. 

Ella si volse a guardarlo coi begli occhi cor¬ 
rucciati dentro cui passò un lampo : 

— Lo meritereste bene... almeno per un poco. 
Anzitutto... 

— Lo so, lo so, perdonate, ma vi amo tanto! 

— Ed è una ragione per starvene rannuvolato 
così tutta la sera, la sera del mio compleanno? 

Gli aveva -teso la mano e il braccio bianchis¬ 
simi sotto il velluto nero della manica. Egli 
si curvò ad esaminare il gioiello che fermava 
la trina sulla piegatura interna del gomito, ma 
in realtà distratto dalla delicatezza madreper¬ 
lacea che appariva in quel punto dove una vena 



— 25 — 


azzurra serpeggiava fra le nevi leggermente 
concave in una morbidezza che sembrava chia¬ 
mare le labbra irresistibilmente. 

— Siete ancor più bella con quest’abito, se 
non fosse troppo serio per la vostra giovinezza. 

— Sapete che entro oggi nel trentesimo anno? 
L’ho messo apposta quale proposito di vita più 
saggia. 

Egli la guardò inquieto, non sapendo quale 
parte gli sarebbe riservata nel nuovo program¬ 
ma; ma la discussione intanto si riscaldava nel 
gruppo vicino a loro intorno a un argomento 
di attualità. 

— Che cosa ha fatto precisamente questo gio¬ 
vinone per meritare tanto interessamento? 

Era Wilss che moveva la domanda e la si¬ 
gnora, volgendosi vivamente dalla sua parte, 
esclamò : 

— Che cosa ha fatto? Questo. Una delle scor¬ 
se notti, la più rigida, la più scura che si possa 
immaginare, si appiccò il fuoco a un grande ca¬ 
seggiato fuori di Bergamo, un collegio dove sta¬ 
vano raccolte tra fanciulle maestre e inservien¬ 
ti non meno di cinquanta persone; cinquanta 
persone, capite, lontane dall’abitato e quasi im¬ 
pazzite dal terrore. I giornali hanno dato i par¬ 
ticolari della orribile scena. Esaltale, sfuggendo 
alla soffocazione dell incendio, le povere donne 
si accalcavano invano alla porta d'uscita trasfor- 



— 26 — 


mal» in rovo ardente e cadevano le une sulle 
altre, urlando, gemendo, strette in un cerchio 
di fiamme. Tutto intorno, pensale, era silenzio 
e solitudine!... Solamente a mezzo chilometro 
circa, da un casolare campestre, si accorsero del¬ 
l’incendio; ma i padroni del casolare, due vec¬ 
chi, pare si chiudessero ermeticamente nel loro 
guscio impedendo ad un giovine che viveva 
con loro di accorrere sul luogo del disastro 
Fu questo giovine che si lasciò calare dalla fi¬ 
nestra, raggiunse a corsa il palazzo incendiato, 
e con una presenza di spirilo meravigliosa e 
pari audacia, girando al lato nord, dove scor¬ 
re un fossato lungo il muro di cinta che nessuno 
aveva preso in considerazione perchè mancante 
di uscita, diede coraggiosamente la scalala e 
le piccole bimbe portò via in collo, le più ener¬ 
giche fece saliare addirittura dalle finestre nel 
fossato dove egli stesso andava a raccoglierle 
conducendole alla riva, così che su cinquanta 
persone immancabilmente destinate a perire, 
otto o nove appena rimasero ferite. E portentoso, 
sopratutto riflettendo che fu un uomo solo a 
fare tutto ciò, un giovane campagnuolo cui non 
moveva nessun interesse egoistico, che dovette 
fuggire di casa contro la volontà de’ suoi e che 
ora si trova in fin di vita per le conseguenze del 
suo slancio generoso. E o non è una bella 
azione? 



— 27 — 


Il bel volto della signora si era straordinaria¬ 
mente animalo durante il racconto, troppo forse, 
perchè il geloso si affrettò a soggiungere con 
poca riflessione : 

Non bisogna però credere a tutto quello 
clic dicono i giornali, alle ampollosità, alle gon¬ 
fiature... 

— lengo noia della confessione — ribattè 
subito la signora : — essa è preziosa, molto più 
quando si volesse risalire dal giornale al gior¬ 
nalista. 

Le parole erano dette con tanto garbo che 
non si poteva aversene a male; ma la smorfia 
maligna del signor Wilss, quella era amara da 
inghiottire. Sentendosi nondimeno troppo com¬ 
mosso per accettare una scherma di frizzi egli 
continuò con tutta serietà : 

— Noi latini siamo impressionabili. Giovi¬ 
noci che danno la scalala ai muri, riflettendo 
bene, non hanno nulla di meraviglioso e quan¬ 
to all’accorrere sul posto dell’incendio è una 
gloria da pompiere. 

— No, no; fatemi il favore grandissimo di 
non pronunciare più una sillaba su tale argo¬ 
mento. Potrete scrivere, se v’aggrada, un arti¬ 
colo per dimostrare su quali dati si debba de¬ 
cretare la medaglia al merito. Io però non lo 
leggerò. Non mi piace mettere uno spegnitoio 
sui miei entusiasmi. 



— 28 — 


— Cambise... — incominciò don Peppino; ma 
non potè cosi subito seguitare perchè il gior¬ 
nalista volle chiedere scusa alla signora e ot¬ 
tenerla e prometterle di lasciarla arbitra per 
lutti gli allori presenti e futuri. 

— Per penitenza però della vostra insubordi¬ 
nazione preparerete un entrefi'.et per annunciare 
ai vostri lettori che il giovane Ippolito Brcmbo, 
oltre che essere un eroe, ha spiegato un talento 
eccezionale come musicista. Ne ebbi la comuni¬ 
cazione diretta da un professore del Conserva- 
torio di Bergamo. 

— Cambise — don Peppino approfittava di 
una pausa — essendo innamorato di sua sorella, 
domandò ai giudici del suo Regno se non esi¬ 
stesse qualche legge che gli permettesse di spo¬ 
sarla. No, risposero i giudici imbarazzati e li¬ 
morosi di spiacere al monarca; ma ve n ò ima 
la quale permette ai re di Persia di fare ciò che 
vogliono. 

— Graziosissimo! — esclamò il signor Wiiss. 
— Inchiniamoci alla regina di Persia. 

Ed ella disse; 

— Prometto un premio, che potrebbe anche 
essere una discrezione, a chi saprà condurmi 
qui il giovane eroe. 

— Vi faccio osservare — insinuò il giorna¬ 
lista — che egli trovasi per il momento nella 
impossibilità di muoversi. Le ultime notizie, lo 



— 29 — 


sapete anche voi, recavano che il suo stato è 
gravissimo. Anche salvandosi resterà un mo¬ 
stro. 

— Poveretto! 

Ella ristette pensierosa, colla guancia appog¬ 
giala ad una delle sue bellissime mani. Se il 
geloso avesse potuto leggerle nel pensiero non 
sarebbe stato nicn'te affatto pago del progresso 
che faceva l’eroe sconosciuto sulla immagina¬ 
zione della donna, sazia oramai delle solite av¬ 
venture ed avida ancora. 

Il crocchio intanto si era diradato. Rimane¬ 
vano appena Wilss, don Poppino e il giorna¬ 
lista, il quale, approfittando di un momento 11 . 
cui gli altri due stavano discommdo tra loro, 
lece scivolare in grembo all’amica un astuccm 
che si era levato di tasca. 

— Che cos’è? — fece ella aprendolo senza 
soverchia curiosità, assente ancora; ma subito 
commovendosi si levò in piedi per guardarlo 
meglio alla fiamma di una lucerna. 

Era, in piedi, meravigliosa. Wilss girò la te¬ 
sta avviluppandola con uno sguardo dittico; 
quasi ella ne avesse subito il magnetismo, gli 
si avvicinò d’un balzo fino a sfiorarlo : 

— Guardate, Wilss! 

Poi, senza aspettare i commenti, tornò ac¬ 
canto al giornalista : 

— E avorio vecchio? 



— 30 — 


— Ln avorio del quattrocento, probabilmente 
fiorentino. L ho trovalo da un antiquario e fui 
colpito dalla espressione della donna che sol¬ 
leva le braccia riversandosi in dietro col corpo 
verso la Croce in modo cosi appassionalo, cosi 
ardente... 

— Là i brividi! — ella disse con accento 
profondo. 

— Nevvero? Mi piacque perchè rappresenta 
il mio stato d’animo e sarò felice se volete ag¬ 
gradirlo. 

— Grazie. 

— E veramente squisito — soggiunse d.n 
Ceppino curvandosi coll’occhialello in mano — 
degno di Norina. 

— Perchè veramente vi ostinate a chiamarla 
Norina? — chiese il giornalista. — E cosi bello 
il nome di Eleonora. 

— La conobbi colla treccia giù... — si scu¬ 
sò don Ceppino colla sua voce belante — Eleo¬ 
nora del resto ò troppo lungo. 

— Lungo? Un nome caro non lo si assapora 
mai troppo, e se è lungo meglio. 

— E1—ly! — mormorò Wilss, mostran lo 

nella lentezza della pronuncia come si possano 
assaporare anche due sole sillabe. 

— Non mi piacciono i nomi storpiati, nè in 
italiano nè in inglese. Un bel nome di donna ò 
pari alla musica scritta da un grande maestro; 



— 31 — 


non bisogna alterarne una nota — riprese il 
giornalista. 

— Mi ricordo l'impressione che ebbi da al¬ 
cuni nomi di fanciulla scritti accanto ai loro la¬ 
vori nella mostra delle scuole egiziane laggiù 
al Parco, al tempo delle Esposizioni riunite, 
uno fra lutti : Dulcelina Schiuva. Non sentite 
in questo nome la poesia dell’Oriente? 

— tanto più — disse serio il signor Wilss 
— che lì accanto vi era la mostra della Bir¬ 
mania con due orecchini di vetro verde che sem¬ 
bravano lumini da notte e una statuetta dell’ul- 
limo Budda morente per dissenteria. Anche que¬ 
sto è mollo orientale. 

— Wilss!— lece la signora corrugando lie¬ 
vemente le sopracciglia. 

— Convengo — riprese don Poppino — che 
certi nomi fanno alle volle un effetto curioso. 
Io non posso tollerare la Venere dei Medici 
perchè ha una faccia da Carolina, e Carolina mi 
è un nome insopportabile. 

— Ecco almeno qualche cosa di inedito! — 
oservò il giornalista. — Si può soggiungere che 
certi nomi avvantaggiano certe parentele. Eleo¬ 
nora Duse è magnifico; ma che effetto farebbe 
una Brigida Duse? E ancora : Eleonora è cosi 
bello, cosi pieno, che basta a se stesso. Non 
mi ricordo se la Venere dei Medici abbia •uà 
faccia da Carolina. So bene però che Eleonora 
potrebbe convenire a qualsiasi dea. 



— 32 — 


— Norina è più affettuoso. 

— Elly più pratico. 

Mentre le voci si riscaldavano la signora in¬ 
terruppe : 

— Sono graia a tutti delle buone intenzioni 
e mi guardo bene dal negarle; ma faccio osser¬ 
vare che nessuno di voi permettendosi delle va¬ 
rianti al mio nome ha pensato di chiedere al¬ 
meno il mio parere. Ora ve lo dico io. Non mi 
piace nè Eleonora, nè Norina, nè Elly. Amerò 
di più quello che mi chiamerà Lilia. 

— Lilia! Lilia! — esclamarono ad una voce 
don Poppino c il giornalista, mentre Wilss sog¬ 
giunse abbassando la voce : 

— Vi chiamerò Lilia quando acconsentirete a 
sposarmi. 

Ella lo guardò colle pupille stellanti meravi¬ 
gliose di luce, ma non rispose nulla. 

Fu il giornalista che attaccandosi a don Pop¬ 
pino gli susurrò con malumore : 

— Cosa parla di sposare quell’americano? 

— Eh! Eh! Non sarebbe un cattivo partito, 
sapete? Quattrini parecchi, uomo simpatico... 

— Simpatico! Che bestemmia! Con quel naso. 

— Anche Socrate lo aveva. 

— E appunto non fu fortunato colle donne. 

— Comunque, il dono che egli le fece oggi 
mi pare proprio un dono da futuro marito. 

— Voi sapete lutto. 



— 33 — 


— E il vantaggio di averla conosciuta... 

— Si, sì, la nota storica. Che cosa le ha dato 
infine? 

— Un servizio da tavola in argento e oro. 

— Peuh! che cattivo gusto. Un servizio da 
tavola! Si può essere più volgare? 

—• Quando lo vedrete muterete opinione. E 
un finissimo lavoro artistico. Ogni pezzo rap¬ 
presenta un mese dell’anno simboleggiato da un 
fiore : gennaio elleboro, febbraio violetta, mar¬ 
zo primula, e via via. Deve essere costato una 
somma pazza. 

— Già! Ha voluto buttarle in faccia i suoi 
milioni per abbagliarla, da quel rifatto che 
egli è. 

Non digrignale tanto i denti, amico. No¬ 
nna, cioè Lilia, vi inviterà a pranzo e potrete 
ammirare il gusto squisito di un’opera d’arte. 

— Per mangiarvi la zuppa. 

— E perchè no? Nei secoli d’oro della bel¬ 
lezza ogni oggeUto destinato ai bisogni della 
vita riceveva questa impronta di un concetto di 
arte che lo nobilitava. Bere una perla, checché 
se ne possa dire, è un piacere selvaggio; ma 
bere dentro a una perla sarebbe da raffinato. 
Non vi pare? 

Il giornalista non rispose perchè era ritor¬ 
nalo presso alla signora, umile, mormorandole 
una parola all'orecchio. 


Neera. Una passione. 


3 



— 34 — 


Geloso! — ella disse ridendo e battendo¬ 
gli il ventaglio sulla bocca. 

Egli prese il leggiadro oggetto e lo baciò re¬ 
ligiosamente, ma insistette : 

— Ditemi se è vero! 

— Che ve ne importa? Voi già non potete 
sposarmi. 

— Chi lo dice? 

11 codice, amico mio, che non permette 
due mogli; ma tranquillizzatevi, non sono in¬ 
cora decisa a perdere la mia libertà. Se dovessi 
prendere marito, voi mi conoscete, sarebbe sul 
serio. Dunque per ora no! 

Onesta frase, forse ad intenzione, era stata 
pronunciala con voce abbastanza alla perchò 
tulli potessero udirla; e come si sorbisce lenta¬ 
mente un liquore prelibato il giornalista si vol¬ 
tava e rivoltava fra le labbra quel prezioso no, 
senza sospettare che Wilss accoglieva per suo 
conto il non meno prezioso per ora, pur rima¬ 
nendo impassibile sotto la sua maschera so¬ 
cratica. 

Vi fu qualche istante di silenzio, rotto da don 
Poppino con accento più tremulo e più patetico 
ancora del consueto, mentre si faceva innanzi 
con una esitazione comicissima da Re Mago in 
cospetto del Presepio. 

— Divina Lilia, sono ben fortunati questi gio¬ 
vinetti che possono parlarvi d’amore e di ma- 



35 — 


trimonio, mentre io non le potrei fare sotto pena 
di espormi al ridicolo; ecco ecco che già ne ve¬ 
do i prodromi sui loro volti... Lilia salvatemi! 

— Che malinconia vi piglia, don Peppino? e 
che cosa posso mai fare per voi? 

— Voi potete rendermi sacro. 

— Nientemeno. 

— L’imperatore Nicolò di Russia... 

— Ah! ecco l’aneddoto. Don Peppino siete 
insopportabile! 

— Lasciatelo terminare — ordinò Lilia. 

— L’imperatore Nicolò di Russia, in seguito 
a un editto clic proibiva il duello agli ufficiali, 
se ne trovò davanti uno il quale, avendo rice¬ 
vuto uno schiaffo, mal sapeva scegliere fra 1 on¬ 
ta dei compagni e lo sdegno dello Czar e fre¬ 
meva c chiedeva aiuto di consiglio. Nicolò lo 
tolse dall’imbarazzo baciandolo sulla guancia 
in presenza di tutta la sua corte e dicendogli i 
« Il tuo affronto è cancellalo. Ti fo sacro ». Fa¬ 
lerni sacro voi pure, signora mia, sfiorando col 
vostro bel labbro la mia venerata canizie così 
che nessuno possa ridere di me quando dico 
di amarvi. 

Il giornalista stupefallo della conclusione si 
pose a gridare : 

— Non si può dire che costui non sappia trai 1 
profitto dalle sue letture. Ce ne vuole del toui>cl! 
L’istruzione a questo modo diventa un’immo¬ 
ralità. 



— 36 — 


Ma Lilia, ridendo fino alle lagrime, aveva gel¬ 
iate le braccia intorno al collo di don Poppino e 
lo baciava sonoramente sulle due guancie. 


Ili 

CAMBIAMENTO DI SCENA. 


11 paesaggio è quello clic si stende al sud di 
Bergamo per una serie ininterrotta di campi col¬ 
tivali la maggior parte a grano ed a gelsi, con 
verdeggiamenti nella stagione buona di erbe al¬ 
le e distese dorate di ravettone in fiore, opulenti 
sotto il cielo morbido di Lombardia. Ma una 
forte nevicala in principio di febbraio, seguita 
da disgelo, aveva steso sulla pianura una mo¬ 
notona tinta grigio sporco dove i rami secchi 
degli alberi si confondevano coi campi, e colle 
strade coperte di fanghiglia, e coi ruscelli che 
sembravano morti fra le due rive spoglie di ce¬ 
spugli a guisa di labbra sdentate. Solo in fondo, 
verso Bergamo, brillava in cima alla avvenen¬ 
tissima prealpe il diadema di un cielo azzurro 
senza nubi, ma era molto lontano e si vedeva 
appena. 

Le campane dei rari paesi sparsi avevano suo- 
o tutte YAve Maria e nel freddo crepuscolo 



— 37 — 


saliva insieme all’onda dei suoni, il fumo dei 
comignoli, aggiungendo una nuova gradazione 
bigia al colore del paesaggio che acquistava 
nell’insistenza della stessa nota una espressione 
di malinconia intima e profonda, eppure dolce, 
quale d’anima amorosa che soffrendo e aspet¬ 
tando spera. 

Per quanto l’occhio potesse abbracciare era 
dovunque una quiete di giornata chiusa, di at¬ 
tività sospesa e riposante; nessun paesaggio 
sulla strada; nessun rumore di attrezzi e di car¬ 
ri : qualche lontano abbaiar di cani e il nitrito 
di un cavallo dentro una stalla rammentavano 
debolmente la vita. 

Eppure guardando bene lungo il filare dei 
gelsi stecchiti, sulla striscia di terra più alla 
e più asciutta, un’ombra passava stretta nella 
giacca contadinesca sotto la quale pendeva il 
logoro sacco del portalettere. 

Sul finire della giornata umida c grigia, men¬ 
tre gli altri stavano già raccolti nel tepore delle 
case, il portalettere compiva il suo giro, me¬ 
todico, irresponsabile, inesorabile come il de¬ 
stino. Nulla della sua figura scialba staccava 
sul fondo uniforme della campagna; sul lene- 
no molle il suo passo non produceva alcun ru¬ 
more. Egli andava, indifferente, senza fretta c 
senza posa, recando i palpili di mille cuoii. Ea 
via si allungava dietro a lui, i rami degli alberi 



— 38 


impallidivano sempre più nella leggera nebbia 
sero’.ina, sempre più confondevasi la forma e il 
colore delle cose, nè egli se ne accorgeva. Il mo¬ 
vimento meccanico di mettere un piede innanzi 
all’altro senza indugiare, senza disfarsi mai, 
per anni ed anni, sulla stessa via, alle medesime 
ore, in condizioni invariate, sordo e cieco ai 
segreti che recava con sò, passivo e pure fa¬ 
tale, obbediente come la natura che lo circon¬ 
dava ad una legge invisibile: questo continuo 
assorbimento del suo io nel cumulo di passioni 
e di desideri che gli fremevano intorno gli ave¬ 
vano tolto le caratteristiche comuni agli altri 
uomini. Egli non si fermava mai a contemplare 
un punto nuovo dell’orizzonte, perchè nessun 
punto era nuovo per lui; nè affrettava o rallen¬ 
tava il • passo, non avendo nessuna ragione dì 
arrivare prima e non polendo in causa del se¬ 
vizio ritardare; nè mai gli occorreva di sostare 
guardandosi intorno incerto della strada, nè 
canticchiava o zufolava simile a colui che va a 
diporto, nè faceva i conti e i preventivi di chi 
si reca a contraltare per compero o vendite. Sor¬ 
teggialo a distribuire la gioia e il dolore proce¬ 
deva silenzioso, inavvertito quasi, fra le acque 
dormenti nel fondo dei fossati e grigie come la 
terra grigia, come il cielo. 

L'ultima meta del suo viaggio in quel giorno 
era un caseggiato largo e basso, una specie di 



— 39 — 


fattoria con un’aia davanti, un verziere a terso 
e fiancheggialo da piccole fabbriche per gli usi 
diversi della vita di campagna. Il portalettere 
traversò l’aia e andò direttamente a bussare a 
un uscio dalle cui fessure usciva un sotti! rag¬ 
gio di luce; ma nemmeno ebbe bisogno di bus¬ 
sare, perchè appena urlala l’imposta una ragaz¬ 
zetto che stava per uscire ad attingere acqua tese 
la mano alla lettera che biancheggiava sull’orlo 
della buia sacca. 

— Una sola? 

— Sì, questa sera è una sola. 

— Siete stato bravo a venir fin qui per una 
sola lettera. 

L’uomo si strinse nelle spalle senza rispon¬ 
dere. La ragazzetto, dato un salto indietro, but¬ 
tò la lettera sopra una tavola e scappò ad nt- 
lingcr acqua facendo risuonare il manico della 
secchia. 

La (avola sulla quale la lettera era caduta ’ro- 
vavusi nel mezzo di una cucina vasta, rallegrala 
da un bel fuoco di legna scoppiettante sotto il 
camino. Al lieve rumore una donna che stava 
attaccando il paiolo all’uncino si volse e mor¬ 
morò : 

— Ancóra! 

Di là dalla cucina, attraverso un uscio aperto, 
una voce d uomo chiese imperiosamente : 

— Chi è? 



— 40 — 


— Nulla. Il portalettere. 

dispose un grugnito di là dalla cucina e la 
lettera rimase sulla tavola nera. Quando ritor¬ 
nò la servetta coll’acqua, dopo di avere deposlo 
la secchia, si accostò adagio e toccò la lettera 
con un dito; poi, sillabando lentamente l’indi¬ 
rizzo, disse : 

— E per il signor Ippolito. 

— Naturalmente. Per chi dovrebbe essere? 

— Gliela porto? 

— Ci mancherebbe altro! Sbuccia le palato 
c lesta! Finirà bene anche questo nolo. 

Che cosa intendesse la donna con quella pa¬ 
rola « nolo » applicata fuor di proposito sarebbe 
difficile dire; ina l’espressione di malumore che 
l’accompagnò la corredava di sufficiente spiega¬ 
zione. Era una femminuccia sui cinquanta, scial¬ 
ba e raggrinzita nel suo abito di lana scura, 
con un largo grembiule dinanzi alla moda di 
provincia e due manichini di lana nera lavorati 
a punto di calza con un fesloncino di perle d’ac¬ 
ciaio ricadente sulle mani piccole e rugose. 

— Rosalba! — chiamò, di là dalla cucina, la 
voce imperiosa. 

— Un momento. Non si può servire insieme il 
papa e l’imperalore. 

Che il paiolo rappresentasse il papa o clic 
rappresentasse l’imperatore, la femminuccia vi 
prestava tutta la sua attenzione; e non era cer¬ 
tamente di quelle che possono prodigarsi. 



— 41 — 


— Dov’è Remo? 

— Non lo so. 

— E quell’allro di sopra che cosa fa? 

— Aspetta la sua zuppa, ma l’aspetterà un 
pezzo. Miracoli non nc fa nessuno. 

La servetta che si divertiva intanto a fabbri¬ 
care una chiocciola colla buccia delle patate 
ricevette un pizzicotto nell’orecchia e gettò un 
grido. 

Dall'altra parte si tornò a chiedere: 

— Che cosa c’è? 

— Nulla. Un pizzicotto meritato. 

11 dialogo continuava a sbalzi attraverso ! li¬ 
scio aperto, accompagnalo dal crepitare della 
fiamma sotto il paiolo, quando dalla porta sul 
cortile entrò un ometto accuratamente chiuso in 
un pastrano color marrone. Entrò fregandosi 
le mani, sorridendo e guardandosi in giro con 
due occhi buoni e lucenti ai (piali le sopracci¬ 
glia singolarmente rialzate conferivano una 
espressione di stupore perenne. 

— Non pretenderete anche voi che il desinare 
sia pronto, dal momento che sono sola a pen¬ 
sare a tutto e che mi tocca servire anche il si¬ 
gnorino di sopra, con due braccia sole... 

— Ma... io... io non ho ancora aperto bocca. 
Io non pretendo nulla, Rosalba. Che bel fuoco! 
Come si sta bene qui! 

— Già... colle mani in mano a godersi il 
lavoro degli altri. 



— 42 — 


Il nuovo arrivalo chinò la lesta come un cane 
sotto lo scudiscio del padrone c passando dietro 
la servetta la accarezzò paternamente sui ca¬ 
pelli. 

— Non le fate perder tempo! — garrì Rosal¬ 
ba. — Siete voi che mi guastale tulle le serve. 

A questa nuova accusa le sopracciglia ad arco 
acuto invasero tutta la fronte, ma il loro pro¬ 
prietario non disse nulla. Anzi, avendo proprio 
in quel punto teso timidamente il collo per guar¬ 
dare la lettera che stava nel mezzo della tavola 
Rosalba gli intimò così bruscamente di badare 
a’ falli suoi clic egli si affrettò a sgattaiolare per 
l'uscio aperto nell’altra stanza, la quale era un 
tinello molto modesto illuminalo da una lam 
pada a petrolio, con qualche sedia di cuoio, una 
libreria e un attaccapanni. La mensa, già pron¬ 
ta, era coperta solo per metà da una piccola 
tovaglia sulla quale stavano appoggiati Ire co¬ 
perti con posate d’ottone (quelle d’argento si 
serbavano per le occasioni) e pialli di maiolica 
ordinaria e tre tovaglioli prudentemente rin¬ 
chiusi in tre anelli ricamati a punto in croce; 
un anello rosso, uno giallo, uno bleu. 

11 proprietario dell’anello rosso lo aveva già 
sciolto. Seduto a capo tavola nell’unica sedia 
a bracciuoli, più allo di tutti gli altri, domina¬ 
tore, colla persona aitante, la lesta poderosa, 
il volto irsuto, faceva pensare ad una di quelle 



— 43 — 


vecchie statue ornamentali rappresentanti un 
Fiume. Contribuiva all’illusione la posa solenne 
ili deità pagana, col pugno destro appoggiato 
alla mensa e il braccio rilevato, proprio a guisa 
di ponte sotto il quale scorresse la fiumana dei 
secoli. Guardò d’alto in basso Tornello dal pa¬ 
strano color marrone mentre stava levandoselo 
dalle spalle per appenderlo, non senza qualche 
sforzo di equilibrio, sulla punta dei piedi: do¬ 
po di che, tirando indietro col minor rumore 
possibile la sedia accanto al colosso, si dispone- 
va a togliere dall’anello giallo il proprio tova¬ 
gliolo. 

— Che luna! 

— Luna? — ripetè l’ometto guardando il sof¬ 
fino. 

— Dico a le. Non bai ancora aperto bocca 
E una vita piacevolissima; piove tutti i giorni, 
quel citrullo è sempre a letto, c 'tu che le la 
spassi in giro come un signore, tornando « 
casa non bai nulla da raccontare. 

— Se sapessi, Romolo, che li può far piacere 
la descrizione della mia giornata, ti direi et e 
col nuovo semestre avrò sette bambini di più, 
che nella scuola non ci staranno tulli e che oggi 
sono andato a Bergamo per domandare al si¬ 
gnor ispettore che mi conceda un altro locale. 

— Tutti così questi maestri. S’immaginano 
che il mondo stia ritto sulle loro scuole e che 



— 44 — 


non si abbia altro a fare che pulire il naso ai 
loro marmocchi. Per quel che rendono! 

— Si fa quel che si può. 

— Ma giammai quello che si deve. Io mi do 
mando che cosa fruttarono i tuoi qnnrant’annì 
d’insegnamento. Quale uomo, dico, quale uo¬ 
mo, è uscito dalla tua scuola? A calcolare tren¬ 
ta allievi all’anno, farebbero mille e duecento: 
ma colle lezioni private ed altre storie possiamo 
argomentare che miile e cinquecento fanciulli 
sono passati sotto le forche caudine della tua 
grammatica e della tua aritmetica. Che cosa ne 
hai fatto? Dov’è Cesare? Dov’è Dante? Dovè 
Galileo? Dov’è Sisto V? Dov'è Napoleone? Do¬ 
vè Napoleone, andiamo? 

— Ma... 

— Non c’è ma che tengano. So quello che 
vuoi dire, ed è un errore. Dada, un errore gros¬ 
so, marchiano. 

— Io non posso... 

— Sta zitto che le lo dico io. Tu vorresti far 
credere che è Dio che crea i geni. 

— Mi pare. 

— Dio crea il scine delle quercie, d’accor¬ 
do; quantunque... basta, lasciamo correre. 'Im¬ 
messo, per farli piacere, che Dio crea il seme 
delle quercie, se voi altri lo coltivale nello stes¬ 
so modo delle zucche e delle rape... 

— Scusa... 



— 45 — 


— Siete voi, col vostro metodo cretino, colla 
vostra supina acquiescenza all’ordine; con lutto 
quell’arsenale di dogmi balordi e d'insegnamenti 
puerili che strozzate gljngegni sul nascere, in¬ 
saccando nelle vostre classi menti mnane come 
altri insacca in un budello carne di maiale! 

Momentaneamente calmato dalla sfuriala il 
colosso girò intorno, roteante di fiamme, il suo 
occhio nero proietto da un grosso cespuglio di 
peli ispidi e grigi. 

Nati ad un parlo, chiamati per questo Ro¬ 
molo e Remo, i due fratelli presentavano le 
maggiori disparità che si possono riscontrare in 
due individui appartenenti al medesimo sesso. 
Quanto Romolo spiegava di potenza e di forza, 
altrettanto Remo offriva di dolcezza e di remis¬ 
sione. Venuto secondo alla luce, mentre già la 
famiglia si era rallegrata del maschio poderoso 
e ne era paga, lui esile e meschino parve su¬ 
bito una superfluità dannosa, un inutile con¬ 
corrente, una bocca di più. Che faceva al mon¬ 
do, che importanza poteva avere, lui, così pic- 
colino, in confronto col fratello bellissimo e ai¬ 
tante? Il latte che prendeva dalla madre era un 
furto fatto all’altro; buono ancora che per gli 
abiti e per i carnicini servivano quelli smessi da! 
fratello. Remo si avvezzò così presto a non con¬ 
tar nulla che ogni cosa gli sembrava regalala, 
anche lo stretto necessario; ed essendo la sua 



— 46 — 


anima mite, manchevole di qualsiasi lievito di 
invidia, si univa esso pure al coro dei parenti 
inneggianti alla salute, alla floridezza, all’in- 
lelìigenza di Romolo. Per ciò che riguarda <o- 
slui nessuna quercia (quelle quercie che gli e- 
rano per segreto istinto tanto care) si era mai 
levata più libera nell’espansione dell’aria e dei 
ven'ii. Al sorgere divino della giovinezza l’uni¬ 
verso fu suo. Ebbe un giorno nella vita in cui, 
misurando il braccio erculeo e rinlelletto vo¬ 
lonteroso, egli potè dire a sè stesso : «Il mondo 
è mio!» Tulli pensarono intorno a lui: «Chi sa 
che cosa diventerà!» 

E non aveva fatto nulla. Non era divenialo 
nessuno. 11 fiore dei vent anni cadde dalla sua 
bella fronte orgogliosa senza aver dato un frul¬ 
lo. Tentò vie diverse, ma non ne percorse alcuna. 
La sterilità pesava sopra il suo ingegno pur 
tanto agile e pronto. 11 volere non andava d 
accordo col potere, oppure una falsità di am¬ 
biente e di occasione gli aveva stroncate le forze 
creatrici; ma erano soltanto le cause esterne che 
egli accusava, per modo che avanzando negli 
anni il suo umore si era fallo iracondo sospet¬ 
toso e bizzarro. 

Prima vittima de’ suoi accessi di bile era na¬ 
turalmente il fratello che vi opponeva una ras¬ 
segnazione tutta fatta di umiltà e di sacrificio. 
Anima candida e mansueta, nutrita di un vero 




— 47 


spirito religioso, Remo aveva ondeggiato mollo 
tempo fra il sacerdozio e l’insegnamento; si era 
deciso per quest’ultimo, trascinato dal suo 
grande affetto per i fanciulli. Destale e d’in¬ 
verno, per quarant’anni, dalla sua modesta cat¬ 
tedra di legno grezzo egli aveva insegnato alle 
piccole animucce affidale alle sue cure le gioie 
e i doveri dell’uomo onesto tal quale gli veni¬ 
vano suggeriti dal suo concetto ottimista della 
vita; nè mai la sua coscienza si era offuscata di 
dubbi tormentosi; mai l’invidia lo aveva 1 morso, 
mai dilanialo 1 orgoglio, mai turbato la cupidi¬ 
gia. Sereno al pari dei fanciulli coi quali vi¬ 
veva, il suo volto recava l'impronta della sua 
semplicità e sarebbe parso melenso per una 
certa altitudine di stupore muto se, sotto l'arco 
troppo rilevalo delle sopracciglia, l’occhio non 
avesse brillato di luce intelligente. 

Rosalba, entrando colla zuppiera, interruppe 
la discussione tra i due fratelli; discussione per 
modo di dire, perchè nelle violente diatribe di 
ogni giorno era sempre Romolo che parlava. 
Era sempre lui che nella febbre rientrata di 
lotta e di successo inventava il nemico, lo as¬ 
saliva incalzandolo furiosamente, lo debellava 
al suolo e pascendosi efi un simulacro di vitto¬ 
ria si rizzava per un istante almeno, pago. 

Rosalba, deposta la zuppiera, non sedette 
subito a mensa. Ella apparteneva a quella ca- 



— 48 — 


| legoria di massaie turbolente e brontolone che 
si ritengono indispensabili quasi come la pre¬ 
senza di Dio. Durante tutto il desinare faceva 
la spola fra il tinello e la cucina, trovando sem¬ 
pre qualche cosa da rimproverare alla servetta, 
accusando Remo, sopportando male Romolo. 
Vedova di un terzo fratello morto povero, es¬ 
sendo ella stessa di umile condizione, viveva 
in quella casa per affetto dei cognati, ma sen¬ 
za che ciò la arrestasse menomamente nel suo 
dispotismo meschino di femminuccia il quale 
riusciva talvolta a soverchiare il dispotismo più 
virile e più allo di Romolo. Mulier subjecla vi¬ 
ro, diceva Remo nelle ore di bonaccia, e com¬ 
mentava con una certa arguzia ingenua : « Il 
che tradotto significa La donna comanda e l’uo¬ 
mo ubbidisce ». 

Se poi la servetta che aveva dodici anni, la 
lesta più spettinala e la lingua più volubile di 
tutto il circondario, si lagnava qualche volta 
della brutalità della padrona, Remo accarez¬ 
zandola e sorridendo le parlava di pazienza, di 
docilità; od era egli stesso così paziente che l’e¬ 
sortazione sembrava naturale, onde erano per 
ciò amicissimi. 

— Sei stata di sopra? — le mormorò piano 
in un orecchio, intanto che dietro comando di 
Rosalba ella levava le scodelle della zuppa. 

— Non ho potuto — rispose lesta la ser¬ 
vetta. 



— 49 — 


Una lieve contrarietà, una contrarietà die 
era piuttosto malinconia, apparve nel volto a- 
perto dell’onesto pedagogo che si pose, come 
era sua abiludine in tali frangenti, a battere — 
oh! ma molto adagio — il tamburello colle 
dila. Rosalba sospettosa, garrì : 

— Non era buona la minestra? 

— Eccellente, cara, eccellente. 

— Salala — soggiunse Romolo. 

— Per me — tornò a dire Remo in tono con¬ 
ciliativo — non me ne sono accorto. 

— Che cosa vuoi mai giudicare tu? Sei senza 
palalo. 

— Anche questo può darsi. 

— E! — tuonò Romolo. — Una patente di 
maestro non basta per formare il gusto. 

— Già! Già! — mormorò Remo sempre più 
dolce, mostrando con un sorriso di apprezzare 
lo spirilo del fratello, ma attento a certi rumori 
che udiva sopra il soffitto. 

La servetta in cucina lasciò cadere un piallo 

— Quella sventala! — gridò Rosalba scat¬ 
tando in piedi e correndo sul luogo del disastro. 

Remo, raccattando la sedia e il tovagliolo che 
nella furia ella aveva sbattuti in terra, e dispo¬ 
nendo in belle pieghe il tovagliolo, approfittò 
della di lei assenza che lo lasciava almeno con 
un avversario solo, per chiedere al fratello : 

— Hai visto Ippolito nel pomeriggio? 


Neera. Una passione. 


4 



— 50 — 


— Sì. 

— E come stava? 

-- Ma benone. Cattiva pelle si salva sempre. 

— Che disse il medico? 

— A sentir lui la convalescenza ò appena ini¬ 
ziala. Solile slorie per lirare in lungo. Se mi 
fossi immaginalo una cosa simile lo tenevo a 
Bergamo o in un modo o nell’altro. E fu per 
economia... Bella economia, oh! sì, bella! E 
lu, che fai il maestro, perchè non me lo hai 
suggerito? Si sarebbe evitalo tutto. Ma già ha- 
sla insegnare agli altri per non capire niente 
in casa propria. Ed è pure un tuo beniamino 
quel rompicollo! 

— La sua azione in quella notte è stata eroi¬ 
ca però. 

— L’eroismo di un pazzo. Eroismo! Eroismo? 
— continuò Romolo esaltandosi in una visione 
d impotenza rabbiosa. — Sono questi gli eroi! 
Oualtro salti acrobatici e la fama ò stabilita, 
t no consuma la vita tendendo il proprio genio 
come arco alla gloria e rimane oscuro; un ra¬ 
gazzaccio salta dalla finestra ed eccolo celebre 
'l utti i giornali s'interessano di lui, fioccano le 
interviste, la posta è occupata solamente a ser¬ 
virgli gli omaggi.... L’eroe! L’eroe! Vedremo 
quando codesto eroe ci rimborserà le spese. E 
lì che lo aspetto! 

Un movimento insolito in cucina, una escla- 



— 51 — 


inazione della servetta, un’altra più forte di Ro¬ 
salba e contemporaneamente un’ombra sulla 
soglia dell uscio li fece rimanere entrambi a 
bocca aperta. 

Cessalo lo sbalordimento della sorpresa Re¬ 
mo si alzò tendendo le braccia quasi temesse 
che all’ombra cara mancassero le forze per ac¬ 
costarsi, e disse dolcemente, con quella sua ic- 
nerezza calma e remissiva : 

— Ippolito, non è questa una imprudenza?! 

IV. 

Ippolito. 

Colui del quale per oltre un mese tutta la 
stampa lombarda si era occupala, Ippolito 
Brembo, era un orfano nella numerosa famiglia 
patriarcale e viveva fin dall'infanzia cogli zii 
nel casolare, solitario, tranne qualche semestre 
passato a Celana, il collegio classico dei ber¬ 
gamaschi, il bel collegio eretto sulla cima di un 
colle dominante le vallate di San Martino e di 
Val Cava. Si era deciso tardi, fra incertezze c 
dibattiti infiniti, a frequentare il Conservatorio 
di Bergamo colla modesta prospettiva di finire 
organista. Non era una vocazione mollo spie¬ 
gala la sua: anzi egli aveva avuto diverse altre 
vocazioni, o piuttosto era corso dietro succes- 



— 52 — 


sivamenle ad ogni nuovo fantasma, fosse pur 
sorto dalla sua immaignazione o dall’esempio 
altrui, risospinto indietro al momento di affer¬ 
rarlo, come se avesse dentro una forza latente 
che lo comandasse. 

« Non ne faremo nulla », decretava Romolo, 
che per quanto alla sua maniera gli volesse bo¬ 
ne pure si trovava ad ogni nuova sconfitta se¬ 
gretamente lusingalo che un altro non potesse 
giungere dove egli stesso non era giunto, sem¬ 
brandogli un conforto insieme ed una giustifica¬ 
zione, Remo invece diceva : « Eppure in quel 
ragazzo c’è qualche cosa! » I fatti tuttavia davano 
ragione a Romolo. 

Quando, nei lieti mattini di primavera, lutto 
verdeggiava intorno al casolare, in quell’ora 
che i poeti sogliono abbellire coi più dolci ag¬ 
gettivi ed in cui veramente pare che uno spirito 
alato sorga dentro di noi traendoci a sogni di 
bellezza Immortale, Ippolito, se libero dalla 
scuoia, aveva fin da fanciullo l’abitudine di 
scomparire dietro le siepi, lungo i fossaiolii, 
nei viottoli più angusti mezzo sepolti fra le alle 
erbe o sdraiato bocconi fra i papaveri, col men¬ 
to appoggiato sulle palme e i gomiti inchiodati 
per terra, di seguire lungamente 1’ errar delle 
nuvole, il volo degli uccelli, lo stormire del 
vento fra gli alberi : ed anche il variopinto vol¬ 
teggiare delle farfalle intorno ai calici semi- 


— 53 — 


aperti dei fiori e il trascinarsi lento dei bruche- 
celli da cespuglio a cespuglio producendo cento 
piccoli rumori quasi indistinti che il fanciullo 
sembrava ascoltare avidamente. 

E singolare — pensava tra sè il buon Remo 

— che con tanto materiale di osservazione egli 
non arrivi a mettere insieme una descrizione 
campestre che si sollevi un sol punto dalla me¬ 
diocrità. — Taceva, l’onesto pedagogo, per non 
dare buon giuoco agli sfoghi atrabiliari del fra¬ 
tello; ma intanto procurava di interessare il 
fanciullo alle forme, ai colori, ai suoni, e, per 
quanto il risultato fosse poco incoraggiante, la 
sua fede non ne veniva scossa. Bisogna aver pa ¬ 
zienza — concludeva egli invariabilmente — e 
sia che rispondesse così a qualche indiscreta 
domanda o che pronunciasse le parole per sè 
solo, a mezza voce, si capiva che la pazienza 
in lui era una cambiale a scadenza continua¬ 
mente rinnovata. 

Nella stagione in cui fervono i lavori della 
campagna Ippolito assisteva al raccolto dèlie 
messi. Seduto sui carri di fieno o sui mucchi del¬ 
le pannocchie prendeva parte ai giuochi dei 
compagni, nè migliore, nè peggiore della mag¬ 
gioranza di essi; vivo, lesto, ghiotto di fratta a- 
cerba e di chicchi di grano colti sotto la cenere 

— la quale ultima cosa lo metteva spesso m 
querela colla zia Rosalba che bofonchiando e 




— 54 — 


brontolando lutto il giorno intorno ai fornelli 
non tollerava altre persone vicino a sè. Gli era 
però facile di trovare un alleato nelle servette, 
le quali erano sempre al disotto dei quindici 
anni, per economia, e perchè Rosalba potesse 
meglio comandarle e farle piroettare a suo ta¬ 
lento. 

Anzi era tra le servette che Ippolito cercava 
la compagnia preferita, ignaro delle cause, ma 
pur consapevole di un effetto più simpatico sui 
suoi nervi, e siccome più di due o tre anni in 
massima non rimanevano in casa, ed in pratica 
assai meno, egli ne aveva un piccolo assorti¬ 
mento nelle caselle della memoria... 

Pigiare l’uva nei tini ed assistere allo smallo 
delle noci che gli uomini venivano poi di sera 
a caricare per far l’olio, era una delle più gran¬ 
di gioie dell’autunno. Queste faccende si com¬ 
pivano in una specie di cantinone, alla parca 
luce di una lampada di ferro a quattro becchi 
sospesa contro il muro e il cui raggio non ol¬ 
trepassava la cerchia dell’ operazione ; per cui 
tutto in giro sulle pareti di rustica calce lucci¬ 
canti qua e là di strisce di salnitro si alzavano 
e si abbassavano le ombre dei lavoratori quali 
vaganti fantasmi, e negli angoli più riposti, do¬ 
ve non giungevano le pallide fiammelle delle 
lampade, si addensava un nereggiamento di te¬ 
nebre così profonde che alla viva immagina- 



— 55 — 


zione del fanciullo sembravano aperture di re¬ 
gni misteriosi. 

Quanti brividi paurosi e giocondi avevano 
fatto balzare il Cuore di Ippolito rannicchiato 
nel vano di due botti se un topo disturbato nel¬ 
le sue faccende attraversava rapidamente il can¬ 
tinone! E quale indimenticabile sensazione, una 
sera di autunno inoltrato, freddissima, in cui 
egli, per non rinunciare ai giuochi usati, se ne 
venne a prendere il suo posto fra le due botti, 
tremante come una bubbola, con un princinio 
di febbre addosso, e la servetta, raggiungendolo 
dalla cucina, gli prese le mani diacce per ri¬ 
scaldarle nel suo grembiule che scottava! Ve¬ 
ramente egli non ricordava delizia maggiore di 
quel subito tuffo delle sue mani intirizzite entro 
il rigatino del grembiule abbrustolilo alla viva 
fiamma, se non la delizia susseguente, quand » 
venendo grado a grado a raffreddarsi il grem¬ 
biule, egli sentiva un altro calore, più dolce as¬ 
sai, quantunque meno intenso, • immedesimato 
colla personcina della fanciulla; soave calore 
che lo attrasse a posare, insieme alle mani, la 
testa sul piccolo grembiule e nel piccolo grem¬ 
bo. Nè per quella sera egli vide più gli uomini 
che insaccavano le noci e neppure i topi rin- 
correntisi negli angoli bui. Di quella sera non 
seppe più nulla perchè il giorno dopo era a letto 
colla febbre. 



— 50 — 

Fu la sua prima malattia: il morbillo. Otto 
giorni eterni sotto le coltri, quasi sempre solo, 
in una camera immensa, grande appunto come 
il cantinone sottostante, ma nella quale era pri¬ 
gioniero e dove la sci-vetta non entrava che ra¬ 
ramente, accompagnando Rosalba con un bro¬ 
do pana;o o con un bicchiere di acqua e ma¬ 
gnesia che ella scuoteva invano vertiginosamen¬ 
te col cucchiaino senza riuscire a fargli per¬ 
dere quel sapore di terra che gli rimaneva poi a 
lungo nelle fauci, ritornello monotono della ma¬ 
lattia. 

Ma anche a quel periodo triste e noioso Ip¬ 
polito collegava una rimembranza simpatica. La 
grande camera dove avevano messo per sba¬ 
razzo il suo letlicciuolo accoglieva tutti i mo¬ 
bili inutili della casa: canterani panciuti a lar¬ 
ghe maniglie di metallo, scrivanie complicale a 
piani moventi, armadietti fitti di cassetlini tanto 
misteriosi quanto inutili, specchiere arruginite, 
sedie zoppe, sopratutto una quantità di pendo¬ 
le, sveglie ed orologi d’ogni genere — antica 
manìa di Romolo, il quale si era piccato un 
tempo di sorpassare Carlo V nel regolarli tuli* 
sopra una medesima ora, e che poi se ne era 
stancato e veniva oramai di rado a caricare solo 
i più importanti. 

In questo ospedale di pendole ve n’erano di 
curiosissime; dall’antico cucù allungato in mez- 




7.o alle due finestre, alla pendola di Germania 
fabbricala nella Foresta Nera con una architet¬ 
tura ingenua arieggiante il frontone di un tem¬ 
pio; dalla pendolina del settecento tutta fiora¬ 
mi e svenevolezze, alla rigida pendola Impero 
cogli angoli aguzzi, le colonne scannellate e 
l'immancabile aquila; e vi era la pendola della 
prima metti del secolo, in falso bronzo, col 
gruppo di Paolo e Virginia riparati sotto una 
immensa foglia di palma. Grossi orologi di ra¬ 
me e di argento occupavano i vani tra una pen¬ 
dola e l’altra affermando un'agiatezza che non 
si sarebbe supposta mai in quella famiglia dal¬ 
le abitudini contadinesche, di una parsimonia 
che rasentava, ostentava la povertà. Ippolito, 
che non vi aveva prima d’allora posto mente, 
incominciò nei lunghi giorni della sua malattia 
a osservare tutti quegli oggetti e ad ascoltare 
il suono delle pendole. 

Sopralutto di notte l’impressione era fanta¬ 
stica. Ogni pendola aveva la sua voce partico¬ 
lare : c’era quella che faceva tee tee come un 
compagno allegro che racconta una storiella, e 
un’altra faceva toc toc come un’austera matro¬ 
na che predica la virtù. La suoneria di Paolo 
c Virginia aveva delle interruzioni curiosissi¬ 
me : taceva per un pezzo e poi si metteva a bat¬ 
tere una gragnuola di colpi fitti fitti del più 
bizzarro effetto. La pendola della Foresta Ne- 



— 58 


ra, con un indice rotto, non segnava più le ore 
ina aveva un macchinismo di sveglia che alla 
più piccola scossa saltava su a stornellare col 
movimento disorientalo di chi si desta da un 
lungo sonno. Qualcuna suonava solamente le 
ore, qualche altra le ore e le mezze; qualche 
altra le ore c tutti i quarti, proprio a guisa di 
una pettegola che non tace mai. 

Per fortuna Romolo avendo oltrepassalo il 
momento della voga non era mollo puntuale 
nelle registrazioni, ed essendo anche frequenti i 
guasti nei diversi congegni, le soste avvenivano 
liequenlcmenlc; da ciò una grande varietà nei 
concerti, talvolta era un coro completo con 
alti e bassi; talvolta era un terzetto o un duetto, 
frammezzalo dagli « solo formidabili della Fo¬ 
resta Nera ai quali Ippolito non riusciva ad a- 
bituarsi, che lo facevano sempre sobbalzare Ira 
io sgomento c la curiosità. A poco a poco però 
conoscendo meglio i suoi bizzarri compagni di 
prigionia egli aveva preso ad amarli; li distin¬ 
gueva tutti alla voce, e lu appunto addentran¬ 
dosi in questo esame dei suoni che gli parve di 
scoprire una gioia nuova, quasi un accresci¬ 
mento di vi;a, quasi un piccolo mondo lutto suo 
dove si sentiva affatto libero in una solitudine 
attraversata da fantasmi luminosi. 

Nella notte oscura, mentre tutta la casa ora 
immersa nel silenzio, egli prestava l’orecchio 




— 59 — 


a quegli ordigni di legno e di metallo dai quali 
pareva che tante anime sconosciute si affaccias¬ 
sero lanciando ognuna il suo segreto. Ascoltar¬ 
le, intenderle, divenne presto per il fanciullo un 
diloti lo intenso. La sua fantasia si schiudeva ad 
uno sforzo superiore agli anni e per questo ste¬ 
rile; ma il suo cuore sospendeva i battili per 
seguire quegli altri battili, d’altri cuori, d’altre 
fantasie, sì che talvolta egli dava una forma 
umana a tutte quelle voci; ed una sfilata di fan¬ 
tasmi, misti di sesso, di costumi e ili età, dan¬ 
zava nelle veglie febbrili dell’adolescente in¬ 
torno all’ampia camera, fra i mobili antiquati, 
mentre il sapore terreo della magnesia gli ri¬ 
tornava su le papille del palalo. 

Fu certamente da quel periodo speciale della 
sua adolescenza che sorse e si rivelò in Ippo¬ 
lito una particolare tendenza alla musica, quan¬ 
tunque frammezzala e interrotta da cento altre 
attitudini che ad ogni istante ne spostavano la 
vocazione scombuiando i pronoslici dei paren¬ 
ti c remora fatale agli studi. 

— Qualche cosa gli manca di sicuro — pen¬ 
sava fra. sè e sè il buon Remo : — se è il genio 
puree sepullo , se è l’ambiente, verrà! 

— Coltivare i propri fagioli — diceva Romol a, 
al pari di colui che reduce da un naufragio 
rinnega la bellezza del mare — guardar cre¬ 
scere l’erba e persuadersi che il mondo ò una 
solenne corbelleria! 



60 


Rosalba poi, quantunque nessuno l’avesse 
mai interpellata in proposito, era d’opinione 
che prete o soldati fossero le migliori soluzioni 
del problema. 

Fra queste correnti contrarie Ippolito cre¬ 
sceva un po’ alla maniera di un albero selvag¬ 
gio favorito dalla libertà della vita campestre 
dove il suo bel corpo robusto si addestrava alla 
più naturale delle ginnasiiche. Egli era infatti 
verso i quindici anni un ammirabile giovinetto, 
le cui membra, non fuse nel bronzo quali ci 
appaiono dai capolavori dell arte greca, ma vive 
e frementi nel giuoco dei muscoli esercitati, 
davano agli occhi una rivelazione squisita di 
armonia. 

Lontanavano oramai nelle memorie dell’ado¬ 
lescenza le impressioni dei raccolti, della ven¬ 
demmia, del cantinone dove si insaccavano le 
noci; sparila la servetta che gli aveva riscaldate 
le mani alla vigilia della malattia; e molte altre 
venute in seguito, sparite del pari, lasciandogli 
nella mente un lembo di gonnella rossa, un 
ciuffo di capelli, un motto, un riso, un pugno 
di nocciuole fattogli scivolare nella lasca e, ri¬ 
torno frequente, la memoria di qualche raman¬ 
zina sorbita insieme. 

Una delle ultime scene che gli erano rimaste 
impresse si riferiva al giorno dei morti, il due 
novembre, Tutta la famiglia era riunita intorno 



— 61 — 


al gran fuoco della cucina attendendo la bolli¬ 
tura delle castagne e nell’attesa recitava il ro¬ 
sario. Era quello un momento solenne in cui 
Kosalba dedicando la preghiera ai suoi poveri 
morti sembrava sorgere dalle grette preoccupa¬ 
zioni quotidiane per vestire una solennità di 
pensiero che la ingrandiva. Non era ogni cosa 
morta per lei? Da quando al fonte battesimale 
le avevano regalalo il primo, forse l’unico com¬ 
plimento, chiamandola a un punto solo rosa c 
alba, che mai di buono aveva trovato nella vita? 

Un ora d amore, se pure era stalo amore, e poi 
più nulla. La sua persona secca negli abili ve¬ 
dovili era la perfetta immagine della sua mente 
c del suo cuore, ond ò che nessuno l’amava. 

Ma non era essa anche una grande infelice? Ip¬ 
polito la osservava alla luce della fiammata che 
per quanto vivida non riusciva a estrarle nes¬ 
suna scintilla, tranne che dalle perline di ac¬ 
ciaio rilucenti sull orlo de’ polsini neri; e un 
sentimento nuovo, un sentimento d’anima ma¬ 
tura che intuisce i misteri dell’ai'flizione si fa¬ 
ceva strada in lui; sentimento profondo di pietà j , . ' 

per la povera donna dalla mente piccina e dal 
cuore arido incapace di fare il male quanto di 
fare il bene. Proprio in quel momento, reci¬ 
tando il trentesimo requiem, una grande stan¬ 
chezza le apparve sul volto e la corona del ro¬ 
sario le scivolò di mano. La servetta scoppiò a 



— 02 — 


ridere in un modo cosi sciocco che Ippolito si 
senti ferito in quel suo sentimento nuovo ed 
insieme gli parve che una barriera sorgesse im¬ 
provvisamente a dividerlo da lutto ciò che era 
stalo il suo passato. 

Non lo si vide più d allora scherzare colle 
servette nè trastullarsi e ridere di ciò che an¬ 
cora faceva ridere i suoi coetanei. La trasforma¬ 
zione iniziala per un subito risveglio di sensi¬ 
bilità continuò il lavoro occulto di dirozzare i 
suoi nervi. Divenne più schivo, più difficile nei 
gusti, più insofferente anche e più malinconico. 
Sentenziava Remo : — E il passaggio dall'uno 
all’altra età. 

Ma il grande problema rimaneva lo stesso : 
Che cosa avrebbe fatto? Quella specie di indo¬ 
lenza che aveva sempre paralizzato l’ingegno di 
Ippolito non accennava a sparire. Romolo e 
Remo discutevano tutti i giorni il suo avvenire 
senza che egli vi prendesse parte attiva, indif¬ 
ferente alla carriera degli impieghi ed a quella 
dell’insegnamento fra cui sembrava pendere la 
scelta. Il gusto per la musica che non lo aveva 
totalmente abbandonato e qualche relazione fat¬ 
ta a Bergamo coi frequentatori di quel Conser¬ 
vatorio lo consigliarono a prepararsi per un 
posto di organista, senza che per altro egli vi 
si accalorasse troppo. Tutto era dunque in so¬ 
speso, quando gli capitò la coscrizione milita- 



-. 

— 63 — 

re. I suoi zii, d'accordo questa volta, gli fecero 
lare non senza qualche sacrificio l’anno di vo¬ 
lontariato, e così partì. 

Vide Firenze, vide Roma. Egli scrisse a casa 
che gli sembrava di sognare. La verità era che 
tra le sorprese non tutte piacevoli della caser¬ 
ma ebbe la fortuna d’incontrarsi con un amico 
intellettuale che lo iniziò al gusto dell’arte e 
della poesia, così che le passeggiate fatte in¬ 
sieme nella Città Eterna furono per Ippolito 
meglio che un corso di studi superiori. Quanti 
slanci sublimi sollevarono il petto dei due gio¬ 
vani dalle alture del Gianicolo guardando giti 
1 immensità di Roma! Partito ignorante, tornò 
coll animo aperto al divino sentimento della bel¬ 
lezza. Ma rientrando nell’angusta vita domesti¬ 
ca l’antica incertezza lo riprese davanti alla 
scelta di una carriera. Da quel po’ di esperiènza 
falla gl’impieghi gli erano venuti in uggia, e la 
prospettiva di trascorrere lutila quanta l’esisten¬ 
za a correggere compiti non gli sorrideva più, 
poi che era riuscito a comprendere di non ave¬ 
re la pazienza di zio Remo. Procedendo con 
questo sistema di eliminazione si trovò da capo 
alla carriera musicale. Dovendo finalmente uc¬ 
cidersi per qualche cosa si inscrisse al Conser¬ 
vatorio di Bergamo, senza soverchio entusia¬ 
smo, ma attratto dal lato poetico di una profes¬ 
sione clic lo avrebbe conservato in un ambiente 
d’arte. 



Nel rivedere Bergamo, dopo le iniziazioni di 
Firenze e di Roma, Ippolito comprese per la 
prima volta quanto fosse bella la sua città. Ar¬ 
rivando tutte le mattine a piedi dal cascinale, 
la vaghissima gli sorrideva dall’alto del colle, 
protendendo le braccia quasi ad un amplesso; 
ed era così luminosa nella cornice verde dei 
bastioni, colle sue torri antiche, coi pensili 
giardini, che egli si domandava come mai non 
se ne fosse accorto negli anni addietro. Andava 
pure a rivedere i monumenti e le chiese con 
animo nuovo, cercando di rivivere in quel pas¬ 
salo medioevalc clic appare in alcuni punti con 
una straordinaria potenza dì suggestione, pre¬ 
sente ancora nei neri palazzi e in certe viuzze 
solitarie fiancheggiate da conventi, in certi miri 
nerastri incrostati di affreschi, a. cui il tempo 
ha conferito vaghi contorni di apparizione. 
Santa Maria Maggiore lo accoglieva in occa¬ 
sione delle feste solenni, quando l’organo suo¬ 
nava a distesa sotto le volle magnifiche illu¬ 
strate da Luca Giordano, tra l’oro pallido dei 
capitelli. Egli andava a collocarsi di fianco al 
grande arazzo centrale in vista del monumento 
di Donizetti e lasciava che la sua. fantasia si 
imbevesse della solenne poesia del tempio. 

Mille visioni gli ondeggiavano allora nella 
mente, visioni di gloria e d’amore, confuse in¬ 
sieme in un grande barbaglio di luce, dove i 




profili vanivano; sogno delizioso, dolce mirag¬ 
gio crealo da uno slato d’animo che solo i ven¬ 
tanni possono dare col tesoro intatto dei loro 
entusiasmi, pari ad uno stuolo di aspettanti efe¬ 
bi sulla soglia di un giardino dove ogni albero 
fosse fiorito. In quelle ore divine il tempio rap¬ 
presentava a’ suoi occhi l’asilo della pace e del¬ 
la bellezza; ascoltando i suoni dell’organo, se¬ 
guendo il volo degli angeli dipinti, tutte le ma¬ 
terialità della vita erano così lontane da lui che 
veramente gli sembrava di essere uno dei pre¬ 
destinati a recare sulle miserie della terra 1 ! 
raggio dell’arte. L’impeto era violento, la per¬ 
cezione acuta, irresistibile il bisogno; ma quan¬ 
do dai regni della visione egli voleva discen¬ 
dere e concretare il suo desiderio in un’opera 
sensibile la sottile trama gli si spezzava fra le 
dita. Il dio occulto non era nato ancora. 


V. 

La lettera. 

Era stata veramente una imprudenza quella 
di scendere, contro i consigli del medico, e il 
tenero Remo ebbe ragione di spaventarsi quando 
vide sulla soglia Ippolito, bianco come un morto. 


Neera, Una passione. 


B 




— 66 — 


Lo stesso Romolo, il quale ostentava in ogni 
occasione lo spirilo forte, fu colpito dal pallore 
del giovane che si reggeva a stento. 

— Quale follia! — disse; perchè anche 1 
moti spontanei della compassione gli uscivano 
in forma di rimprovero, senza di che gli sareb¬ 
be parso di menomare la sua forza. 

—■ Non ne potevo più — rispose Ippolito 
semplicemente, lasciandosi cadere sulla sedia 
che Remo gli aveva accostalo. — E già un mese, 
lo sapete! 

— Oh se lo sappiamo! 

11 giovine teneva un braccio al collo e sul 
volto gli si vedevano gonfie e vermiglie ancora 
le traccie delle bruciature riportate nella notte 
fatale dell'incendio. 1 capelli rasi, i baffi e le 
sopracciglia bruciacchiate contribuivano ad al¬ 
terargli la fisonomia per modo che Romolo 
guardandolo fisso tornò a dire: 

— E bello non sei diventato. 

— Il dottore — si affrettò a soggiungere Re¬ 
mo — ha promesso che guarirà perfettamente. 

Rosalba e la servetta vennero esse pure a 
contemplare il redivivo. Remo suggerì che oc¬ 
correva riconfortarlo un poco c poi persuaderlo 
a ritornare nel suo letto. 

Ippolito guardandosi in giro con la speciale 
compiacenza dei convalescenti fermò l’occhio 
sui noti oggetti che gli apparivano in sembian- 



— 67 — 

za di vecchi amici ritrovati: le sedie ricoperte 
di cuoio, la libreria, l’attaccapanni, la lucerna 
con la sua gonnella di carta verdina e una per- 
lichetta appoggiata in un angolo, la quale par¬ 
ticolarmente lo fece sorridere ricordando l'uso 
a cui era destinata; cioè di sciogliere il piccolo 
panneggiamento della finestra che si impigliava 
regolarmente nei vetri quando era il caso di 
aprirli o di chiuderli. La pertichetta era stata 
un’idea di Rosalba. 

— Come ti senti però? 

— Bene, zio Remo, bene. 

Ma impallidiva. 

— Orsù. È meglio tornare a letto. 

Romolo lo prese attraverso la vita con le 
sue braccia poderose costringendolo ad alzarsi. 
A malincuore il giovine si lasciò trascinare dal 
colosso, confortato da Remo che andava di¬ 
cendo : 

— E per il tuo meglio. La scossa che hai ri¬ 
cevuto è stata forte e bisogna andar cauti. Poco 
per volta. Abbi pazienza. 

In cucina la servetta gli pose in mano la let¬ 
tera. 

Ma Ippolito aveva presunto troppo dalle ri¬ 
sorse della sua gioventù e fu meravigliato della 
spossatezza che lo prese di ritorno in camera. 
Cacciandosi sotto le lenzuola ebbe un brivido. 
Fuori dell’uscio Remo, che era salito ad accom- 



— 68 — 


pagnarlo, gli gridò ancora : — Copriti bene! — 
e udì dal basso la voce agra di Rosalba la qilale 
borbottava : — Purché non faccia una rica¬ 
duta! 

Tutto ciò non era allegro. Ippolito comprese 
in quel momento più viva che mai la tristezza 
della sua solitudine morale che gli creava un 
bisogno insoddisfatto di carezze e di parole 
dolci, di una dolcezza che non fosse quella in¬ 
genita di Remo, uguale per lutti. Oh! un bacio 
— di chi? — non lo sapeva, ma un bacio ar¬ 
dente sulla sua fronte, per lui, tutto e solamente 
per lui!... 

Voltandosi vide la lettera. La prese, la guar¬ 
dò, non riconoscendo la scrittura. Il sesto era 
simpatico, la carta lìlogranala di una tinta pal¬ 
lida di avorio, l’inchiostro nerissimo. Il suggel¬ 
lo di ceralacca color di viola recava impresso 
un solo monosillabo : Se. 

Durante il periodo acuto della sua gloria egli 
aveva ricevuto dei fasci di lettere : lettere di 
amici, di condiscepoli, di curiosi, di oziosi, di 
vanesii, di incettatori d’autografi, di giornalisti 
che lo invitavano a descrivere la scena dell’in¬ 
cendio e del salvataggio quasi miracoloso, e, 
infine delle persone salvate che gli offrivano la 
loro riconoscenza; pure una lettera come quella 
non gli era giunta mai, ne era sicuro. 

Per un senso inesplicabile sorto in quel uno- 



— 69 — 


mento istesso, intuizione o presentimento che 
fosse, speranza folle o vago terrore, o semplice 
ansia dell’ignoto, egli esitava ad aprirla. L’ora 
era troppo mesta perchè quella lederà che sem¬ 
brava averlo chiamato con una misteriosa forza 
di magnetismo, traendolo, nuovo Lazzaro, dal¬ 
la specie di sepolcro dove giaceva da tanto tem¬ 
po, non dovesse esercitare sulla sua sensibilità 
un’acuta impressione dove sentimento e fanta¬ 
sia lavoravano insieme. Gli veniva dunque dal 
mondo, dal gran mondo ignoto e lontano, una 
voce? 

Alzò la lettera contro la fiamma della can¬ 
dela senza che nulla trasparisse; se l’accostò 
al volto, ma non avvertì nessuno dei soliti pro¬ 
fumi commerciali, benché fosse invasa da un 
sottilissimo effluvio proprio degli oggetti fem¬ 
minili chiusi negli stipi odoranti di legni lini e 
di fiori freschi. 

Sorse a sedere sul letto. Non aveva più fred¬ 
do. Con un movimento affatto giovanile ricacciò 
indietro le coperte. Fu un lampo. Si ricompose, 
si riadagiò girando la lettera fra le mani per 
vedere da qual parte avrebbe potuto aprirla la¬ 
sciando intatto l’enigma del suggello. Sul ta¬ 
volino da notte c’era un piccolo cucchiaio; lo 
prese e ne introdusse delicatamente la parte 
sottile in un interstizio della busta. Ancora un 
istante di esitazione. Che mai, che mai lo aspet¬ 
tava? Crac! La busta spaccala gemette. 



— 70 — 

Non così un ladro od un innamorato procedo 
cauto sul sentiero di un violato giardino conio 
Ippolito ritirò dalla busta il foglietto e delicata¬ 
mente lo aperse. Un’anima forse vi slava rin¬ 
chiusa? Segnava in quel momento il destino 1 ora 
decisiva della sua vita? Egli avvertì come un 
soffio misterioso. Pallido, raltenendo il respiro, 
lesse : 


« Signore , 

« Una persona che si è interessala vivamente 
al terribile incendio del 26 gennaio per la parte 
generosa che Ella vi ha sostenuto, desidera sar 
pere se le conseguenze cessarono dall’essere per 
Lei così dolorose come apparivano nei primi 
tempi. Le notizie contraddittorie dei giornali 
esaltano, invece di calmare, il mio spirilo. Vor¬ 
rebbe essere tanto gentile da comunicarmi di¬ 
rettamente una parola? La domanda è indiscre¬ 
ta, lo so, e ne chiedo scusa; ma vi sono dei sen¬ 
timenti cosi spontanei e cosi vivi che non si cu¬ 
rano delle convenienze. Tale è la mia ammira¬ 
zione per il suo coraggio. 

Lilia 

« Fermo in posta — Milano. » 

Depose il foglietto aperto sulla rimboccatura 
del lenzuolo e lo guardò nello stesso modo che 
si guarda una fìsonomia nuova. Senza essersi 




— li¬ 
mai interessato di grafologia. Ippolito non po¬ 
teva sfuggire all’impressione spontanea e af¬ 
fatto naturale che desta in ognuno di noi l’aspet¬ 
to di quei segni che si ricongiungono immedia¬ 
tamente per mille indizi ad una volontà. Più lo 
scrittore è ignoto meglio lo si cerca nella sola 
rivelazione concessa, la sua scrittura. 11 carat¬ 
tere, l’educazione, qualche volta perfino l’aspet¬ 
to fìsico escono meravigliosamente dalle parole 
scritte : una lettera al pari di un volto può riu¬ 
scire attraente o ripugnante, perchè la lettera, 
come la voce, come lo sguardo, come il riso, 
come il pianto, come il passo, come Tonifica, 
se non è tutta la persona, è però della persona 
una emanazione diretta che difficilmente in¬ 
ganna. 

La scrittura che egli aveva davanti agli oc¬ 
chi, semplice e chiara, presentava un tutto in¬ 
sieme nitido con assenza assoluta di svolazzi, 
molto spazio fra le linee tracciate con mano fer¬ 
ma e nessuno di quegli uncini così sgradevoli 
nella loro laidezza rivelatrice di ignobili istinti. 
Le parole non troppo inclinate indicavano forse 
che l inlelligenza soverchiava la sensibilità, ma 
alcune finali prolungate oltre il consueto da¬ 
vano pure indizio di animo generoso. La firma 
sopratulto era caratteristica per l’altezza spe¬ 
ciale delle due elle conferenti a quel nome di 
donna una eleganza straordinaria. 



— 72 — 


Lilia! — ripetè Ippolito a voce alta ; er 
udire il suono di quelle sillabe così leggiadra¬ 
mente aggruppate — e gli parve un suono dui 
cissimo, morbido come una brezza che scuola 
sovra un alto stelo il calice profumato di un 
fiore. — Lilia! 

Era un nome affatto sconosciuto, che non si 
ricongiungeva a nessuna reminiscenza nè di 
persone, nè di libri, un nome non udito mai. 
nuovo eppure non straniero, quale veste entro 
cui palpitasse un corpo lungamente vagheg¬ 
giato. 

Chi poteva mai essere? 

Tornò a prendere in mano il foglio e lo ri¬ 
lesse attentamente, sembrandogli di notare nelle 
prime lince una intenzione di impersonalità che 
andava man mano scomparendo fino alla di¬ 
chiarazione finale ed alla firma, sicura, slan¬ 
ciata, escludente il sotterfugio dell’anonimo. 
La spontanea accusa di indiscrezione ed il 
perdono richiesto indicavano una natura deli¬ 
cata, mentre la sicurezza dello stile non lasciava 
dubbio sulla educazione della scrivente. 

Una donna, una lanciulla certamente; bel no¬ 
me, mollo entusiasmo, molta franchezza — cosi 
concludeva Ippolito ricacciando la lettera nella 
busta — ma chi sarà mai? 

Le tre parole ferma in posta si potevano in¬ 
terpretare in diversi modi. La signorina non 


era libera; oppure non voleva svelare il suo 
nome; oppure sotto l’apparente disinvoltura vi 
era un ritegno pudibondo di fanciulla che pur 
osando teme... L’ambiente provinciale in cui 
era cresciuto Ippolito favoriva lo sviluppo di 
questo tipo primitivo. 

Una pura fanciulla! Non era questa la forma 
più concreta del suo sogno? A chi aveva egli 
mai pensato nei mattini di primavera vagando 
sotto i castani fiorili delle Mura di Bergamo, 
se non ad un fresco viso sorridente accanto al 
suo, a un fresco cuore che palpitasse contro il 
suo braccio? E nelle estasi un po’ mistiche del¬ 
la chiesa, quando l’organo di Santa Maria Mag¬ 
giore lo trasportava fuori della realtà, non era 
ancora una bianca fanciulla clic egli vedeva 
fluttuare fra le nuvole dell’incenso o prendere 
parvenza di vita nelle figure evanescenti dell’a¬ 
razzo antico? 

Egli era giovine, egli era giovine. Il succo 
meraviglioso dei veni'anni scorrendo nelle sue 
belle membra virili chiedeva ad aitai voce la co¬ 
rona della fioritura. Presagiva egli qualche co¬ 
sa al di là? Forse, in certi momenti; ma tutte 
!e sue forze tumultuavano ora nella tempesta 
della preparazione, e qualunque fosse la meta 
non la vedeva, non poteva vederla attraverso 
la visione persistente del desiderio giovanile. 

Lilia! Gli parve di scorgere un fascio di ro- 



— 74 — 


se bianche, di gigli bianchi, di bianchi narcisi 
odoranti lievi, di serenelle bianche sfrangiate 
in una caduta di petali pioventi intorno al suo 
guanciale di convalescente. Chiuse le palpebre 
sotto un onda di voluttà dolcissima. 

Delle (ante fanciulle salvate la notte dell’in¬ 
cendio una forse gli scriveva? Tale supposizione 
affacciatasi un istante alla sua niente fu subito 
rimossa. La fanciulla avrebbe anzitutto parlalo 
di sè stessa. Ippolito fu quasi licio di concludere 
che ciò non poteva essere, perchè quelle po¬ 
vere educande acerbe ed un po’ goffe non gli 
suscitavano nessuna immagine seducente; ma 
poeva essere una sorella od una amica. Ad o- 
gni modo la lettera veniva da Milano c doman¬ 
dava risposta a Milano. 

Risposta? Ecco una cosa che sembrava mol¬ 
lo difficile. Che dire? In qual modo? E perchè? 
Decise di non pensarci oltre per quella sera. 
Soffiò sul lume e si voltò dall’altra palle. 

Ma le pendole incominciarono allora a suo¬ 
nare in coro e Ippolito che doveva pure esservi 
abitualo, perdette subito l’invito al sonno, l’oc 
toc - tee tee - Un lin - dvilin din din; e con la 
sveglia tacevano tulle insieme un baccano in¬ 
diavolalo. Mai avevano fatto tanto baccano. Che 
cosa si narravano proprio in quella notte? Ip¬ 
polito le ascoltò suo malgrado linchè tacquero, 
contando cinquanlatrè ore suonate pazzesca- 



— 75 — 


mente dalla pendola di Paolo e Virginia che 
aveva tratto tratto questi capricci incomprensi¬ 
bili. — Fanno forse all’amore — pensò Ippolito 
rivedendo al buio con l'immaginazione le due 
figurine di bronzo abbracciate sotto la foglia 
di palma. E rise. 

Perchè gli venne in mente improvvisamente 
il passaggio degli Ebrei attraverso il Mar Ros¬ 
so? Non vi era alcun nesso logico fra le due 
idee, e in verità dovette riconoscere che non 
gl importava nulla delle avventure degli Ebrei, 
il coro del Nabucco alla buon’ora, quello ave¬ 
va una certa ragione di opportunità : « Va' pen¬ 
siero sull ali dorate ». Ma perchè dorate?... Cer¬ 
cò di raffigurarsi leffelto di due ali color di 
oro. Già. La chioma di Berenice! Che c’entrava 
adesso la chioma di Berenice? Magnifica, senza 
dubbio. Portavano capelli finti le antiche dame 
romane? Forse Cleopatra no. 1,450,000,000? 
Sarà vero che la popolazione del globo ascen¬ 
de a tanto? Che lunga, lunga, lunga fila di uo¬ 
mini! Quei giornali d’America le sanno tulle. 
Voglio imparare l’inglese. 

— Dalli al gatto! 

Questo -grido singolare interruppe le diva¬ 
gazioni febbricitanti di Ippolito. Era Rosalba 
la quale dormendo nella camera attigua sogna¬ 
va di uno de’ suoi nemici famigliari. Ippolito 
vide anche lei, come già aveva viste le figurine 



— 70 — 


della pendola, con l’immaginazione eccitata : 
Rosalba, stesa nel suo vedovo letto, un fazzo¬ 
létto giallo annodalo sui pochi capelli grigi, la 
bocca aperta, un cero pasquale appeso al muro 
e, sotto, il ritratto del defunto marito in una 
di quelle fotografie vecchie cosi tristi a vederci 
e così brutte. 

— Povera donna! — pensò ancora Ippolito. — 
Chi sa se sarà stata ai suoi giorni un po’ pia¬ 
cente. Non crederei. 

Irritato dalla veglia, volle provarsi a dormi¬ 
re ad ogni costo. Aveva letto in qualche luogo 
che ciò si ottiene aprendo e chiudendo succes¬ 
sivamente le palpebre per trenta o quaranta 
volte, ma si stancò gli occhi senza ottenere lo 
scopo. Ancora mille immagini scomposte ven¬ 
nero ad assediarlo : paesaggi, racconti, memo¬ 
rie, visioni, storia, romanzo; un profilo, un smi¬ 
no, il colore di un abito femminile, l’eco di 
una risata di amici; tante cose lette, scritte, 
vissute, sognate, inventate li per lì con una f e- 
ga insolita che aveva della rivelazione e della 
allucinazione insieme. 

E poi tornò a pensare alla lettera ricevuta, 
meravigliato di sentirsi fluire alle labbra in 
comparibili parole di risposta, con una abbon¬ 
danza, una chiarezza meravigliosa. Tutta la 
risposta gli sorse così finita nelle cellule della 
mente senza fatica, senza pentimenti. La seri- 



verebbe così, al mattino, subito appena desto. 
Intanto però bisognava dormire. Pazienza che 
il tempo dell insonnia non era stato sprecato 
poiché la risposta era pronta. Firmerebbe sem¬ 
plicemente Ippolito? No non conveniva. Mu- 
glio era Ippolito Brembo lutto intero. Dormire 
intanto, dormire... 

Col lenzuolo buttato sulla faccia per concen¬ 
trarsi meglio, egli serrò gli ocelli disperatamen¬ 
te; e quando credette di avere raccolto un po' 
di sonno, mentre gli sedava il cuore nelle prime 
dolcezze dell’oblio, il canto di un gallo lo fece 
sobbalzare. L’aJbaI 

Affranto dalla veglia si chetò finalmentet quan¬ 
do il sole era già alto e dormì parecchie ore di un - 
sonno profondissimo, pesante. Al suo risve¬ 
gliarsi vide seduto ai piedi del letto lo zio Be¬ 
ino che lo contemplava con una ciera compunta. 
Romolo intanto caricava le pendole. 

— Ha la febbre... 

— Non c era da aspettarsi altro dalla bra¬ 
vata di ieri sera. 

— Benedetta gioventù! Vuol proprio sempre 
pagare la propria esperienza. 

Quantunque Remo avesse pronunciato que¬ 
ste parole con un tono mansueto e pieno di in¬ 
dulgenza, Romolo non accettò il la offerto dal 
fratello e rizzando tutte le sue punte di uomo 
malcontento rispose: 




Mi sembava che a bruciacchiarsi mezzo 
fosse già stata una bella paga per il suo sen¬ 
timentalismo e a starsene a letto per oltre un 
mese c’era anche la buona misura. Vuol dare 
la mancia adesso questo gran signore? 

— Eh! eh! — lece Remo mostrando di gu¬ 
stare lo scherzo, come faceva sempre per pa¬ 
cificare l’animo del fratello. •— Eh! eh! 

La faccia del buon maestro, attraverso abili¬ 
tà di mimo trovò modo di distendere un sorriso 
sull espressione desolata che gli produceva lo 
scoperta della febbre; il risultato dovette esser 
buono perchè anche Romolo sorrise rimettendo 
la campana di vetro su Paolo e Virginia. 

Ippolito, accovacciato sotto le lenzuola, si 
sentiva la testa pesante e vuota nello stesso tem¬ 
po, il palato secco, le membra dolenti. Seguiva 
cogli occhi macchinalmente i movimenti di Ro¬ 
molo che grande e grosso com era oscurava 
tratto tratto o luna o l’altra delle finestre. 

— Piove ancora — disse il colosso. 

Remo pensò che non avrebbe neppure in 
quel giorno potuto servirsi del suo ombrello 
nuovo senza grandi contrasti al pian terreno, 
essendo una opinione di Rosalba che fosse pec¬ 
cato sciupare gli ombrelli nuovi quando piove. 

— Tornerai presto, zio Remo? 

— Se mia moglie me lo permetterà — ob- 
bieltò Remo colla dolce e innocente malizia 


— 79 — 


delle sue pupille rotonde. Sua moglie , in lin¬ 
guaggio lìgurato, era la scuola. 

l’unto e a capo — disse Romolo tastando 
nel passare a canto al letto la fronte del gia¬ 
cente. — Ne avremo per un altro mese. 

— No, no; speriamo di no! — si affrettò a 
rispondere Remo, fiducioso nell’influenza de¬ 
gli auguri. 

I due fratelli uscirono insieme. Ippolito ri¬ 
masto solo volle scrivere subito la lettera. Sen¬ 
tiva che il mal di testa si avvicinava a gran 
passi e gli sembrava di guadagnar tempo. Già 
non era questione che di poche parole. Saltò 
giù a prendere il calamaio, la penna, la carta; 
rabbrividiva di freddo, ma non ne fece caso. 
Son poche parole : Signorina. 

Colla penna levala cercò la parola seguente, 
quella bella parola che incominciava la lettera, 
dietro la quale tutti gli altri periodi scorrevano 
lisci come fiume di latte. Che parola era? 

Tornò a bagnare la penna; rilesse in cima 
al foglio nitido: Signorina. Aggiunse un punto 
esclamativo, così : Signorina! Ma la parola non 
veniva; nè quella, nè alcun’altra. Egli l’aveva 
pure scritta tutta col pensiero una letterina bre¬ 
ve ed elegante che non diceva nè troppo nè po¬ 
co, che era gentile e dignitosa insieme. Dove 
era fuggita? In quale angolo remoto della me¬ 
moria? Ah! Un momento gli sembrava di af- 




— 80 — 


ferrare a volo il motivo generale, ma anche 
quello fuggiva, gli si scioglieva nel cervello con 
un inconsistenza di bolla di sapone, con un fru¬ 
scio vano di falena che balte l’ala contro il lu¬ 
me acceso. Nulla! Non trovava più nulla. 

Si strinse la fronte nelle palme con una vio¬ 
lenza di concentrazione che parve spezzarglie¬ 
la. Nulla! 

Allora fece una pallottola del foglio di carta, 
la scaraventò in fondo alla camera, e colle •na¬ 
ni diaccie, le tempie di fuoco, i denti che bat¬ 
tevano, si cacciò disperato e vinto sotto le coltri 


IV. 

CORRISPONDENZA. 


1° aprile. Dovrei mettermi in ginocchio a 
vergare queste righe, le prime che le rivolgo, 
o lata gentile (non so come chiamarla diversa- 
mente), per spiegare le ragioni di un silenzio 
che le sarà parso inqualificabile. Pensi sola¬ 
mente questo: sono stato otto giorni in delirio. 

Quando mi giunse la sua lettera credevo di 
entrare in convalescenza, mi tenevo sicuro di 
risponderle subito per ringraziarla dell’interes- 
se pietoso; le scrissi anche, sono sicuro che le 




scrissi, ma non trovai più la lettera. Soprag¬ 
gi unse poi la febbre che mi tolse i sentimenti 
e mi tenne per parecchio tempo in pericolo di 
vita. Queste cose gliele dico per mia giustifica 
/.ione, non per accrescere la sua pietà, quari 
lunque da essa io abbia avuto le più pure gioie, 
forse, della mia giovinezza. Quel fiore che mi 
giungeva tutti i giorni chiuso in una busta i- 
dcntica a quella della prima lettera, muto, ep¬ 
pure eloquente, in quale giardino ideale era 
stato colto? Oh! ella non saprà mai il bene che 
mi ha failo venendo tutti i giorni a visitarmi 
cosi silenziosa, invisibile e discreta! Mi doman¬ 
do se vale la pena di guarire quando riacquistan¬ 
do la saluto dovessi perdere la dolcezza della 
sua compassione. 

Ma guarito non sono ancora, la prego di 
rammentarlo. Ho voluto solo dedicare a lei la 
mia prima ora serena. 

Ippolito Brembo. 

10 aprile. Signorina, le scrivo confuso, tre¬ 
mante, pieno di dubbi. Ella è sitata cosi buona 
con me che non lo potrò dimenticare mai. Ma 
forse l’ho offesa? La mia lettera fu dunque co¬ 
sì disgraziata da togliermi d’un tratto una pro¬ 
tezione che mera parsa il più bel dono della 
viLa rinascente? il suo silenzio me lo fa teme¬ 
re. Se così fosse la scongiuro a perdonarmi. 


Nkera. Una passione . 


6 



— 82 — 


Subirtò quel qualsiasi castigo che ella vorrà 
infliggermi, ma mi perdoni e me lo dica. 

Ippolito Brembo. 

12 aprile. No, signore, ella non mi ha offesa 
menomamente; non capisco neppure in qual 
modo possa averlo pensato. Deve essere molto 
giovane. 

Io ho seguilo ansiosamente le notizie che i 
giornali recavano della sua ricaduta; poi ve¬ 
dendo tante violette in giro insieme a qualche 
altro fiore primaverile giudicai che dovessero 
farle piacere e per questo gliele mandavo, ma 
senza aver di mira nessuna riconoscenza. 

Sono felice che ella si trovi in via di guari¬ 
gione e non voglio nemmeno credere ai com¬ 
menti della Gazzella nuova il cui direttore, mio 
amico, è una bravissima persona, ma che non 
c sempre bene informato. 

Lilia. 

14 aprile. Ila ella mai provalo, signora, la 
tristezza di certi mattini, quando non le nuvo- 
le in cielo, non le persecuzioni degli uomini, 
non le materialità di dolori terreni, ma una 
intima inesplicabile veggenza ci fa* presagire 
una giornata infelice? La conosce, lei, la tri¬ 
stezza che non ha nome, grigio fantasma sorto 
all’ improvviso per 1’ urto di una parola, di un 



— 83 — 


sogno, meno ancora o più ancora, per ciò che 
l'anima sente di fatalmente sospeso fra noi e 
l’ora? E non è nemmeno ciò che vorrei dire; 
se vi fossero parole per esprimerlo potrebbe 
questo strazio uscire dal mio petto : ma le pa¬ 
role non esistono o io non le conosco. 

Devo ringraziarla per la sua lettera quan¬ 
tunque fosse una lettera cattiva, ben diversa 
dalla prima, ben diversa da quei teneri messag¬ 
gi fioriti che tanti soavi sogni addussero al 
mio capezzale. Sono giovine, ò vero. Ella 
sembra chiedermelo in modo ironico, ed io le 
rispondo col cuore gonfio di lagrime. Sì, se 
essere giovine vuol dire credere, sperare, a- 
mare il fantasma ideale, inseguire la visione a- 
lala, darsi tutto e prodigarsi tutto, io sono gio¬ 
vine. 

La ringrazio ancora dei fiori che ella mi 
mandò durante la mia ultima malattia, ma non 
oso offrirle più una riconoscenza della quale 
non saprebbe che fare. 

Può dire, se crede, al suo direttore della 
Gazzetta nuova che le conseguenze dell’incendio 
mi tennero bensì a letto due mesi, ma che non 
sono rimasto nè storpio, nè cieco, nè cretino, 
come egli ebbe la bontà di scrivere. 

I miei rispetti, signora. 


Ippolito Brembo. 



— 84 — 


76 aprile. Signore, ella ha tanto spirito e 
tanta fierezza quanto ha di cuore. Tocca a me 
questa volta chiederle scusa. Lo faccio, come 
vede, senza por tempo in mezzo perchè mi dor¬ 
rebbe di restare nella sua memoria sotto un 
aspetto che se è stato per un momento il mio, 
non è però tutta me. A tanta distanza e senza 
conoscerci mi sarebbe difficile darle una spie¬ 
gazione della mia sciocca lettera, ma nutro fi¬ 
ducia ch'ella vorrà assolvermi in ispirilo senza 
esigere una confessione clic mi diminuirebbe 
troppo. 

Ella mi ha parlalo della tristezza di certi 
mattini. Io le dirò : conosce l’ora misteriosa 
che non ha punto fisso nella giornata, che è 
sempre calda anche nella stagione del gelo, I o- 
ra profetica, l’ora dolce, l’ora santa in cui ci 
è dato di vedere a nudo una bella anima? Si 
svolga poi l’avvenire come Dio vorrà. Basta 
quell’ora per rischiarare molte tenebre. 

Gradisca la mia primiera ammirazione mol¬ 
tiplicata per mille. 

Lilia. 

P.S. Voglia dirmi se ora sta proprio bene. 

22 aprile. Chi disse essere il poscritto la par¬ 
te più importante di una letlera aveva forse ra¬ 
gione. Non so se avrei risposto alla sua gen¬ 
tilissima del giorno sedici, poiché con essa si 






— 85 — 


poteva credere « l’incidente esaurito ». come di¬ 
cono i giornali; ma quel piccolo poscritto mi 
fa ardito a pensare che ella si interessi ancora 
alla mia umile persona e m’impone il dovere 
di soddisfarla. 

Sto proprio bene, salvo qualche cicatrice 
sulle mani, sulla spalla e sopra una guancia, 
ma temporanee. Anche i capelli, clic avevo ra¬ 
sati fino alla radice, spuntano più densi di prima 
se fosse possibile. Le forze sono tornate e con 
esse la volontà di lavorare: spero fra pochi gior¬ 
ni di riprendere le lezioni al Conservatorio. Ho 
dunque finito di essere un personaggio interes¬ 
sante. Ripiombo nella mia oscurità. 

Tn seguito a tale dichiarazione ella ha tutto 
il diritto di ritirarmi una benevolenza fondala 
sopra un momento di entusiasmo che io non 
ho purtroppo la facoltà di prolungare. Ella è 
senza dubbio una creatura privilegiata, una si¬ 
gnorina buona, gentile, forse bella ed io non 
sono e non sarò mai altro che un povero or¬ 
ganista. 

Le presento i miei rispetti. 

Ippolito Brembo. 

25 aprile. Signore : incomincio a scoprire in 
lei un difetto molto grosso: l’orgoglio. Fatal¬ 
mente è proprio il difetto che amo. 

Ah! lei non voleva più scrivermi? E perchè? 




— 86 — 


Perchè non mi crede degna di comprenderla? 
Perchè mi suppone una creatura privilegiata, 
buona, gentile, forse bella e — questo non lo 
dice, ma si legge tra le righe — un po’ vana? 
Potrei risponderle con le parole di Margherita: 

lo non son damigella 

Nè bella... 

Buona poi, buona veramente, nel significato 
allo della parola, ho cercato qualche volta di 
esserlo; ma o l’ideale troppo lontano o le forze 
troppo deboli o gli istinti contrari o le remini¬ 
scenze fatali mi hanno reso il compito mollo 
duro. Nessun privilegio è in me, nè di nascita, 
uè di fortuna, nè di affetti. Sono sola. 

In verità non so quale forza mi spinga a 
scriverle, io che non scrivo quasi mai; ma dal 
primo momento che intesi il suo nome mi parve 
di riudirlo. Avevo forse sognato una giovinezza 
pura, un coraggio temerario, un eroismo m- 
pulsivo che si desse per darsi, senza secondi 
fini. Ella dice di rientrare ora nell’oscurità, ma 
quando si ha un’anima come la sua ripiegando¬ 
si su sè stessi si entra nella luce. L’ho cono¬ 
sciuta l'anima sua alla sua terza lettera, la 
rammenta?... ma qualche cosa è avvenuto in 
seguito per cui non mi liu più dato di ritrovare 
la stessa armonia. Ella non mi crede, è cosi! 
Vero? 



— 87 — 


E se è così, sono io che le parlo col cuore 
gonfio di lagrime, disperata della mia impo¬ 
tenza a esprimere uno dei più nobili sentimenti 
che mi abbiano mai infiammata. Tuttavia le 
serbo riconoscenza per avermi fallo provare, 
in mezzo a tanti palpiti vili che mi circondano, 
un palpito generoso. Mi dica che crede! 

Lilia. 

2 maggio. Quante rose intorno a me! Il ino 
buon zio. reduce dalla scuola con la messe pri¬ 
maverile che gli tributarono i suoi scolaretti, ne 
adornò il tavolino della mia camera. I fiori mi 
fanno pensare a lei. 

Sì, credo. Credo alla sua sincerità, anche alla 
sua bontà discussa, anche alla sua bellezza ne¬ 
gata. Credo perchè questo è un bisogno di tutte 
il mio essere. Sono un fanciullo impulsivo e sel¬ 
vaggio, crebbi senza madre, ho ventidue anni. 
La fede c l’amore si confondono nella mia men¬ 
te, talché non so neppur io quello che voglio: 
ma so che ogni cosa bella mi attira; e non solo 
il bello visibile, ma più ancora, oh! sopratulto. 
la bellezza che non si può fermare in una linea 
determinala, quella che non si vede ma che s> 
sente sparsa nel mondo per mille sottilissimi 
fili ai quali l’immaginazione sospende, pensili 
nidi, le sue chimere. Amo anche la verità, pur¬ 
ché mi si conceda di chiamare verità il profilo 



— 88 — 


che la nuvola disegna passando e che si tras¬ 
forma mentre lo guardo. Procuri lei di mettere 
insieme tutte queste idee perchè sarei dolentis¬ 
simo se non potesse comprendermi; spiegarmi 
meglio non so. 

Intanto che mi curvavo a guardare le rose un 
petalo cadde su questo foglio e ve lo lascio. Ri¬ 
spettiamo il destino. Di queste rose campa- 
gnuole nate nei rozzi orti e venute a morire sul 
tavolino di un povero studente, esso solo, il pic¬ 
colo pelalo, muta sorte. Lo segue per* un istante 
il mio pensiero pieno di visioni, ma io non so 
dove anderà a posare... Tale dubbio mi lascia 
trepido ed incerto. 

Ippoi.ito Brembo. 

/\S. D’ora in avanti mi sciva ferma in posila 
a Bergamo. 

C maggio. Signore, dice che i fiori le hanno 
fatto pensare a me: grazie del complimento. 
Per un selvaggio non ce male : dimostra per 
lo meno una grande attitudine a incivilirsi. 

Io sono oggi molto contenta. Anzi, se devo 
dire tutta la verità lo fui dal giorno 3, quando 
la posta mi recò la sua lettera. Ecco che le con¬ 
traccambio il madrigale. 

La rassicuro poi subito sulla sorte del petalo 
caduto così provvidenzialmente nel foglio : io 
ve l’ho lasciato perchè mi parve che vi stesse 




— 89 — 


bene, ma li ho poi rinchiusi entrambi — foglio 
e petalo — in una cartella dove ho già riunite 
le altre sue lettere e dove c’è molto posto... 

Davvero le sue lettere mi procurano una gioia 
fresca e graziosa come queste giornate di pri¬ 
mavera che sembrano ridare al mondo una pu¬ 
rezza antica. Mi parli di lei. E possibile che con 
tanto ingegno e tanta energia giovanile voglia 
ridursi a vegetare in una cantoria? So che ella 
ha molla disposizione per la musica. Perchè 
non viene a Milano? 11 nostro Conservatorio è 
celebre; ella ne uscirebbe con un diploma in 
seguito al quale tutte le porte si apriranno da 
sè. Se vuole posso appianarle la srada perchè 
conosco il direttore ed anche qualche maestro 
Infine mi metto tutta a sua disposizione 

Mi permetto di mandarle un volume che forse 
non conosce. Sono le lettere intime di Berlioz. 
La prego di non credermi una soverchia ammi¬ 
ratrice di Berlioz scrittore; penso anche che si 
potrebbe tralasciare di leggerle; ma le lettere 
sono precedute da una prefazione di Gounod e 
Counod mi piace sempre. Vedrà qualche punlo 
segnalo, là dove parla delle eccezioni. 

Va forse a stabilirsi a Bergamo che si fa 
mandare le lettere colà? E singolare: questa 
città non la conosco affatto. È bella? 

E suo zio, quel buon zio che le adorna il 
tavolino di rose, chi è? Mi troverà immensa- 



— 90 — 


mente curiosa, ma pensi che la curiosità non 
è quel sentimento volgare che si va dicendo. 

( Essa è il principio di tutte le grandi cose, dei 
grandi affetti come delle grandi scoperte. In 
fondo all’arte, alla poesia, alla scienza non c’è 
forse una curiosità? una curiosità tormentosa, 
febbrile, che fa star male, che strappa lagrime 
di sangue, che fa comporre la canzone di Ofe¬ 
lia e l’ultimo alilo del Rigoletlo? L’amore stesso 
non è forse la più terribile delle curiosità? 

Ma divago e mi dilungo troppo. Addio, mio 
incognito amico. 

Lilia. 

Rasqua di risurrezione. Tutta la casa è in 
festa! Mia zia Rosalba, per aver digiunalo In 
settimana santa si trovava coi nervi in rivolu¬ 
zione c faceva scontare agli altri il suo atto di 
virtù ma si è chetala oggi ed ha messo il suo 
abito di seta color Bismarck, che la ringiovanì- 
■ sce di trentanni, almeno nella data dell’alido 
suddetto e per le memorie che vi si collegano. 
Mio zio Romolo, fedele ad una vecchia abitu¬ 
dine di famiglia, ha voluto che si facesse oggi 
una colazione sommaria in cucina per serbare 
il servizio e l’appetito al pranzo solenne; anche 
la cucina oggi è cosi bella col rame lucidato di 
fresco e le fresche ghirlande di lauro! Mio zio 
Remo infine fece venire i suoi scolaretti più po- 






— 91 — 


veri e più diligenti e distribuì a ciascuno un 
piccolo regalo. Io le scrivo... ed ecco perchè 
tutta la casa è in festa. 

Abbiamo poi i peschi e i mandorli fioriti che 
ci intuonano sotto le finestre una sinfonia di co¬ 
lori; uno stuolo di rondini s’incarica dell’ac¬ 
compagnamento. Mio zio Remo assicura che 
nessun lusso è paragonabile a questo. Mio zio 
Remo è un santo o poco ci manca. Apparente¬ 
mente la sua professione è di fare il maestro; 
in realtà è quella di fare il maggior bene che 
può. 

Mio zio Romolo non è cattivo, ma non aven¬ 
do trovalo il mondo come lo desiderava lui, è 
sempre in collera con tutti. Rosalba è la vedova 
di un terzo fratello. Ella ha un’abitudine cu¬ 
riosa : quando chiama i suoi cognati separata- 
mente dice Romolo o dice Remo al pari di 
chiunque, ma se le avviene di dover pronunciare 
i due nomi insieme allora sono Romolo e Re- ! 
m-olo. Questa è la mia famiglia. 

Dimenticavo un quadrerò che sta proprio da¬ 
vanti al mio tavolino, in mezzo a due vecchie 
pendole. Il quadrello, chiuso in una cornice di 
cartapesta dorata di gentile fattura, appartene¬ 
va ad una mia cugina anziana rimasta nubile in 
seguito alla perdita del suo fidanzalo il quale 
morì tragicamen'tc per un colpo partito da un 
fucile che si credeva scarico. Mia cugina nea- 



rnò allora questo quadretto co’ suoi propri ca¬ 
pelli. Rappresenta una tomba ombreggiala da 
un salice piangente e sulla fronte si legge: 

« 

Piangi pure, o salcio amico, 

Sul desiin di F or lunato; 

E un conforto al cor piagato 
Il tuo pensile dolor. 

E le dirò che io voglio bene a quesla cugina 
non conosciuta mai tanto quanto agli altri pa¬ 
renti, cioè moltissimo. 

La ringrazio vivamente del bel volume he 
ha voluto mandarmi, certo contro i miei meriti, 
per un nuovo impulso del suo cuore caritatevole 
che interpreta i bisogni delle anime affamate. 
Lo leggerò con raccoglimento, fi d’uopo peral¬ 
tro che le tolga subito un’illusione: non so chi 
possa averle parlato del mio ingegno: le assicuro 
che nessuno finora se ne è accorto, neppur io 
La prospettiva di finire in una cantoria, che a 
lei sembra orribile, non è poi tanto brutta per 
un giovine povero, sognatore, di mediocre in¬ 
telligenza, che ahborro dal commercio, dalla 
burocrazia, della folla, e che ama invece il si¬ 
lenzio rotto solo dall'armonia dei suoni. Le 
energie giovanili cui ella allude esistono certa¬ 
mente, ma si trovano allo stato di un esercito 
senza capo. Per drizzarle ad una mèta un po’ 
più alta ci vorrebbe quell’impulso speciale che 




— 93 — 


appunto mi manca, forse quello stato « tormen¬ 
toso, febbrile, che fa star male, che strappa la¬ 
grime di sangue, che fa comporre la canzone di 
Ofelia e rultimo atto del Higolello » chiamato 
da lei « curiosità », da me « genio », e che è forse 
un’altra cosa ancora. 

Un secondo ringraziamento le devo, sentitis¬ 
simo, per l'offerta relativa al Conservatorio di 
Milano. Dopo ciò che le ho detto e della mia 
famiglia e della modestia delle mie aspirazioni 
capirà che non posso accettare. Del resto anche 
il Conservatorio di Bergamo ha tradizioni glo¬ 
riose, e se bastò a un Mayer, a un Donizelli, a 
un Ponchielli, si figuri se non devo acconlen- 
larmene io! 

No, cara signora, non vado a stani!irmi a 
Bergamo, bensì mi reco a Bergamo tutti i gior¬ 
ni per frequentare le lezioni. E una strada un 
po’ lunga, specialmente se il tempo è cattivo, 
ma questa fatica muscolare mi fa bene, poi, 
quando sono a Bergamo, prendo la funicolare 
per portarmi al Conservatorio. 

Mi domanda se Bergamo è bella? Se le di¬ 
cessi che è bellissima crederebbe ella forse a un 
entusiasmo di campanile? In verità è bellissima. r 
Immagini, dopo una successione di pianure, 
una montagna che si erge improvvisamente a 
guisa di baluardo e su questa montagna una, 
città, e ai piedi di essa una seconda città, e fra! 



— 94 — 


l’una c l’altra una fascia di viali verdi, di giar¬ 
dini in pendio, di fiori che salgono e scendono 
a gruppi, a festoni, a macchie, a cespi, incor¬ 
niciando i veroni, sbucando fra le pietre con 
una festosità di bimbi in vacanza; bianchi, ro 
sei, azzurri, biondi, quali appunto sono i colori 
della fanciullezza. Come vede, fiori, gioventù, 
luce, vita — e accanto, vecchie pietre nere, vec¬ 
chie torri, vecchie chiese, vecchi palazzi pieni 
di memorie, vecchie storie di amore e di terrore 
Bellissima, Bergamo, bellissima! Ho pensalo a 
lei, ieri, nella cappella Coileoni che fiancheggia 
la chiesa di Santa Maria. 

E con ciò finisco. Le bacio la mano devota¬ 
mente. 

Ippolito Bremdo. 

15 maggio. Perchè finire? Questo vocauolo 
non mi è mai mai parso tanto sgraziato come 
leggendolo nella cara sua lettera che avrei vo¬ 
luta lunga il doppio. Le notizie che mi dà di 
lei, della sua famiglia e della sua città le ho 
trovate interessantissime. E tutto nuovo per me 
che vivo in una città cosi diversa, priva di fa* 
miglia, senza scopo nella vita. 

Oh! ma lei non deve rinunciare alle conquiste 
dell’avvenire, sarebbe un delitto. Io sento vi¬ 
brare attraverso le sue parole un’anima calda 
e poetica, una coscienza pura, e tali doni non 






— 95 - 


possono giacere inoperosi in un giovane di ven- 
iidue anni. Forse lei stesso si ignora, forse le 
circostanze non furono lino ad ora favorevoli 
al suo pieno sviluppo. Mi lasci credere che è 
così. Ma intanto non limiti l’orizzonte davanti 
al suo pensiero. Occorre qualche volta mirare 
più in là del punto visibile per colpire nel segno. 

Contro il solito mi sento oggi molto male. 
i\on capisco che cosa possa essere, ma la pen¬ 
na mi cadde di mano. Volevo dirle tante cose!... 
Mi si oscura la vista... Addio per oggi. Le scri¬ 
verò ancora presto. 

Lilia. 

li) maggio. Gentile incognita, la sua ultima 
lettera mi lascia perplesso. Ho aspettato tre 
giorni sperando di avere qualche notizia della 
sua salute, ma incomincio ad essere agitalo. 
Come sta? Voglia dirmelo subito. 

11 suo interessamento mi commuove oltre 
quanto mi sia possibile confessare, la dolcezza 
di questa corrispondenza è tale che tremo alla 
sola possibilità di perderla, sia pure per qualche 
tempo. 

Se non può scrivermi mi mandi un cenno 
qualsiasi, un fiore ancora, un foglio, un filo, 
ma ch’io sappia, ch’io sappia! 


Ippolito. 




— 96 — 

22 maggio. Signora, signora, una parola! 

Ippolito. 


24 maggio. Un dubbio orribile mi tormenta. 
Lei, ammalata non può andare alla Posta a ri¬ 
tirare le mie ledere, ed io dove, dove la cerco? 

Ippolito. 

27 maggio. Povero amico, fu proprio cosi! 
Sentendomi poco bene, decisi improvvisamente 
di partire per la Riviera, dove stetti tulli que¬ 
sti giorni in una beatitudine che mi rese ingrata 
ed egoista. 

Tornando oggi mando subito alla Posta e le 
sue tre letterine mi fanno tanto piacere che mi 
sembra di stare ancor meglio che in Riviera. 
Tuttavia ho una quantità di affari accumulali 
che mi reclamano imperiosamente. 

Pazienza ancora. Tra poco 

Lilia. 

28 maggio. Grazie, mia buona fata! Passai 
dieci giorni in una angoscia indescrivibile, che 
non avrei mai immaginala prima di provarla. 
Queste pene peraltro ebbero il vantaggio dì il¬ 
luminarmi sulla falsità della nostra situazione. 
Ella sa chi sono io e dove sto. Io non so nulla 
di lei. 

La supplico a credere che nessuna curiosità 




— 97 — 


indiscreta mi suggerisce questa ricerca. Potrei 
a rigor di termine ignorare per sempre la sua 
essenza terrena, pago della spirituale felicità 
che mi arrecano le sue lettere; ma se per un caso 
clic è già accaduto o per altri che potrebbero 
accadere si rompe il filo della nostra corrispon¬ 
denza, che cosa faccio io per rintracciarla? E 
.aio stato di inferiorità che mi umilia, riducen 
domi all'impotenza di agire proprio nel mo¬ 
mento in cui vorrei provarle tutto il mio attac¬ 
camento. Ella mi comprende, nevvero? Sarei 
desolato di essere frainteso o di recarle la ben¬ 
ché menoma contrarietà, ma non apprezzerei 
al suo giusto valore il tesoro della di lei bene¬ 
volenza se non provassi cosi acuto e torturante 
il timore di perderla. 

Fortunata Riviera! Si vede che le mie descri¬ 
zioni non l’hanno invogliala a visitare le bellez¬ 
ze di Bergamo, dove pure l’aria è balsamica e 
in questi giorni deliziosa di ei'fluvii primaverili. 
Non più nella cappella Colleoni ma sugli spalli 
delle mura, sodo la pioggia odorosa dei fiori 
dei castani d’india, io penso a lei ora; i grappoli 
che stanno ancora sospesi ai rami nella loro for¬ 
ma graziosa di candelabri sembrano illuminare 
di una luce ideale la danza errabonda delle mie 
visioni. 

Le bacio le mani devotamente. 

Ippolito. 


Neera. Una passione. 


7 




— 98 — 


2 giugno. Fanciullo! Si rassicuri; qualunque 
cosa accada, le sue lettere verranno regolarmen¬ 
te ritirale dalla Posta. Attraverso un periodo 
singolarissimo, non mi riconosco più io stessa; 
credevo di essere ammalata e non è vero; pure 
non sono in stalo normale. Che avviene in me? 
Poco abile a scrivere, sempre, mi trovo più che 
mai impacciata adesso. Mi perdoni. 

Lilia. 

P. S. Supplisco all’aridità di questa lettera 
accludendole una striscia di stoffa dell'abito 
che porlo oggi. È qualche cosa di me che vie¬ 
ne a trovarla. Le fa piacere? 


VII. 

Il colpo di fulmine. 

— Stoffa artefatta — aveva sentenziato Rosal¬ 
ba — una di quelle stoffe moderne che non si ca¬ 
pisce se siano di lana, di seta o di cotone. Se 
è per fare una cravatta non te la consiglierei. 

Ippolito ritolse prontamente il prezioso cam¬ 
pione dalle mani della donna che già stava sfi¬ 
lacciandolo per esaminarne bene la qualità. 

— Il colore poi è di cattivo gusto— replicò 
Rosalba. 



— 99 — 


Questa recisa affermazione fece persuaso Ip- j 
polito che fosse invece lutto il contrario. In ve¬ 
rità egli non aveva mai veduto nulla di simile 
nè come morbidezza nè come tinta. Forse avreb¬ 
be potuto trovare un riscontro nelle ali di certe 
farfalle che gli erano apparse palpitanti al sole 
ne’ caldi meriggi deH’estate; una creatura ve¬ 
stita così non poteva essere che una fata. Cene¬ 
rentola appunto nellai noce offertale dalla fata 
aveva rinvenuto una veste color della luna. Che 
fosse quella? 

Egli la pose sul palmo della mano, poi sul 
ginocchio; indi la sollevò contro la luce e tini 
col passarsela delicatamente sulla guancia. Stac¬ 
carsene non poteva. Era stala una idea geniale, 
bisognava convenirne. 

Chiuso accuratamente nel taschino più mi¬ 
sterioso del suo portafoglio, quel piccolo lembo 
di vestito lo seguiva dovunque: egli si sentiva 
quasi fiero di portarlo e ad ogni tratto lo to¬ 
glieva per rimirarlo ancora, per ripetere a sé 
stesso che non era un sogno. Lo confrontava 
qualche volta di sfuggila cogli abiti delle signore 
che passavano sul Senlierone, ma non ne ivo- 
vava mai alcuno che gli somigliasse; c neppure 
in Santa Maria, alla messa del mezzogiorno, 
dove egli vedeva delle rigide matrone vestite 
di nero, di grigio, di color marrone, di verde 
e di turchino scuro; oppure gonnelle bianche, 



— 100 — 


rosa, cilestrine, verde acqua, giallo paglia ap¬ 
partenenti allo stuolo gaio delle fanciulle, senza 
trovare mai un richiamo a quella tinta ed a quel 
disegno. Nè, in tondo, ciò gli dispiaceva. 

Cara, segreta, ignota al sol, romita, 

Vive la cura che m'accende il cor. 

Ripeteva volentieri questi versi uditi una vol¬ 
ta dallo zio Remo. Dovevano essere di Byron, 
non ne era sicuro, ma li ripeteva perchè rispon¬ 
devano ad un suo intimo concetto deli’ amore, 
vago ancora e contuso, come erano incerti 1 
suoi desideri; seme giacente sotto il niveo lri- 
gidore di un temperamento timido e di uno 
educazione austera cui non era bastato a far 
f sbocciale completamente 1 esperienza del suo au- 
_ no di volontariato. 

yuesio calore latente e prigioniero compiva 
tuttavia ad insaputa di Ippolito il naturale cam¬ 
mino verso la maturanza che è legge delia vita. 
Aveva, in quel principio efflorescente di giugno, 
ore di inquietudine nuova e il pensiero della in¬ 
cognita che gli era divenuto inseparabile com¬ 
pagno lo prostrava come nello slorzo di una 
attesa dolce e snervante. Ruggiva i compagni 
e in generale ogni occasione che potesse >À- 
slrarlo dalla soave visione interiore. Una ragaz¬ 
za di Borgo Canale colla quale egli aveva amo¬ 
reggiato un breve tempo lo fermò un giorno 



— 101 — 


in fondo ai Torni, dove comincia il Pascolo dei 
Tedeschi, rimproverandolo di non lasciarsi più 
vedere. Ippolito le guizzò di mano, ridendo, e 
si pose a correre all’impazzata con mille diavoli 
in corpo, sconcertando la ragazza che stette fer¬ 
ma un poco a rimirarlo in quella sua corsa fu¬ 
riosa e poi alzò le spalle riprendendo la via di 
città. 

Ippolito — disse zio Romolo la mattina del 
nove giugno — ho un affaruccio a Milano per 
il quale sarebbe necessaria la mia presenza colà 
e nello stesso tempo ne ho un altro a Trevi- 
glio che mi porterà via lutto il tempo. Vuoi 
andare a Milano in mia vece? 

Ippolito non se lo fece dire due volte. Le 
sue poche gite alla grande città erano sempre 
siale cosi rapide che gliene restava ancora un 
ampio desiderio. Fece quel giorno più allegra¬ 
mente del solito la strada a piedi lino a Berga¬ 
mo, solo che invece di salire alla funicolare si ar¬ 
restò alla stazione prendendo un biglietto di nu¬ 
dala e ritorno per Milano. Il dirette partiva alle 
dieci. Sarebbe ternate indierò alle quattro. 
Tutto sommate, sci ore di svago piacevolissimo, 

Ma come fu in treno e. lasciatosi dietro 'a 
bella prcalpe bergamasca avanzava rapidamente 
nella pianura, Ippolito non ardi dare iun nome 
alla gioia tumultuosa che gli veniva crescendo 
nel petto, che accelerava il battito de suoi polsi 




— 102 — 


c non lo lasciava fermo un minuto dall’uno al- 
i'altro sportello del carrozzone. 

Sapessi almeno dove sta di casa! Quando que¬ 
st'* formula precisa gli si affacciò al pensiero il 
dubbio non era più possibile. Pure le sue ten¬ 
denze di sognatore gli facevano preferire anco¬ 
ra l’incertezza vagabonda che rappresentava per 
lui quasi uno stato musicale dell’anima, la vera 
atmosfera adatta al suo 'temperamento; e poi- 
chò alcune note gli venivano sulle labbra si 
pose a solfeggiarle fra sè c sè, provando in tale 
sfogo una dolcezza straordinaria. 

Verdello e Trcviglio gli sfuggivano senza clic 
se ne accorgesse. A Cassano mise fuori il capo 
per guardare l’ameno gruppo di case sulle spon¬ 
de dell’Adda, ultimo sorriso del paesaggio. Con 
Mclzo la pianura milanese si stendeva assoluta 
padrona dell’orizzonte; una stazione ancora e 
poi Milano! 

Ippolito era troppo provinciale, troppo poco 
abituato a quella che i suoi zii chiamavano an¬ 
cora « la capitale lombarda » per esimersi da una 
certa commozione quando il (reno si fermò sotto 
l’ampia tettoia, e discese senza impaccio ma non 
senza curiosità, poiché infine era la città dove 
Ella abitava, dove avrebbe potuto passarle ac¬ 
canto, sfiorarla, udire il suono della sua voce... 
Ce n’era d’avanzo per metterlo in orgasmo. 

Andò subito a sbrigare la faccenda della cani- 



103 — 


bialc, ansioso di riservarsi alcune ore di per- 
fetia libertà per girondolare a suo agio e \e- 
dcrc il Castello restaurato. Doveva però anche 
far colazione e siccome erano le dodici e mez¬ 
zo si pose a cercare un posticino in qualche trat¬ 
toria. Le tende distese sopra i tavolini di ferro 
del caffè Crespi, di fianco alla Galleria, gli par¬ 
vero ospitali colla via dinanzi spruzzata di fre¬ 
sco sulla quale numerose donnine passavano 
sollevando leggiadramente l’orlo deila gonna. 
Passavano anche molle fanciullelte vestite di 
bianco, col velo bianco, coi guanti bianchi, i na 
medaglia appuntata al pollo, un libriccino in una 
mano e un cartoccio di dolci nell’altra; Ippolito 
riconobbe in esse le piccole cresimando. 

Che bel mese giugno! La primavera non è fi- 
nila, l’estate non è cominciata ancora. Un con 
ladinolto sull’angolo della Cooperativa vendeva 
delle rose magnifiche, pavonazze; e l’aria era 
lucente, il ciclo sereno, le finestre delle case 
tulle aperte, le tende dei negozi tutte calale e 
il via-vai della gente continuo, ininterrotto, di 
una giocondità tranquilla clic faceva credere a 
un popolo di felici. 

Una signora con due fanciullelte vestile di 
bianco venne a sedersi a un tavolino accanto 
a quello di Ippolito e fece portare delle acque 
dolci con delle paste. Le due bimbe erano rag¬ 
gianti. Un po’ impacciale nel velo, temendo di 



— 104 — 


sciuparlo si mostravano reciprocamente e :n 
gesti misurati le immagini racchiuse nei loro li¬ 
bri, accoccolate con una gamba sola sulle seg¬ 
gioline di ferro, un pasticcetto fra le dita. Par¬ 
lavano e mangiavano lutt’insieme, divise fra la 
naturale tendenza al riso e la gravità della cir¬ 
costanza che imponeva loro un contegno ri¬ 
servato. 

Ippolito pensò alla sua propria cresima fatta 
con grande pompa alla parrocchiale del villag¬ 
gio e all’orologino d’argento che gli aveva re¬ 
galato lo zio Romolo, nonché a un manualcllo 
di esercizi per prepararsi al Sacramento — do¬ 
no quesio di zio Remo — che portava un titolo 
oli remodo suggestivo : Il gran giorno si avvicina. 
Una gentile simpatia, come un ritorno all’infan¬ 
zia, lo attirava verso quelle bimbe dagli sguardi 
ingenui e dal cicaleccio di cingallegre. Una era 
bruttina, I altra cosi cosi; ma che ne sapevano 
esse? Il livello di una uguale ignoranza nella 
scienza terribile della vita le conservava ilari. 
Le malattie, i dolori, gli inganni stavano so¬ 
spesi sulle loro teste; ma poiché ignoravano, ri¬ 
devano. Fra lo due (piale avrebbe subito la Lr- 
tura della verginità? quale la tortura della ma¬ 
ternità? L’amore e la fortuna le attendeva o la 
miseria e l’abbandono? 

— Fammi assaggiare il tuo dolce; ti darò un 
poco del mio — dicevano. 




— 105 — 


E così, così anche fra dieci anni, povere fan¬ 
ciulle! E la- porzione di dolce che voi offrirete 
vi parrà sempre maggiore di quella che vi da¬ 
ranno in cambio. 

Accorgendosi di diventare filosofo Ippolito 
scosse le briciole della modesta colazione e si 
alzò per partire. 

— Signore — disse una delle bambine cor¬ 
rendogli dietro — dimentica la sua mazza. 

Egli prese la sua mazza ringraziando. Poi si 
avvicinò al giovane contadino che vendeva rose 
all’angolo della Cooperativa, ne comperò due 
e le gettò in grembo alle bambine. 

In piazza del duomo spese dieci minuti a gi¬ 
rare intorno al monumento di Vittorio Ema¬ 
nuele, interessandosi ai particolari del bassori¬ 
lievo, ai curiosi vestiti delle donne, alle divise 
degli zuavi, cercando di immaginarsi quel pe¬ 
riodo di eroiche baldanze e di guerreschi entu¬ 
siasmi, un po’ mortificato che quella bella pa¬ 
gina gloriosa fosse già voltata irremissibilmente 
nel libro della storia, domandandosi ingenumen- 
te che cosa aveva fruttato alla patria tanto olo¬ 
causto di lagrime e tanto sangue. 

Avviandosi giù per via Dante tornò a incon¬ 
trare molle signore eleganti — « Lei forse? » 
— e ancora fanciulle vestile di bianco cogli am¬ 
pi veli bianchi svolazzanti nella trasparenza do¬ 
rala dell’aria, più poetiche, più leggiadre che 




— 106 — 


mai quando la fascia verde degli alberi di piaz¬ 
za Castello pose intorno al Toro candido batter 
d’ali una decorazione di fronde. Dove, dove sa¬ 
rà? In quale di queste vie, di queste immense 
case, di questi quartieri interminabili? Il suo 
piede, forse or ora, ha percosso queste pietre. 
Sulle vetrine di questi negozi si è posato certo 
il suo occhio intelligente. Quando? In questo 
stesso momento? Là forse allo svolto, dove Pa¬ 
rini guarda accigliato? Tu l’avesti la tua prima¬ 
vera, o poeta. Ora tocca a me. 

Che dolce calore nel sangue! Clic elasticità 
nei nervi! Il piacere di vivere lo dominava lut¬ 
to, cosi puro e cosi ardente che egli si sentiva 
portalo sul dorso di un corsiero ideale. Corre¬ 
vano biciclette intorno a lui con slancio di trec¬ 
cie, ma egli correva del pari nell'impeto de’ 
suoi desideri c delle soie forze di giovine. Io- 
polito non sapeva di essere bello, non se ne era 
mai curalo, eppure lo era al punto clic molte 
donne lo guardavano ammirale e sorprese. Que¬ 
gli occhi nerissimi nel volto pallido di biondo, 
c le labbra porporine, e la foresta di capelli e 
le membra perfettamente modellale, tanti doni 
riuniti erano abbastanza rari per passare inos¬ 
servati, tranne che a lui stesso. 

Anche egli guardava le donne della sua età, 
inebbriandosi in quel l’innocente abbandono di 
sguardi che forma la più ambita attrattiva del 







— 107 — 


passeggio pubblico quando si hanno vent’anni 
o poco più; e le desiderava iulte, leggermente 
eccitato dalla quantità insolita, piacendogli del- 
1 una la vita sottile, dell'al tra la massa delle chio¬ 
me, di una terza il sorriso colto a volo o la ma¬ 
lizia provocatrice delle pupille, o il piccolo pie¬ 
de guizzante sotto la gonnella di seta; meno an¬ 
cora, un nastro annodato in un certo modo, una 
sottana di una certa forma, lo spillo doppio ap¬ 
puntato dietro sulla cintura. Segui per alcuni 
passi un signorina che aveva uno di codesti spu¬ 
li, in forma di freccia con una opale nel mezzo; 
ma la udì parlare e fuggì disgustalo dalla voce, f 

I negozi di via Dante lo attiravano ad uno ad 
uno. Stette fermo lungamente a osservare le 
porcellane di Ginori e la piccola mostra di Le¬ 
vante colle sue stoffe tessute a vivaci colori, le 
armi damaschinale, le fiale misteriose contenenti 
l’essenza di rosa cara alle Sultane, quelle pic¬ 
cole fiale lunghette cosparse di polvere d'oro 
dove pare esse abbiano lascialo l'impronta con¬ 
cava delle loro dila. 

In piazza Castello deviò di alcuni passi per 
osservare il negozio d'arte del Grubicy, attratto 
da una tela dell’Easl, una meravigliosa traspa¬ 
renza di notte lunare nella vallala dell’Avon. 
Oh! trovarsi in quel paesaggio con Lei!... 

Eccolo davanti alla porta del Castello. Una 
striscia di carta incollata al muro lo avverte che 




— 108 — 


il Museo del Risorgimento è chiuso per nuovi la¬ 
vori in corso. Entra nel Museo Archeologico. 
Attraversa sale che sembrano fatte non per uo¬ 
mini ma per giganti, l'n popolo di pietra lo 
guarda. Quante memorie! Gira silenziosamente 
intorno ai capitelli rovesciali, agli avanzi di co¬ 
lonne e di archi, > alle stailue. E queste furono 
le sale dei Visconti e degli Sforza! Cerca cogli 
occhi il posto dove il duca Galeazzo al giungere 
dell’inverno faceva rizzare due edicole di legno, 
una per lui e una per la duchessa, cospargen¬ 
done il suolo di paglia per mettersi al riparo 
contro i rigori del lreddo. Sale la scala gra¬ 
ziosa che guida al piano supcriore e si trova 
nel Museo Artistico, da’ cui ampi fìneslroni en¬ 
tra tutta la luce e tutto il verde della piazza sot¬ 
tostante. 

Distrailo dalla varietà stessa delle bellezze 
Ippolito non sa più dove guardare e passa in 
mezzo alla raccolta delle maioliche antiche de¬ 
plorando la ristrettezza del tempo che lo sospin¬ 
ge. Si consola pensando che potrà tornare un’ul¬ 
tra volta ed affretta il passo volendo acconten¬ 
tarsi di un colpo d’occhio generale. Non può 
peraltro tralasciare la galleria dei quadri, in 
fondo alla quale vede rizzarsi elegante e su¬ 
perba la bella Incognita di Van Dyck. Coito anzi 
a quella, spinto da una lontana analogia, da 
una curiosità romantica e siede sul panchettino 



109 — 


che la previdenza del custode ha collocato da¬ 
vanti al celebre ritratto. Si, è bella! Ippolito 
la esamina minutamente, dai capelli aerei al 
fine profilo, alla bocca troppo piccola quasi 
schiva di baci, al collo delicato, alle ammirabili 
mani. Non gli sfuggono nè le trine dell'abito, nè 
le perle del monile, nè il colore indefinibile 
delle felluccie che le palpitano sul seno a guisa 
di farfalla imprigionata. Beate loro! — pensa Ip¬ 
polito — ma si commove meno, in fondo, di 
quanto avrebbe creduto. 

Esce dal Castello'con una folla di immagini 
nel pensiero e mentre sta per prendere il tram 
della stazione, d impi-ovviso cambia strada e 
scende a piedi giù per il Corso. Nessuna rifles¬ 
sione, nessuna causa apparente determina que¬ 
sto mutamento di itinerario. Egli va all’appello 
misterioso del destino. 

Va il giovine provinciale sul marciapiede del 
Corso mescendosi ai soliti passeggieri, incomin¬ 
ciando a provare quella lieve sensazione di stor¬ 
dimento die assale sempre l’abitante della cam¬ 
pagna travolto per un giorno nella inquieta onda 
cittadina; ma appena fuori del centro, verso i 
Navigli, in vista dell’arco che termina così leg¬ 
giadramente il Corso sullo sfondo delle Alpi lon¬ 
tane, egli respira più largamente. La massa ver¬ 
de dei giardini a sinistra lo invita ad attraver¬ 
sarli in tutta la loro lunghezza, poiché appunto 



— no — 


mettono capo alla stazione, e piega in via Pa¬ 
lestre. 

Silenzio chiaro di giornata estiva. Lo poche 
case tranquille hanno le persiane chiuse, gli 
anditi spruzzati d'acqua fresca, i portoni aperti 
ma sonnolenti sui piccoli cortili pieni di verde 
dove le vecchie portinaie fanno la siesta all’om¬ 
bra di un vaso di basilico, col gatto sui ginoc¬ 
chi. In fondo alla via verdeggia ancora la fuga 
degli alberi fronzuti e la Villa Reale sorge tutta 
bianca come la Bella dormente nel bosco. 

In tali condizioni ogni rumore si avverte su¬ 
bito. Ippolito si voltò allo scalpicciare pesante 
di un cavallo fra le ruote di un veicolo rivestite 
di gomma e fu appena in tempo a gettarsi con¬ 
tro il muro, perchè la carrozza girando sullo 
sterzo si era fermata rasente a una di quelle case 
che egli slava costeggiando. Il pericolo fu av¬ 
vertilo anche dalla signora che si trovava nella 
carrozza, la quale prima di scendere piegò viva¬ 
cemente la testa verso Ippolito per modo che i 
loro occhi si incontrarono a brevissima distanza 
e si toccarono quasi nel corruscare istantaneo 
di una fiamma, colpiti insieme da una rivela¬ 
zione e da una meraviglia! 

Più ratta del baleno la bellissima creatura 
passò davanti a Ippolito dandogli una visione 
di cielo, lln suono inarticolato mori nelle sue 
fauci poi che aveva sentito sul suo volto l’aria 



— Ili — 

smossa dalle di lei vesti e mentre spariva nel¬ 
l’andito aveva riconosciuto in quelle medesime 
vesti la stoffa e le tinte singolarissime del lieve 
tessuto che Ella gli aveva inviato un giorno per 
consolarlo... 

Eppure ciò non sembrava possibile. Così bel¬ 
la? Cosi bella? 

Si trovò alla stazione senza ricordare meno¬ 
mamente la via percorsa, pentito di non essere 
entrato dal portinaio, di non averla seguita, di 
non aver gridalo il suo nome... Il suo nome? Ma 
se non lo sapeva neppure!... 

Entrò allora come un pazzo nel caffè e si lece 
dare carta, penna e calamaio. 

Vili. 

T.O STESSO GIORNO, I.A STESSA ORA, 

QUASI LE STESSE PAROLE. 

(Dalla S/aziono di Milano). 

9 giugno, ore 3.20. Mi dica se era Lei, or 
ora, in via Palestro, discesa da una carrozza. 
Viva o in sogno? lina parola per carità. 

Ippolito. 

9 giugno, ore 3. Era Lei, un momento fa, sulla 
mia porla? Lei clic ho veduto c che mi vide? Si 
o no: subito. 


Lilia. 




— 112 — 


IX. 

— .... Se è vero che il mondo è un pantano 
pieno di vizi non si può negare che abbia le sue 
vette. E là che bisogna rifugiarsi. 

— Di chi è don Peppino questo pensiero mo¬ 
rale? 

— Ma... credo che sia mio. 

— Forse vi ingannale. Ho letto qualche cosa 
di simile in Campoamor. 

— Anche questo può darsi. 

Tre giovinolti che ascoltavano in piedi il dia¬ 
logo dei due amici si posero a ridere. r .* 

Il teatro dell’azione era il salòtto di Lilia; i due 
amici don Peppino e il giornalista : i Ire gio¬ 
vinetti nuove reclute fatte nella società elegante 
dove, in memoria di una caricatura del Journal 
amusant, li avevano soprannominati Guy, Gòn- 
trand e Gaslon. Da quindici giorni essi facevano 
la loro corte in regola alla signora del luogo, 
indivisibili, pensando che l’unione fa la forza, 
mediocremente interessati alla riuscita parziale, 
purché uno riuscisse, per l’onore della triade. 
Ritti accanto alla finestra del balcone aspetta¬ 
vano che Lilia rientrasse, ma Lilia che Irovavasi 
in buona compagnia non si curava affatto di loro. 
Tratto tratto uno de’ tre metteva fuori la testa 




— 113 — 


c vedeva sempre la medesima cosa; vale a dire 
una figura bianca di donna e una figura bruna 
d uomo stretti in infimo colloquio nell’angolo 
più remolo del balcone; e la testa rientrava. 

Don Poppino, seduto di fianco al piano, sol- 
ieiicava con un dito la tastiera, ma sempre sor¬ 
nione, osservando quelle mosse attaccò l’aria 
della Carmen: « To-re-a-dor- art-tecnto! >» La sua 
voce tremula accompagnando le note riuscì di 
un ellelto irresistibile. Fu il giornalista questa 
volta cbe rise di cuore. Egli aveva sorpassato 
la fase acuta della gelosia ed ormeggiando fra 
le rappresaglie e la rassegnazione niente lo di¬ 
vertiva quanto lo scacco malto di un avversario. 

— Perchè smettete don Poppino? Siete un 
orecchiante portentoso. 

— Temo che la musica di Bizet annoi questi 
signori. 

— fi volgaruccia davvero — disse uno della 
triade. — Non ho mai compreso il successo della 
Carmen se non immaginando un teatro diurno 
con un pubblico di droghieri e con accompa¬ 
gnamento di gazose stappate. 

— Graziosissima! - appoggiarono gli altri due. 

— Senza parlare di Josè che è un imbecille. 

— Oh! oh! — interruppe don Peppino — si 
può discutere l’opera, ma Josè è il tipo perfetto 
dell’amante. 

— Spagnuolo!! 

Nkkka. Una passione. 


8 



114 — 


— La Spagna è il paese dell’amore. 

— Esempio don Juan, infatti. 

— L'uno completa l'altro, signori, hanno ra¬ 
gione entrambi. 

Don Peppino continuò il dialogo sottovoce col 
giornalista : 

— Avete osservato che Lilia questa sera na 
gli occhi delle grandi battaglie? 

— Cioè? 

— IJuegli occhi languidi che segnano sem¬ 
pre una data nella sua vita; io li chiamo: ses 
yeux couchés... Riflettete come certe cose si di¬ 
cono meglio in francese : ses yeux couchés, con¬ 
venite, è tuffailra cosa che a dire: i suoi occhi 
coricali. 

il giornalista parve gustare mediocremente la 
confidenza e con una voce che fischiò at’iraveiso 
i denti eliiusi soggiunse : 

— Vi concedo tutta l’ammirazione che volete 
per le vostre sottigliezze glottologia, ma a pro¬ 
posito di chi dite ciò? Non certo... 

— Oh! non per essi, no. Conosco abbastanza 
Lilia per tenermi sicuro che ella qualifica i si¬ 
gnori Guy, Gonlrand e Gaston collo stesso ag¬ 
gettivo da essi regalalo al mite Josè; non ca¬ 
pisco neppure perchè li abbia ricevuti, se non 
forse per far piacere a qualche vecchio amico, 
ma se ne sbarazzerà presto, ve lo garantisco. 

— E chi allora? — insistette l’antico geloso. 




— 115 — 


— Ma! — fece don Peppino allargando le 
braccia e sporgendo il mento colle labbra strette. 

Il giornalista girò lo sguardo intorno mor¬ 
morando : 

— Non vedo qui nessuno che possa mettermi 
sulle traccie. 

—« E l’amore strano augcl » — canticchiò 
don Peppino bonariamente mentre gli occhietti 
gli scintillavano di malizia. 

Il balcone di Lilia si apriva sui boschetti, de¬ 
serti in quell’ora e percorsi da brividi misteriosi, 
come se gli alberi approfittassero deH’cscuritù 
per intrecciare le loro chiome in amoroso am¬ 
plesso. Ella stava in piedi, appoggiata alla ba¬ 
laustra, tutta spinta in fuori col busto per spro¬ 
fondarsi maggiormente nelle tenebre e nel silen¬ 
zio; colla testa inclinala in atto soave, non ricor¬ 
dandosi nemmeno più delle persone clic raspol¬ 
lavano in salotto, sembrava suggcrc tutta !a 
dolcezza della ammirazione mula che palpitava 
al suo fianco; muta, nuova e per ciò deliziosi" 
sima. In verità non era mai accaduto a Liba 
di fare una conversazione così interessante con 
un minor numero di parole. Forse venivano a 
lei nella dolce notte, per lontano atavismo, i 
sogni delle avole vissute nei tempi romantici 
delle congiure e del mistero, quando anche l’a¬ 
more si vestiva di così poetici veli? 

Egli aveva detto : « Non potevo più reggere »; 




— 116 — 


ella aveva risposto : « La aspettavo ». E poi si 
erano accostali al parapetto guardando insieme 
la massa bruna degli alberi, mormorando an¬ 
cora, tratto tratto, qualche parola clic non era 
quella che volevano dire, nè quella che avreb¬ 
bero desideralo di ascollare, nè alcuna delle pa¬ 
role segrete e ardenti clic salivano da quel can¬ 
tuccio romantico della vecchia Milano tulio pie¬ 
no di ricordi passionali. Le lettere scambiate 
non permettevano loro di considerarsi quali stra¬ 
nieri; erano anzi esse che li legavano con una 
sottile catena di ricordi, di confidenze, di espan¬ 
sioni; eppure si conoscevano così poco che sta¬ 
vano a guardarsi, al dubbio riverbero delle lam¬ 
pade, nella stessa guisa clic lo scopritore di le¬ 
soli esamina un monile ritrovato. 

— Possibile! Possibile! — gridava esultante il 
cuore di Ippolito violentemente compresso dalla 
sua mano, mentre colle pupille velate dalla com¬ 
mozione prendeva conoscenza delle mirabili bel¬ 
lezze di Lilia. 

— Amico mio — ella disse a un tratto posan¬ 
dogli sul braccio l’estremità delle dita — noi 
siamo fuori dell’ordine. La nostra relazione 6 
troppo singolare perchè ci sia permesso di trat¬ 
tarla co’ modi soliti. Avremo molto da perdonar¬ 
ci l'un l’altro... Vuole? 

Ippolito, turbatissimo, si sarebbe gettato ai 
piedi della divina creatura con un improvviso 






— 117 — 


desiderio di farsi schiacciare e calpestare da lei. 
Disse appena: «Oh! signora!», ma con tale 
smarrimento negli occhi, che Lilia trasalì di 
gioia. « Come è giovane! — pensava. — Come 
è giovane! » 

Ma per quanta dolcezza provassero a conver¬ 
sare insieme, ne provavano anche una maggiore 
a guardarsi tacitamente, con una intuizione si¬ 
baritica di tutti i piaceri che avevano dinanzi e 
della voluttà di cenlillinarli adagio adagio. Era 
già un incantamento così soave quello di tro¬ 
varsi vicini, di leggersi negli occhi la reciproca 
ebbrezza, di misurare quasi le proprie forze e 
sentirsi uguali, che non volevano domandare di 
più all’attimo fuggente. Incominciava per essi 
il meraviglioso inganno : la passione che lutto 
tramuta, anima e sensi. Lilia la conosceva già, 
ma non a quel modo. Dal poco che le avevano 
rivelato le lettere di Ippolito c dalla sua schietta 
e vigorosa bellezza le veniva un profumo singo¬ 
larmente eccitante di erba montana, di dittamo 
che nessun giardiniere aveva coltivato, che odo¬ 
rava di una essenza aspre'.la c selvaggia piena 
di eccitamenti nuovi; e tulio ciò che vi era in lei 
di buono, di nobile, di ancora puro, si raddriz¬ 
zava con un violento bisogno di comunione dove 
lo spirilo aveva, forse per la prima volta, una 
parte preponderante. 

Qualche parola dissero ancora; parole conni- 



— SII — 

ni, superficiali, slaccate, che volavano via nella 
notte, dando loro l’impressione deU’areonaula 
che si alleggerisce della inutile zavorra per sa¬ 
lire più rapido c più alto. 

— Mi scriverà ancora? 

— Certamente. 

— i\on più ferma in posta? 

— Non più. 

— Come è tranquillo questo punto di Milano' 

— Somiglia a Bergamo? 

— Oh! no. 

— Meno bello? 

— Diverso. 

Don Beppino sollevava allora dai tasti l’aria 
della Carmen: «Toreador attento... ». Essi tac¬ 
quero in un silenzio inebbrianle. Ippolito vedeva 
attraverso la manica di velo il braccio di Lilia 
simile a un ramo carico di gigli e quella vista 
gli mozzava il respiro. Ma dopo un po' di tempo : 

— Dobbiamo rientrare? 

— Sono a’ suoi ordini. 

— La presentei'ò ai miei amici. 

Quando essi apparvero sulla soglia del nal- 
conc raggianti di bellezza, col pallore sul volto 
del nascente amore, coloro che si trovavano a«d 
salotto provarono l’impressione di due astri sor¬ 
genti c quando Lilia ebbe pronunciato le parole 
sacramentali : « Un caro amico, il signor Ippo¬ 
lito Breinbo », tutti quegli uomini trasalirono 





— 119 — 


colpiti al cuore dal morso della gelosia. Si in¬ 
chinarono poi freddamente, eccettuato don Pop¬ 
pino che tese la mano al nuovo venuto sorri¬ 
dendogli con una mite indulgenza paterna. 

Lilia si lasciò cadere sul suo piccolo divano, 
improvvisamente illanguidita, tenendo la mano 
sollevata all’altezza degli occhi come se la im¬ 
provvisa luce la offendesse. 

— Brembo! — susurrò uno dei tre — chi lo 
conosce? Cera un cardinale di questo nome una 
volta... 

— Sta’ zitto — interruppe un altro — quello si 
chiamava Bembo. Lo dovresti sapere, tu che di¬ 
scendi da Lucrezia Borgia. 

Risero lutti e tre con un piccolo sussulto ner¬ 
voso adattandosi all’occhio la caramella. Indi, 
a bassa voce : 

— Se è possibile presentarsi di sera con una 
cravatta di quel colore! 

— E quelle scarpe! 

— E i capelli, vi prego. Si parla tanto di 
diboscamento in Italia! 

— Signori — entrò a dire il giornalista -- 
la musica ha questo di buono che fa crescere le 
chiome, lo sappiamo tutti nevvero? Quel si¬ 
gnore è organista. 

— Organista? 

— Organista? 

— Organista? 



— 120 — 


— E perchè no? — rifletté don Peppino — 
Verdi pure lo è stato. 

— Oh! oh! Verdi... già Verdi! 

— Si parla ancora di Verdi? — domandò un 
signore chi guardava degli albums. — La sot¬ 
toscrizione per il suo monumento ha raggiunte 
la bella cifra di sessanlanovemila e ducentotren 
lacinque lire. 

— Sarebbe maggiore — disse Lilia mescen¬ 
dosi alla conversazione — se tutti quelli ohe 
palpitano alle sue melodie avessero potuto ol- 
frire un centesimo solo; ma lutti, intendiamoci, 
dagli studenti che si ritempravano dalla noia 
dello lezioni, cantando quarant'anni fa i cori 
de \\ Emani, alla modistina che seguiva sull’or- 
ganetlo l’addio alla vita di Violetta Valéry. La 
stessa cosa si avvererebbe per il suo compatrio¬ 
ta — soggiunse volgendosi direttamente a Ip¬ 
polito - Donizelti! E forse, nell’espressione lei 
sentimento, Donizelti è anche più penetrante. 
Non crede? 

Ippolito, a cui non era sfuggita la corrente di 
avversione che aveva destala la sua presenza 
rispose a bassa voce con un monosillabo. 

Il giornalista intanto confidava all’orecchio di 
don Peppino : 

— Lo dobbiamo a voi questo regalo? 

- Che idea! È la prima volta che lo vedo. 

— Dove diamine sarà andata a pescarlo al- 





— 121 — 


lora? Già ne aveva una voglia!... Ha però aspet¬ 
talo troppo; il suo quarto d’ora di celebrità e 
passato e nessuno si ricorda più del signor Ip¬ 
polito Grembo. 

Lo dicono promettente assai come musi¬ 
cista. 

— Chi lo dice? Sempre lei. Non ha la fronte 
abbastanza vasta per poter contenere qualche 
cosa. 

— Aspettiamo quando sarà calvo; potrei») 
giudicare meglio — concluse don Peppino con 
la sua malizia senza punte simile al morso di un 
agnello. — Nella mia villa sul lago di Como ter¬ 
go una raccolta di ritratti di lutti j maestri da 
Cimarosa in poi. Si potrebbe consultare. 

— Non ho mai saputo che aveste una villa sul 
lago di Como — disse Lilia che aveva udito 
le ultime parole. 

— Veramente è come se non l’avessi perchè 
non ci vado e non ci sono andato mai. Non mi 
piace la campagna. 

— Non potreste vivere ventiquattro ore lon¬ 
tano dal club della Unione. 

— Proprio così. Da sette anni, quando mori 
mia madre, la villa è rimasta chiusa. Già per 
sè stessa discretamente selvaggia, deve essere 
diventata un antro. 

— Selvaggia sul lago di Como? 

— Oh! lago di Como così lontano da Como 



— 122 — 


che non ne avete un’idea. E laggiù, oltre Gra- 
vedona dove il lago è deserto e le montagne «i 
ergono nude di contro al cielo in una solitudine 
sconfinata. 

— Una descrizione che mette i brividi — ge¬ 
mette uno dei tre. 

— Magnifica! —esclamò Ippolito quasi senza 
avvedersene. 

Il giovanetto elegante lo guardò d'alto in bas¬ 
so. Scontrandosi i loro sguardi si urtarono con 
una mossa decisa di antipatia. 

— Varese è più allegro — disse il giornalista. 

— Ah! parlatemi di Varese, alla buon'ora. 
Là almeno vi sono strade per correre coi ca 
valli. Non esiste in campagna piacere maggiore. 
Anche don Peppino si divertirebbe quando at¬ 
tacco la mia charrette e (piando faccio sellare 
il mio fjoney. Scommetto clic vorrebbe accom¬ 
pagnarmi nei box con le tasche piene di zuc¬ 
chero. 

Don Peppino crollò il capo : 

- Amo le bestie, ma non troppo, perchè è 
notorio che si finisce sempre col prendere qual 
che cosa deH'oggetto amalo. 

Guy, Gontrand e Gaston abbozzarono un sor¬ 
riso privo di convinzione intanto che Lilia, at¬ 
tirando Ippolito accanto al suo divano, ricomin¬ 
ciava con lui uno di quei silenzi ardenti che già 
l’avevano inebbriato sul balcone. I suoi occhi 


— 123 — 


carichi di languore avvolgevano il giovine in una 
vele di irresistibile seduzione: irresistibile ep¬ 
pure non volgare, perocché nulla di volgare po¬ 
tesse svolgersi dalla donna eletta la cui intel¬ 
ligenza palpitava sempre come un’ala tesa ver¬ 
so un indefinibile bisogno di perfezione. Tratto 
tratto gettava ancora qualche parola nel eroe 
chio degli amici, ma lenendosi muta accanto ad 
Ippolito e dandogli a suggere l’anima nesrli 
sguardi mostrava così visibilmente la nuova pre¬ 
ferenza che l’aria intorno sembrava scottare 
A un certo punto gli chiese con lo stesso accento 
col quale avrebbe potuto dire « Ti amo » : 

— Si annoia? 

Egli ebbe l’audacia di rispondere, guardan¬ 
dola in viso : 

— Sì. 

Le gote di Lilia si tinsero allora di una lieve 
fiamma e, strappandosi all’eslasi, si alzò con un 
bel movimento di pantera che fece ondulare sul 
tappeto lo strascico aereo della sua gonna. La 
voce tremula di don Peppino diceva: 

— Tutto basta al primo amore che è sempre 
un milione di fame per un centesimo di pane. 

— Si parla di amore qui? — domandò Lilia 
avanzandosi verso il gruppo. 

— Non tutti hanno la fortuna di poterlo fare 
— rispose don Peppino, correggendo con l’u¬ 
miltà dell’accento l’impertinenza dell’ allusione 



— 124 — 


e soggiungendo subito con galanteria : — Po¬ 
trebbe essere diversamente intorno a voi? 

— Non gli credete — saltò su il giornalista : 
— si trattava di amore nell’arte. 

— Di amore applicato aH’indusrtria. 

— Alla coltivazione dei baccelli. 

— All’istruzione dei pappagalli. 

— Volete finirla di dire sciocchezze? Di amo¬ 
re ve n'è uno solo. Anche quando l’artista se ne 
impossessa e crea con esso il capolavoro, noi cre¬ 
diamo di ammirare il genio ed ammiriamo nn 
cora l’amore. 

— Bravissima! — gridò don Poppino. 

Ella volse i begli occhi verso Ippolito quasi 
chiedendo la sua approvazione. Il giovine disse : 

— Donizetli da lei citato poco fa potrebbe 
essere una prova luminosa del suo asserto, l! 
temperamento amoroso ha dato a tutta l’opera 
di questo maestro una penetrazione di senti¬ 
mento che ò difficile riscontrare in altri, se non 
forse in Bellini. 

Lilia interruppe. 

— E sappiamo clic da uno strazio d’amore 
nacque la Favorita! 

I tre facevano spallucce. 

— Non v'ha dubbio — rispose don Poppino - 
che ciò che manca alla maggior parte dei com¬ 
positori moderni quando vogliono affrontare il 
lavoro drammatico ò appunto questo fuoco con- 


— 125 — 


centralo, questa passione interna che io voglio 
pur chiamare amore, come dice la nostra di¬ 
vina Lilia, anche se altri si accontenta di chia¬ 
marla ispirazione. E credo che se venne dedicato 
principalmente il nome di amore al fatto che ge¬ 
nera la vita, è non per altro che per questo. 
Più la cosa creala è grande e più implica nel- 
l atto creatore una forte somma di amore. Ram¬ 
mento una gita fatta al Piccolo San Bernardo, 
in una calda giornata di agosto, e il ritorno 
penoso sotto il sole bruciante che ci consigliò di 
formarci a mezza strada per prendere un bagno. 
L’era lassù uno stabilimento impiantato di tre¬ 
sco con tutte le comodità moderne : vestibolo 
grandioso, ampi corridoi, luce abbondante, cam¬ 
panelli elettrici, vasche di marmo, sali d’ogm 
qualità, termometri di tutte le grandezze... e un 
filo d’acqua : cosi poca acqua che non riuscii 
ad immergervi i ginocchi. Davanti a certe opere 
musicali di cui si vantano i pregi vi assicuro clic 
mi viene in mente quel bagno, dove uno specia¬ 
lista avrebbe potuto ammirare l’impianto ma do¬ 
ve il pubblico non ci si poteva bagnare. 

Qualcuno osservò che don Peppino aveva dello 
spirito. 

— Naturalmente — disse il giornalista — 
parlano per bocca sua lutti gli scrittori della 
terra! E il vero caso di dire che parla come un 
libro stampato. Ma concludiamo : Poiché si ven- 




nc a ciò parlando di musica, non c’è alcuno clic 
si senta di farne un po’ questa sera? Oserei pre¬ 
gare la padrona di casa. 

Lilia accennò negativamente col capo. 

— Qualcuno dei signori? — ripetè volgendosi 
ai tre eleganti. — 0 il signore? 

Ippolito, interpellato direttamente, si scher¬ 
mì, sotto le occhiale oblique della triade dalla 
quale fischiò in tono sommesso questo commen¬ 
to ironico : 

— Gli occorrebbe l'organo. 

Non tutti udirono, ma Ippolito sì. Egli varcò 
con un balzo lo spazio che lo separava dal suo 
rivale e chinando verso di lui il volto infiam¬ 
malo, lampeggiando negli occhi, gli scattò a 
bruciapelo la botta di risposta : 

— Come a lei la frusta. 

I tre si alzarono furibondi : neH’altrito fu ro¬ 
vesciala una sedia. 

— Che avviene laggiù? — chiese Lilia. 

— Un malinteso — si affrettò a dire don Pop¬ 
pino cui non era sfuggila la rapidissima scena. 

— Ah! — protestò uno dei Ire — lo chiama 
un malinteso? 

— O se preferisce uno scherzo — continuò 
don Peppino col suo accento persuasivo met¬ 
tendosi risolutamente in mezzo a loro. — I si¬ 
gnori hanno voluto scherzare ed il signore rac¬ 
colse l'invilo. Già. Un’allusione alle loro abitu¬ 
dini sportive... niente altro. Uno scherzo, un 




— 127 — 


semplice scherzo. Abbiamo fatto molto lardi 
questa sera. Mi pare che la signora abbia biso¬ 
gno di riposarsi. 

Lilia afferrò subito l’intenzione del suo vec¬ 
chio amico e tendendo cortesemente la mano 
li congedò tutti, con una lunga, speciale stretta 
a Ippolito il quale usci barcollando di sdegno e 
d’amore. In anticamera gli si avvicinò don Pop¬ 
pino e gli disse : 

— Caro giovinotto, ho molti anni più di lei 
c posso darle un consiglio. Si ricordi che per 
ogni donna che ha la bontà di distinguerci noi 
dobbiamo calcolare sopra dieci uomini che ci 
detestano; è fatale. La prego però di non com¬ 
prendermi nel numero — aggiunse sorridendo 
di un sorriso line 'Ira il filosofo e l’uomo di mon¬ 
do che diede ad Ippolito la soave impressione di 1 
aver trovato un amico. 


X. 

Zio Remo. 

L’ultima domenica di giugno Remo, dopo di 
avere assistilo alla santa messa nella parroc¬ 
chiale del viaggio, si era chiuso in casa a ri¬ 
vedere i saggi che i suoi scolaretti stavano pre¬ 
parando per gli esami. Fresco come una mela e 
fregandosi le mani il buon maestro era tutto 
allegro perchè gli sembrava di verificare un no¬ 
tevole profitto. Cari ragazzi! Le corse all’impaz- 



— 128 — 


zala attraverso i campi, le sfide a palle di neve, 
il tardo arrivare alla scuola, gli uccelli di carta 
lanciati dalle finestre, le barchette di carta nuo¬ 
tanti nella catinella, i pupazzetti sui libri di le¬ 
sto, i codini attaccati alla nuca dei compagni, 
le banderuole issale sulla cattedra, questi sva¬ 
ghi innocenti si ma non contemplati dalla di¬ 
sciplina, non avevano danneggiato menomamen¬ 
te il risultato dell’anno scolastico. 

Cari ragazzi! Tulle le massime otlimiste che 
egli aveva accumulate, che teneva in serbo per 
consolare sè stesso e gli altri, fra cui sceglieva 
invariabilmente il lesto per i modelli di calligra¬ 
fia, gli venivano sulle labbra con una sfilata 
trionfante. « L’uomo nasce naturalmente buono, 
basta saperlo educare. L'educazione è al fan 
ciullo quel che la rugiada alle piccole piante. 
Non bisogna stancarsi di spargere a larghe ma¬ 
ni il buon seme. Ognuno di noi deve lavorare 
onestamente pensando clic Dio lo vede », ecc. 
ecc. 

Egli aveva allinealo davanti a sè sul tavolino 
in cinque mucchieCli, i compiti de’ suoi allievi 
e li mirava con compiacenza. C’era, è vero 
quel Ballistino Rota da cui non si riusciva a 
spremere nulla, e l’Aristide Pochini il quale 
confondeva sempre i nomi dei fiumi con quelli 
dei monti; ma la storia è piena di esempi d. 
uomini celebri che sui banchi della scuola prò- 




— 129 — 


mettevano poco di buono. Le vie della Prov¬ 
videnza sono infinito e non conviene disperare 
del giorno finché è sera. 

Ma che cosa aveva Rosalba da socchiudere 
ad ogni dieci minuti l’uscio della camera cac¬ 
ciando dentro quella sua testa da nottola? 

— Rosalba, volete qualche cosa? 

— Nulla. Guardavo se avete finito. 

— Vi occorre che finisca dunque? 

— No. Guardavo per guardare. 

Alla buon ora — pensò Remo. — L’occupa¬ 
zione è senza conseguenze. — E continuò a sce¬ 
gliere, ad annotare, ad ammucchiare foglietti 
senza preoccuparsi se l’uscio cigolasse o no. 
Quando credette di aver tutto in ordine asciugò 
diligentemente la penna, la depose attraverso 
al calamaio d’osso e si levò in piedi. 

Cosi, senza accorgersene, aveva fatto venire 
le due e mezzo. Diede un’occhiata fuori della 
finestra ai mandorli che tremolavano al soffio 
della brezza e decise di muovere due passi prima 
del desinare. 

Quando ebbe appena varcato l’uscio della cu¬ 
cina, il solo che desse adito alla casa, Rosalba 
gli corse dietro : 

— Ricordatevi che è domenica e che si pran¬ 
za prima degli altri giorni. 

— Va bene, lo so. 

— Non fatevi attendere, clxè Romolo bron¬ 
tola. 

Neera. Una passione. 


9 



— 130 — 


— Lo so, lo so. 

In fondo al cortile trovossi ancora Rosalba 
alle calcagna. (Ella biascicava rivoltando fra 
le mani la pezzuola da naso : 

— Tutto cambia talmente a questo mondo che 
non si è più sicuri di quello che si fa; cambia¬ 
no le persone, cambiano le abitudini: una volta 
si pranzava a mezzogiorno ed ora si arriva ! 
alle quattro; hanno cambiato finanche gli orli dei 
fazzoletti, che una volta si ribattevano sul ro¬ 
vescio ed ora si ribattono sul dritto, vantaggio 
della macchina. 

Remo che non la ascoltava più stava per gi¬ 
rare il sentiero di fianco. 

— Remo! Che diamine! Remo! 

— Ma clic cosa volete, benedetta donna? Vi 
ha forse morsicato una vespa? 

— fi più di un’ora che cerco di parlarvi; 
ma già, gli uomini non capiscono mai nulla. 
Mi manca il fiato a furia di corrervi dietro. 

Renio si fermò di botto al colmo dello stu¬ 
pore. 

— Se volete parlarmi perchè non lo avete 
già fatto? 

Rosalba si lasciò andare colla schiena contro 
il muro affannata e scarlatta^ facendosi vento 
col grembiule. 

— Se fosse stala una cosa tanto semplice 
non mi sarei data questa pena, e dopo tutto è 


— 131 — 


per voi altri, per l’onore della vostra famiglia... 
perchè nessuno possa ascoltare e riferire. 

Remo incominciò a tremare per davvero. Ciò 
vedendo ella prese animo per entrare trionfal¬ 
mente nell’argomento : 

— Voi non sapete dunque nulla? 

— Ma di che, in nome di Dio? 

— Di Ippolito. 

— Ippolito? 

— Giusto lui. 

— E che cosa c'è? 

La donna volle godersi con una pausa quel 
punto culminante della scena che aveva prepa¬ 
rala, godersi l’ansia di Remo, godersi la propria 
momentanea importanza. Mise le mani sui fian¬ 
chi, spinse innanzi la faccia tutta stravolta : 
è... ce... 

Poi lutt’a un tratto, come si schiaccia una 
mosca in un impelo di rabbia, gli soffiò sotto 
il naso : 

— Ha una praticai 

Il buon pedagogo arrossì, oh! ma di un ros¬ 
sore straordinario che sali ad investirlo fino 
al di sopra delle orecchie, menile cercava inu¬ 
tilmente dove posare lo sguardo smarrito. Un 
disoorso di tal fatta con una donna! con Rosal¬ 
ba!... E senza avere il tempo di prepararsi! 
Tentò due o tre volte di aprir bocca; finalmente, 
cedendo al suo temperamento ottimista, disse 
un po’ rinfrancato : 




— 132 — 

— Siete poi certa? 

- Ssss!! — fece Rosalba lanciando un brac¬ 
cio al disopra della testa. 

~ Sapete che il inondo, purtroppo, è pieno di 
cattive lingue; per ignoranza, per leggerezza, 
non credendo di far male il più delle volte... 
h come la laida di neve che ne trascina un’altra 
e che... 

Altro elio falda di neve! E un fatto posi¬ 
tivo. Vi immaginate perchè se ne sta a Bergamo 
tutti questi giorni? 

- Sicuro, poverino. Ila gli ultimi esami al 
Conservatorio; prepara una composizione sa¬ 
cra... 

Si, eh? Lo ha detto a voi, a me, a tutti, 
e tutti l’ahbiamo bevuta! 

Rosalba, Rosalba, prima di dir male del 
prossimo conviene girare tre volte la lingua in 
bocca. 

Per me è tutto il giorno che la rigiro. Non 
dissi nulla a Romolo... 

— Avete fatto bene. 

....perchè è troppo furioso e Dio sa che 
quarantotto ne veniva fuori. Del resto la cosa 
è tanto sicura che lui sta a Bergamo per andar¬ 
sene quando vuole a Milano... 


— Che centra Milano, adesso? 

— Come, non l’ho detto? E a Milano che egli 
ha la... (Terminò la frase con una strizzatina 
d’occhi). 



— 133 — 


— Oh! Signore Iddio — gemette Remo in¬ 
vaso da un subitaneo sgomento per le propor¬ 
zioni che la faccenda minacciava di prendere. 
— Ma come sapete voi... una donna... queste 
cose... 

— E so di peggio. Pare che in casa di quella 
pratica ci sia stata una rissa e che ne debba ve¬ 
nire un duello. Vedete in che razza di impicci 
ò andato a cacciarsi? 

— Un duello? Ippolito! 

11 povero Remo sudava freddo. Prendendo 
Rosalba per un braccio la 'trascinò ancor più 
lontano dalla casa, assalilo da mille timori sen¬ 
za nome. 

— Ditemi tutto quello che sapete, sopratutto 
da qual parte lo sapete, se pure non è una ca¬ 
lunnia inventala di sana pianta, il che mi sem¬ 
brerebbe più probabile. 

Il buon Remo si attaccava con una ostinazio¬ 
ne di naiufragio alla scappatoia della calunnia, 
ma Rosalba fu spietata: 

— Tomolo di Ponte di Sotto, sapete?... 

— Si, Tomolo dal naso a spegnitoio. 

— Benissimo! Egli è a Milano a fare il sai\o, 
e va a dormire in casa di Bernardo, sapete, 
Bernardo lo zoppo che sta a Milano da tanti 
anni? 

— Sì, si. 

— Ebbene, Bernardo è il portinaio di quella 




— 134 — 

casa... dove abita... avete capito adesso? Lui 
e Tomolo hanno visto tutto. 

— Ma il duello, il duello? 

- Il duello si deve fare uno di questi giorni. 

Oh! Signore Iddio! — tornò a gemere Re- 
mo; — pure, reagendo ancora con tutte le forze 
della sua anima semplice, riprese : — E se non 
fosse vero niente? 

Questo pensiero che « non fosse vero niente » 
gli sorrideva con una dolcezza incomparabile. 
Tutto come prima : Ippolito a Bergamo per pre¬ 
pararsi all esame; Rosalba accanto a’ suoi for¬ 
nelli; e lui, Remo, correggendo i compiti in quel¬ 
la bella domenica di giugno, con un cielo cosi 
limpido ed una brezza così soave Ira le foglie dei 
mandorli... 

Vana speranza! Rosalba bruciò la sua ultima 
cartuccia : 

I ei essere sicuri c è un mezzo semplicis¬ 
simo. Andate a Bergamo, subito. Se trovale Ip¬ 
polito, bene con bene: se non lo trovate, via 
dritto a Milano, in una contrada che si chiama 
Palestre... Non vi dico altro. Se fosse una con¬ 
trada onesta si chiamerebbe di S. Pietro o di 
S. Paolo e non con questo nome turco. 

Remo implorava colle due mani tese a gui¬ 
sa di ventaglio verso la donna, quasi per arre¬ 
starne 1 inflessibile chiacchierio. 

Esitale? Vedete un po’ come sono questi 

uomini... 



— 135 — 

— Non esito... no... se occorre... il mio do 
vere innanzi tutto. 

Dunque andate. 

— Ma così... per una parola... 

— Volete che vada io? o Romolo? 

Egli misurò l’estensione del nuovo pericolo, 
lo scandalo, i pettegolezzi, l’ira del [rateilo, lut¬ 
to il putiferio clic ne sarebbe nato. Chinò la testa 
e rispose con un gran sospiro : 

— Anderò. 

Si trattava di decidere quando. Rosalba pre¬ 
tendeva che partisse sul momento; ma a questo 
egli si rifiutò categoricamente adducendo che 
conveniva preparare Romolo con un pretesto e 
che anche partendo subito non avrebbe potuto 
andare e ritornare nello stesso giorno, ed a stai' 
Inori la notte non era nemmeno da pensarci 
per una quantità di ragioni. 

Rosalba, avendo ottenuto l’intento principale, 
mostrossi docile su questo punto e lasciò che 
Remo andasse a terminare il suo passeggio sotto 
i mandorli, benché I animo di lui contristato e 
turbatissimo non gli permettesse più di godere 
l’innocente svago. 

Fu ben peggio quando, il giorno dopo, ad¬ 
dotto un impegno professionale, egli prese di 
buon mattino maliconicamente la via di Ber¬ 
gamo con una grossa mazza fra le mani il cui 
pomo rappresentava una lesta di cane, « suri- 




— 130 — 


bolo di fedeltà » e un cappello di paglia le cui 
ampie tese ombreggiavano pietosamente il suo 
volto stremato dalla notte insonne. 

— Ricordatevi — lo aveva ammonito Rosalba 
mescendogli nel caffè nero una goccia di ac¬ 
quavite per infondergli coraggio — che bisogna 
battere risolutamente il ferro intanto che è caldo. 
Questo genere di donne è terribile quando si 
attacca ad un giovinotto. Sono vampiri! Ricor¬ 
datevi, vampiri! 

Trotterellando sullo stradale, Remo cercava 
di prepararsi alla partaccia che gli era stata af¬ 
fibbiata. Che un giovine di ventidue anni ceda 
agli inviti d’amore mentre tutto nel mondo e 
nella natura ne lo consiglia, non era in se stes¬ 
sa cosa peccaminosa. « No, no, — andava ri¬ 
petendo con una crolla'iina di lesta — il male non 
è qui. Scelga una onesta giovine c la sposi ap¬ 
pena gli venga fatto di ottenere il posto; è giu¬ 
sto, è umano, è saggio. Chi di noi glielo vor¬ 
rebbe impedire? Non sarebbe anzi la nostra 
gioia? Non sarebbe il conforto della nostra vec¬ 
chiaia veder, girare per la casa una fresca sposa 
e, più lardi, una nidiata di bamboccetti a cui 
insegnerei a leggere e scrivere e che verrebbero 
alla loro volta a fabbricarmi le barchette di carta 
sotto il naso? Bamboccetti e bamboccette, uno 
biondo, l’altro nero, l’allro castano ». 

Si accorse di essersi allontanato dall’argo- 



— 137 — 


mento, sempre per quella benedetta tendenza a 
vedere tutto roseo, ed affrettando il passo e crol¬ 
lando la testa più energicamente in senso affer¬ 
mativo, questa volta per avviarsi con una «nn- 
naslica graduale alla grande battaglia, si rimise 
di fronte il problema: Una pratica a Milano. 

« Uhff!! » — sbuffò. Mollo inolio di simili affari 
non si intendeva... Per conto proprio, intanto, 
no! Ma qualche amico, qualche racconto udito 
di straforo, qualche lettura... Cose vecchie del 
resto. Anche Circe, anche Cleopatra, anche Mes¬ 
salina... Dice bene Rosalba: Vampiri! Bisogna 
atterrarli e distruggerli. Ippolito, poveraccio, 
che ne sa lui? Ma capirà la ragione, oh! la 
capirà subito; un ragazzo intelligente, buono, 
affezionalo alla famiglia non può perdersi cosi 
da un momento all'altro. E questione di arrivare 
in tempo. Il peggio è quel duello. Un duello! 
Ma se non ha mai maneggiato altra arma fuori 
dello schioppo! E poi non sono forse proibiti i 
duelli? Dunque non si fanno. Sarebbe un triplice 
attentato contro la religione, contro le leggi, 
contro la famiglia. Ippolito non ne è capace. 
Egli crede in Dio, rispetta i superiori, è sem¬ 
pre sitato un figliuolo obbediente e timorato; 
perchè dovrebbe battersi?... 

E quella donna, a proposito, quella donna, 
se lo ama, non lo può permettere nemmeno lei. 
Bisogna dirglielo, bisogna mostrarle la respon- 




— 138 — 


«abilità che le verrebbe da una disgrazia. Bi¬ 
sogna all occorrenza minacciarla... ci sarà bene 
nel Codice un qualche paragrafo in questo sen¬ 
so. Intimorirla bisogna. Andare da lei diretta¬ 
mente, là, e dirle che lutto è scoperto. Questo 
le deve fare una grande impressione ». 

A tal punto del monologo Remo tentò di rap¬ 
presentarsi press’a poco la via Balestro, che 
doveva essere qualche cosa come il sentiero 
dell’Inferno, ma un pudore improvviso gli ac¬ 
calorò la faccia e capì che la matassa si in¬ 
garbugliava di tutti gli sforzi che egli faceva 
per sgarbugliarla. In (piale brutto passo era mai 
caduto! 

Essendosi fermalo un istante per riposare so¬ 
pra un mucchio di ghiaia andava tamburinando 
colle dila la lesta di cane della sua mazza in 
cerca di aiuto. Decise finalmente di non pensarci 
più finché fosse giunto a Bergamo, vedere se 
Ippolito c’era e lasciarsi guidare dall’ispirazione 
del momento, la quale vuoisi sia sempre la mi¬ 
gliore. 

L’abitazione dell’amico, presso cui Ippolito 
aveva preso alloggio in quei giorni col pretesto 
di prepararsi insieme all’esame, sorgeva poco 
lungi dal Conserva torio sullo sdrucciolo solita¬ 
rio di San Giacomo, ed aveva un giardinetto 
disposto a scaglioni in vista delle mura. Fu in 
questo giardinetto che il buon uomo trovò la 



— 139 — 


madre dell’amico occupata ad inafTiare certe sue 
pianticelle. Egli non sapeva, in verità, da qual 
parte rifarsi per interrogarla; ma ella lo tolse 
subito d’impaccio prevenendolo : 

— Buon giorno signor Remo; Viene a tro¬ 
vare suo nipote? Bravo, si accomodi. E al Con¬ 
servatorio con mio figlio; li aspetto fra poco per 
la colazione; la faremo insieme. 

Remo trasse un respiro tanto prolungato a 
questa prima notizia rassicurante che la signo¬ 
ra, ingannandosi sul significato, soggiunse : 

— E una salila dura, nevvero? Pensi un po' 
quando non c’era la funicolare! Ma quale com¬ 
penso una volta giunti quassù! Guardi che vista. 

— Stupenda! 

Egli avrebbe ben voluto chiedere alla madre 
dell’amico se Ippolito stava fermo agli studi o 
se faceva qualche scappata a Milano; ma fu pre¬ 
so da uno scrupolo. O se non c’era nulla di nulla 
perchè sollevare sospetti temerari? Spirava tanta 
pace in quella casetta! Si chinò a guardare le 
pianticelle : 

— Sono tuberose? 

— Tuberose e garofani della China. 

— Vengono su bene. 

Si, se Dio vuole. Aria e sole non mancano. 
Guardi tulli i giardini qui intorno, che paradiso! 

Remo girò gli occhi sul panorama : incante¬ 
vole a monte, dove una catena di giardinetti si 





— 140 — 


arrampicava tra le case usufruendo d’ogni più 
piccolo spazio di terreno per lanciare al sole 
ciuffi d’erbe fiorite; imponente a valle, coll’am¬ 
pia distesa fra il Brembo e il Serio perdenlesi 
all’orizzonte in una vastità di mare. 

— Permetta, signor Remo, le è caduto un ra¬ 
gno sulla manica; due anzi. Volevano fare al¬ 
l’amore sul suo pastrano. 

Tutto confuso egli tese docilmente il braccio 
per accogliere il buffetto che la signora diede ai 
due vagabondi, non senza poi passare e ripas¬ 
sare la mano sul posto del convegno, invaso da 
una certa inquietudine. 

Quando i due studenti reduci dal Conserva- 
torio fecero la loro apparizione in giardino, sca¬ 
valcando il muro di cinta con delle rose in ma¬ 
no colte allora allora, il buon Remo non seppe 
far altro che sorridere a suo nipote tendendogli 
cordialmente la destra. Ma la sorpresa di Ippo¬ 
lito non fu lieve e non si appagò del pretesto ac¬ 
campato li per li per giustificare uno strappo 
cosi straordinario alle occupazioni ed alle abi¬ 
tudini del maestro del villaggio. Non poteva 
nemmeno sfuggirgli il contegno di Remo in cru¬ 
da lotta fra la dolcezza naturale e l’aspro com¬ 
pito che si era assunto. — « C’è 'un guaio » — 
pensò il giovinotto; lontano per altro dalla ve¬ 
rità. 

Terminato il modesto asciolvere, mentre gii 



— 141 — 


ospitalieri padroni avevano lasciato soli zio e 
nipote immaginando bene che avessero qualche 
cosa da dirsi, Ippolito chiese subito di che si 
trattava. 

— Figliolo mio — esordi Remo messo nella 
condizione di chi addossato a un muro si trova 
il nemico davanti — bada che io non credo nien¬ 
te. Sono ciarle, dicerie, roba messa in giro da 
qualche invidioso o da qualche sfaccendato... 

Fin dalle prime parole la voce segreta del¬ 
l’istinto fece battere confusamente il cuore a Ip¬ 
polito il quale si morse i piccoli baffi con un mo¬ 
vimento nervoso aspettando il seguito. Ma an¬ 
che Remo aveva sollevalo sul nipote i dolci oc¬ 
chi rotondi sperando un aiuto o un incoraggia¬ 
mento purchessia, e l’attitudine del suo volto era 
pietosa a segno che Ippolito finalmente disse : 

— E cosi* 

— Dicono... ma non arrabbiarti, sai, perchè 
se non è vero non è vero, ed io credo più a te 
che agli altri. Dicono che hai una relazione... 

Si fermò in attesa che Ippolito protestasse, ma 
vedendo che non faceva altro che mordersi i 
baffi in silenzio, prese animo a soggiungere : 

— .... a Milano... 

Sempre silenzio. 

— .... in via Palestro... e che c’è un duello per 
aria. É vero?... No? Ah! lo sapevo bene. 

— Piano, caro zio. In quello che tu dici c’è 
vero e c’è falso, come succede spesso. 




— 142 — 

— Ma niente di male, eh? Questo è l’impor¬ 
tante. Il duello?... 

— Il duello non si farà. Ti basita? 

— C’era però? 

— C’era, ma non c’è più. Uno sciocco vanesio 
voleva che mi battessi, infatti; ma tutto venne ac¬ 
comodato coll’intervento di una brava persona, 
un gentiluomo, un galantuomo, uno che se lo 
conoscessi ti piacerebbe certamente. Rallegrati 
dunque e non ne parliamo altro. 

Remo stava per appigliarsi giocondamente a 
questo consiglio che armonizzava a pieno co* 
suoi desideri, quando si accorse di non avere 
dato fondo alla questione. Anzi quello che ri¬ 
maneva a decifrarsi era ancor più scabroso. Si 
diede qualche colpetlino prima colla mano de¬ 
stra sulla sinistra, poi colla sinistra sulla destra, 
si raschiò la gola, aspirò l’aria a pieni polmoni. 
Improvvisamente, colle risoluzioni violente che 1 
timidi trovano nella loro coscienza quando si 
tratta di un dovere da compiere, mise fuori la 
gran parola : 

— E... la donna? 

— Caro zio, poiché ti ho assicurato che non 
corro nessun pericolo, che importa il resto? 

Remo si sovvenne delle terribili raccoman¬ 
dazioni di Rosalba a proposito dei vampiri. Ciò 
lo rese ardito : 

— Non tutti i pericoli, caro figliuolo, ci ven- 



— 143 — 


gono dalle armi e dalle risse. Vi sono abissi te¬ 
nebrosi sotto ai laghi più azzurri, veleni mici¬ 
diali in grembo ai fiori maggiormente profumati. 
Tu sei inesperto ancora, e per questo, e perchè 
sei giovine, male ti puoi difendere dalle astu¬ 
zie femminili che non conosci, che forse non 
sospetti nemmeno. Se tu vagheggi un puro so¬ 
gno d’amore, perchè farne mistero? Se invece 
cadesti nei lacci di un avventuriera... 

— Ma chi ti ha raccontato queste frottole? 

— So che vai nascostamente a Milano. 

— Chi te l’ha raccontato? 

— Gente che li ha visto; ma non è ciò che 
imporla. Chi hai a Milano? Dimmelo. Non sono 
più il tuo vecchio zio al quale hai sempre con¬ 
fidalo lutto? Il tuo vecchio zio che ti ama? Vo¬ 
glio esserli utile in ogni modo. Se ciò a cui tendi 
è bene, aggiungerò le mie forze perchè tu lo 
raggiunga; se è male, ti sarò compagno nel 
combatterlo. Già tu non vuoi il male, nevvero?... 
Ippolito, lìgliolo caro., rispondi... 

— Che devo mai rispondere? 

— Vai a Milano? 

— Ebbene, si, vado a Milano. E questo il 
male? 

— Ma vedi... è secondo.. Intanto è male che 
tu vada nascostamente, facendo credere che ti 
fermi qui per studiare. E poi... una relazione... 

— Senti, zio. Ti ho detto fin dal principio che 




nelle ciarle che ti hanno riferito c’è del vero e 
del falso. Vado a Milano a trovare una persona, 
una signora, un’aulica carissima, e basta. Non 
c’è altro. Tutto ciò che la malignità o la stupi¬ 
daggine possono aggiungere a questo fatto sem¬ 
plicissimo è spudorata calunnia. 

Con uno slancio di improvviso coraggio Re¬ 
mo lanciò una domanda che da molto tempo sii 
bruciava la lingua : 

— E maritata? perchè, vedi, il peccato sareb¬ 
be doppio... 

— No. 

— Una fanciulla?... 

— Una signora, li dico. Non pensare altro, 

intendi? Non altro. Sappi che io la venero come 
una Madonna; sappi che è la più buona, la più 
nobile, la più disinteressata di 'tutte le donne e 
che non tollererò mai sul suo conto una parola 
meno che rispettosa. * 

— Tu l’ami? — mormorò Remo quasi sbigot¬ 
tito dalle ultime parole del giovine. 

— L’amo. 

11 silenzio che seguì questa ferma dichiarazio¬ 
ne fu lungo e penoso per entrambi. Remo ar¬ 
rischiò limidamente un’altra domanda: 

— E lei?... 

— Ah!... Non so, non so, non so! 

Ippolito si cacciò le mani nei capelli, pallido 
e convulso. 



— 145 — 


Vedendo il suo diletto nipote in tanta agita¬ 
zione zio Remo fu subito preso da una specie 
di pentimento. Era chiaro che non c’era nulla 
di male. Si trattava evidentemente di un amor 
platonico ispirato dalle virtù di una donna ec¬ 
cezionale, e poiché la signora era onesta, cosi 
nobile, così buona, cosi disinteressata, il perico¬ 
lo scemava d’assai, (.'osa vuol dire le male lin¬ 
gue! E Rosalba che parlava di vampiri!... Il bi¬ 
sogno che egli aveva di serenità e di pace Io 
sospingeva rapidamente ad accogliere il concor¬ 
dalo che gli veniva offerto dalle dichiarazioni di 
Ippolito, per cui soggiunse con convinzione : 

— Ad ogni modo tu agirai onestamente, nev- 
vero? Rimettiti alla Provvidenza. Se ella ha de¬ 
stinato che tutto finisca bene, finirà. Sarebbe 
però consigliabile che tu ora abbandonassi un 
po’ questi sogni d’amore per attendere agli esa¬ 
mi... Se li dovessi mancare anche questa volta... 
rifletti. 

Ippolito appariva impaziente che il dialogo ter¬ 
minasse : ad ogni modo non era disposto a dare 
maggiori spiegazioni, segretamente irritato che 
la sua passione fosse già conosciuta. Disse an¬ 
cora alcune parole per calmare lo zio : panie 
vaghe, imprecise, sufficienti tuttavia perchè il 
soitìso rinascesse sulle labbra e negli occhi del 
buon Remo. 

Prima di lasciarti — disse, mentre un rag- 

Nkkija. Una passione. 


10 




— 146 — 


gio si accendeva nelle sue pupille rotonde— vo¬ 
glio ripeterti il consiglio di andare cauto, sia 
per le, sia per lei : sopratulto per lei, per la sua 
riputazione. Sono del parere, guarda, che ap¬ 
pena terminali gli esami tu vada a lare un viag- 
getto... così, per distrarti. Il tempo intanto por¬ 
terà consiglio c lutto anderà per il meglio. La 
Svizzera, eli?... Aon li piacerebbe vedere Gine¬ 
vra? li il lago dei Quattro Cantoni? 

Ad un'obbiezione di Ippolito egli replicò tutto 
ilare : 

— Non ci pensare. Ho da parie una sommella 
che destinavo all’acquisto di una fisarmonica... 
te la cedo volentieri. Forse non avrei nemmeuo 
tempo di suonarla la fisarmonica. Al caso sarà 
per un altro anno. 

Zio e nipote si abbracciarono teneramente. 
Sulla via del ritorno Remo si fregava le mani 
pensando che proprio le cose non erano andate 
cosi male come temeva. Quanto a Rosalba, con¬ 
veniva giuncare d’astuzia per sviare le sue ciar¬ 
le. Egli le avreune detto che Ippolito studiava 
come un martire e che se andava tratto tratto 
a Milano era per lare quadro passi in Galleria, 
tanto per sollevarsi lo spirito. 


XI 


Amore. 


Ippolito non si capacitava di avere rivelato 
con tanta franchezza a zio Remo un sentimento 
che non gli era ancora riuscito di confessare a 




— 147 — 


se slesso. Ma era anche singolare che Remo 
glielo avesse domandato, per cui la sua risposta 
al ferma ti va si perdeva in uno di quegli impulsi 
irragionevoli ed irragionali che sfuggono all’a¬ 
nalisi. Non si pentiva nemmeno dello scatto 
spontaneo, conoscendo il candore di Remo e 
l’uso prudentissimo ch’egli avrebbe fatto della 
confidenza; ma, a guisa d*i suggello levato che 
apre 1 adito al liquore nascosto, quella dichia¬ 
razione recisa falla ad un altro non gli permet¬ 
teva più di conservare l’inganno verso se stesso. 
La benda era caduta, vedeva chiaro oramai nel 
suo cuore. 

Nato in circostanze eccezionali il suo senti¬ 
mento per una donna sconosciuta, che forse non 
avrebbe neanche mai tentato di avvicinare, re¬ 
stò per i primi tempi nel limbo dei sogni, aiutalo 
dalla lontananza e dall’indole sua poco intra¬ 
prendente che ne faceva am contemplativo più 
che un uomo di azione. Quel soave profumo 
di donna giunto fino a lui in una busta immaco¬ 
lata, quel mistero fantasioso di due anime comu¬ 
nicami senza il tramite del corpo, gli riusciva 
nuovo e simpatico. La sua vagabonda immagi¬ 
nazione di artista, imprigionata ancora tra veli, 
spaziava in questo mondo della chimera che ri¬ 
conosceva per un segrelo intuito e di cui cer¬ 
cava, nell’ombra, i verdeggianti sentieri. 

Quando però la splendida creatura gli era ap- 




parsa con tifili i fascini della più squisita fem¬ 
minilità, in quel primo sguardo ricambiato in 
cui egli aveva sentilo trasalire tutte le sue visce¬ 
re, la gran fiamma della passione era divam¬ 
pala subitamente. Vedeva in Lei l’ideale della 
donna, una di quelle polenti regine che con un 
solo sguardo trasformano un fiacco in eroe, una 
di quelle sante giovani, belle e ardenti, che en¬ 
tusiasmano, una di quelle fate che avevano sor¬ 
riso alla sua immaginazione di fanciullo. Quan¬ 
te volte aveva sognato di conoscere uno di que¬ 
sti esseri straordinari, quanto tempo l’aveva cer¬ 
cata senza trovarla! Ed ora avrebbe voluto ba¬ 
ciare lo strascico del suo vestito, abbracciare 
stretto qualche oggetto suo e aspirarne l’olezzo 
c piangere di gioia. Si svegliava qualche volta 
al mattino con l’impressione di avere avuto una 
improvvisa fortuna, e lutto gli sembrava bello, 
e cantava, e avrebbe voluto trovarsi in un luo¬ 
go chiuso, romito, per pensare a Lei senza oc¬ 
cuparsi più di nulla, per ricordare esattamente 
il colore de’ suoi occhi, la forma delle sue lab¬ 
bra, la sua andatura meravigliosa. Che cosa vo¬ 
leva? Che cosa sperava? Non se l’era mai chie¬ 
sto, ma avrebbe voliflo stare con Lei eterna¬ 
mente. 

Per quanto egli non avesse incontrato fino al¬ 
lora una donna così fulgidamente bella come 
Liiia, non era di sola bellezza che si componeva 



149 — 


il suo fascino e quel corollario appunto di gra¬ 
zia e di intelligenza che accompagnava ogni 
suo gesto, ogni suo motto, era il gran segreto 
delle passioni profonde che sapeva ispirare, che 
si protraevano al di là del desiderio. E Ippolito 
al desiderio non era giun'to ancora, chiuso nella 
torre d’avorio della sua selvaggia giovinezza a 
cui facevano baluardo le credenze religiose, le 
abitudini di famiglia, l’eredità di tradizioni pa¬ 
triarcali. Vederla, ascoltarne la voce, scrutare 
i suoi, pensieri, cogliere a volo i suoi sorrisi, 
trattenere nella retina degli occhi la sua imma¬ 
gine 'tutta, intera talché, chiudendo le palpebre, 
gli sembrava di serrarla sul cuore, per lungo 
tempo furono queste le sue gioie. 

L'impegno serissimo dell’esame non gli per¬ 
metteva di andarla a trovare durante il giorno. 
Non era che dopo le lezioni, col lento treno delle 
sedici che egli lasciava Bergamo, accontentan¬ 
dosi di un pranzo sommario per recarsi in quella 
recondita via Balestro, unai delle più tranquille 
e delle più dimenticate nella rumorosa Milano 
moderna. Arrivava che erano quasi le venti; do¬ 
veva accontentarsi di un’ora sola di felicità se 
voleva riprendere l’ultimo treno delle ventuna e 
venticinque che lo riconduceva a Bergamo. Ma 
quest’ora conquistata con tanto disagio e così 
rapidamente trascorsa non gli bastava più. Alla 
inula contemplazione dei primi tempi, che tanta 




— 150 — 


dolcezza gli infondeva nel cuore, veniva sosti¬ 
tuendosi una inquietudine, un malessere, un con¬ 
tare tormentoso dei minuti che fuggivano, uno 
scontento di sé che arrivava qualche volta ad 
una specie di rabbia sorda dove anche il senti¬ 
mento dell’ ammirazione sembrava intorbidarsi 
di nuove correnti occulte. 

Sintomo grave del rivolgimento che stava com¬ 
piendosi in lui si accorse di provare, dapprima 
inavvertita, poi via via crescente e indomabile, 
una insofferenza degli amici, degli adoratori, di 
tutto quel circolo prono davanti a Lilia, intento 
a carpirle uno sguardo, una parola; specie di 
Corte dove ognuno occupava un posto in ordine 
gerarchico e che si rinnovava di sempre fresche 
reclute. TI privilegio a lui concesso di intimi col¬ 
loqui sul verone, quegli istanti incantevoli di 
voluttà e di poesia in cui più che vederla se la 
sentiva accanto, bianca visione, per lui, solo per 
lui, intanto che gli altri ciarlavano e ridevano 
nell’interno delle sale, quel privilegio che lo 
aveva reso fiero fino allora, gli acuiva adesso la 
disperazione di lasciarla mentre appunto tutto il 
suo essere vibrava del fascino di lei, e là, su 
quel verone, avrebbe voluto che incominciasse 
l’clernità. 

Quante volte egli scendeva da Bergamo alla 
con un programma di audacia che andava svol¬ 
gendo nello stretto vagone dell» funicolare, ere- 



— 151 — 


scendolo lungo la strada fino a raggiungere le 
iperboliche proporzioni di una dichiarazione di 
amore!... Si. era deciso a questo. Languiva, mo¬ 
riva, aveva bisogno di parlare, di dirle tutto! 
Ma giunto in quelle sale eleganti, sotto la luce 
delle lampadine elettriche sbordanti tra i fiori, 
di fronte alla siepe degli uomini vestiti di nero 
che lo guardavano d’alto in basso reprimendo 
per mera civiltà un sorriso ironico, tutto il suo 
coraggio sfumava. C’era l'oasi del balcone, ò 
vero, ma anche là le ciarle vane, le risate im¬ 
portune, le apparizioni sulla soglia, il dubbio 
continuo di essere interrotto lo perseguitavano, 
avvelenandogli la preziosa brevità degli istanti 
concessi. 

Una volta scrisse: scrisse che detestava la 
sua casa, la sua società, quelle visite misurale, 
quella gioia fuggevole, la lontananza,, gli osta¬ 
coli, il mondo, tutto tuito ciò che si frapponeva 
tra loro due. Ma la lettera era riuscita troppo 
violenta; la stracciò, non fu capace di rifarla, c 
il giorno dopo le stette vicino muto, iroso, in¬ 
comprensióne, quasi stupido, quasi villano : 
pazzo d’amore e di disperazione. 

Lilia un po’ intendeva e un po’ s’arrabbiava. 
Abituala al dominio assoluto avrebbe preteso 
che anche Ippolito prendesse il suo numero nel¬ 
la schiera degli imploranti e si adattasse agli usi 
od ai capricci che regolavano il piccolo regno. 




— 152 — 


Quel bellissimo giovine così diverso dagli altri le 
piaceva immensamente, ma non le veniva an¬ 
cora l’idea di sacrificargli le sue abitudini, quan¬ 
tunque a volte sentisse anche lei il tedio delle re¬ 
lazioni convenzionali e degli amori stereotipati. 
11 peggio era che nelle ore febbrili dell’attesa 
ognuno si fabbricava secondo il proprio desi¬ 
derio lo stato d’animo che avrebbe volu'lo nel¬ 
l’altro, e non trovandolo conforme al piano im¬ 
maginato si arrestava, nello slancio, si perdeva 
nelle ipotesi, taceva, sembrava freddo, e intan¬ 
to l’ora passava inesorabilmente. 

Un amante di più? No, non era questo che 
Lilia voleva. Una relazione sentimentale nem¬ 
meno, perchè Lilia non era sentimentale; ma 
capiva pure che una brusca risoluzione avrebbe 
compromesso quell’incanto delizioso di un a- 
morc quale le era apparso lontanamente nei so¬ 
gni dell’adolescenza, che non aveva incontrato 
mai prima d’ora, che la lasciava dubbiosa come 
dinanzi ad un nuovo congegno di cui non si co¬ 
nosce il meccanismo. Perchè Ippolito non le 
aveva mai chiesto di restare quando gli altri 
partivano? Ella avrebbe concesso si o no, ma 
perchè egli non lo chiedeva? 

I calori di luglio intanto erano scesi torren¬ 
ziali sulla città, nè Liiia accennava a muoversi. 
I suoi amici non rinvenivano dalla sorpresa. 
Ancora a Milano in luglio? Una cosa mai vista. 


— 153 — 


— Oh! guardate, — le disse una sera il gior¬ 
nalista : — avrei scommesso di non trovarvi più 
coi trenlaquattro gradi che abbiamo fatto oggi. 

— E dove volevate che fossi? 

— Che so io! magari a Bergamo... 

Lilia si morse le labbra. La situazione diven¬ 
tava intollerabile, e per vendicarsi della mali¬ 
gnità del suo antico adoratore raddoppiò sul- 
l istante le premure verso Ippolito. 

Il povero giovine si sentiva impazzire sotto 
gli sguardi di Lilia. Fra i due tormenti dell’e¬ 
same e dell'amore la sua vita passava in un con¬ 
tinuo struggimento. Don Peppino ripeteva ogni 
tanto a chi lo voleva ascoltare una certa strofa 
pescata chi sa dove e che egli sapeva condire 
colla sua bonomia ambrosiana : 

Amor ciarliero è gioco 

Che fa molto baccano e dura poco. 

Amor silente è fuoco 

Che cuoce la vivanda , il piallo e il cuoco. 

Ma gli alberi dei boschetti lo sapevano un lo¬ 
ro segreto che si rimandavano dal castano al 
tiglio, essi che proteggevano le notti ardenti di 
Ippolito, poiché non gli era più possibile distac¬ 
carsi da Lilia dopo un’ora sola di colloquio ed 
ormai aveva preso il partito di rimanere fino 
all’ultimo istante. Le giornate caldissime face¬ 
vano prolungare la sera nell’appartamento sim- 



— 154 — 


paìico, elegante, tutto fiorito. Lilia non lasciava 
il balcone prima della mezzanotte, e quando, 
licenziati gli amici, in molle accappatoio, coi 
bei capelli sparsi, prendeva ancora una boccata 
d’aria fresca affacciata al davanzale, non vedeva 
l’appassionato amante nascosto fra gli alberi, 
ma forse era il desiderio di lui irrompente, frene¬ 
tico, che saliva a darle si aoute vertigini?... Al¬ 
l’alba poi, mentre ella riposava nel morbido let¬ 
to, Ippolito correva a Bergamo colle occhiaie 
dell'insonnia nel volto pallido e colla febbre nel 
sangue. 

Fu in questo stato di violenza che egli com¬ 
pose il suo saggio per l’esame, ispiralo al Can¬ 
tico dei Cantici, dal quale aveva preso i passi 
più poetici e più profondi : 

« 0 tu che l’anima mia ama, dimmi, ove pa¬ 
sturi la tua greggia? 

« Rosa di Saaron, giglio delle valli, giglio tra 
le spine, tale è l’amica mia tra le fanciulle. 

« Chi è costei che sale dal deserto simile a 
colonna di fumo profumata di mirra e d’incenso? 

«Eccoti bella, amica mia, eccoli bella! Tu 
sei tutta bella e non vi è diletto alcuno in le. 

« Quanto son belli i tuoi amori, o sposai, o 
sorella mia! Le tue labbra stillano miele. Tu 
sei un orto serrato, una fonte chiusa. 

« Lèvali, Aquilone! vieni, Austro! spirate per 
l’orto mio e faie che i suoi aromi stillino. 



-- 155 — 


« Mettimi come un suggello sul tuo cuore, 
come un suggello sul tuo labbro, poiché l’amore 
è forte come la morte. 

« O tu che dimori nei giardini, amica mia, 
sposa mia, i compagni attendono la tua voce. 
Fammela udire! » 

Con Lilia parlava qualche volta de’ suoi studi, 
ma essi erano troppo mescolati al suo amore per¬ 
chè la discussione potesse svolgersi serena. 

— A quando gli esami? — domandò lei. 

— Dovrebbero essere in agosto, se pure non 
anticipano per ragioni d’igiene. 

E poi? Al poi non pensavano nè l’uno nè l’al¬ 
tra. Era sceso su di essi il velo incantato clic 
sottrae gli amanti a tutte le considerazioni uma¬ 
ne. Appena Lilia resisteva ancora alla paura del 
ridicolo per uno squisito senso di signorilità 
che si sposava nel suo temperamento a un per¬ 
fetto equilibrio di mente. Sentiva il peso di tulli 
quegli occhi aperti su di lei, di tutte quelle cu¬ 
riosità intente a spiarla, di tutte quelle invidie 
e gelosie pronte a coglierla in fallo; nello stes¬ 
so tempo che l’ingenuo ardore di Ippolito la 
sospingeva verso una forma d’amore il più pos¬ 
sibilmente vicina alla perfezione. 

Una domenica era capitato improvvisamente 
a metà della giornata. Trovò Lilia sola al pia- 


— 156 — 


no; essendo entrato senza farsi annunziare, si 
fermò sulla soglia ad ascoltarla, e fu sorpreso 
della di lei virtuosità. Aveva un tocco che avreb¬ 
be fatto la fortuna di un pianista di professione. 
Glielo disse, ed ella arrossi al complimento con 
una modestia da educanda, levandosi in piedi 
di scatto. Era vestita di una sottilissima musso¬ 
lina color di cielo con maniche aperte lino alla 
spalla, ricadenti lungo il fianco a guisa di ali 
in riposo, ed aveva alla cintura un mazzo, di 
gelsomini. Ippolito credette di vedere un angelo. 

Ma come parlare, come, se il sangue gli af¬ 
fluiva a fiotti verso il cuore e si sentiva nello 
stesso punto di fuoco e di gelo? 

Andarono a sedere sul divanino, su quel di¬ 
vallino dove per abitudine non sedeva che lei 
e che parve a Ippolito una iniziazione alle gioie 
del paradiso. In qual modo osò prenderle le 
mani, e stringergliele, e coprirle di baci? Ep¬ 
pure ciò avvenne, e la memoria di quei primi 
baci timidi, quasi furtivi, doveva seguirlo a 
lungo con un prolungamento di ebbrezza nei 
sogni. 

Finalmente si trovavano soli e quantunque 
non si avverasse nessuna delle scene deliranti 
che egli aveva tante volle immaginate, era pure 
una delizia sovrumana quella di sentirsela così 
vicina, tutta per lui, cogli occhi volti a lui solo, 
attenta, avida, fremente, col busto eretto e lut- 






lavia molle a guisa di calice dischiuso. Ad ogni 
lieve movimento percepiva lo scricchiolìo della 
seta nascosta sotto 1 veli c gli veniva insieme 
dall’intinto mistero della bella persona un deli¬ 
cato effluvio ignoto come di fiore senza nome. 
Vedeva le sue mani per la prima volta o almeno 
gli sembrava che fosse la prima volta; certo 
non le aveva mai vedute cosi bene. Erano mani 
lunghette, sottili, agili, aristocratiche, dalle finte 
sfumate della madreperla. Egli ne osservava le 
dita ad una ad una mentre ad una ad una le 
baciava religiosamente, con un fervore da de¬ 
voto c insieme una grazia di fanciullo che ta¬ 
ceva sorridere Lilia. Ella aveva all anulari 
della sinistra una magnifica turchese oblunga 
circondala di brillanti. Ippolito la guardò per 
un istante ed ella la posò in una coppa vicina 
dicendo con un sorriso enigmatico : 

— Potrebbe pungerla, non voglio. 

All’urto lieve delle braccia i gelsomini che 
aveva alla cintura le caddero in grembo. Ippo¬ 
lito li raccolse tutto tremante, in estasi. 

Fu lei che dovette avvertirlo del tempo che 
passava, lei padrona, sicura di sè, lei che sa¬ 
peva ogni gioia protratta e rapita all ingorda 
rapacità dell’attimo una promessa di voluttà fu¬ 
ture più intense. 

— Fanciullo! 

Cosi disse Lilia a Ippolito che si chinava un’ul- 


— 158 — 


tima volta a baciarle le dita ad una ad una. 
Ed egli si raddrizzò cogli occhi spalancati, qua¬ 
si volesse accogliere dentro alla pupilla la vaga 
immagine della donna sorridente nella sua 
gloria. 

Non vide la scala, non vide la strada. Mai in 
tutta la vita si era sentito tanto felice. Era un 
delirio pazzo, sfrenalo. Avrebbe voluto abbrac¬ 
ciare lutti, fare tutti conienti e felici come lui; 
gridare di giubilo, cantare un inno di grazia. 
Chi gli avrebbe detto un giorno che si potevano 
gustare nel mondo simili gioie? Era dunque l’a¬ 
more, era l’amore! 

Il passato, l’avvenire, l’esistenza, la società, 
il mondo intero, che valore avevano oramai? 
Tutto spariva. Non restava che Lei. Chiudeva 
le palpebre e se la sentiva vicina col suo pro¬ 
fumo inafferrabile che lo avvolgeva in un’onda 
di dolcezza, e la vedeva, terribilmente bella, 
nella sua linea di stelo fiorilo su cui due astri 
si erano posati come ad un convegno di lutile 
le bellezze. 

Sfibralo, sfinito, tentò invano quella sera di 
dormire. Dormire erano ore perdute per la feli¬ 
cità; meglio abbandonarsi ancora all’ebbrezza 
dei ricordi e fantasticare e affogare in quel mare 
di sogni. Quando l'alba entrò nella sua camera, 
chiese a sè stesso se non fosse vittima di una 
allucinazione. Aveva sognato? Perchè il cuore 



— 159 — 


gli batteva così forte? Perchè il sangue sembra¬ 
va tumultuare nelle sue vene? Era vero, era vero 
ch’ella lo amava? 

Contro ogni aspettativa ricevette una lettera 
di Lilia il giorno dopo. Poche parole appena 
che gli annunciavano una assenza improvvisa, 
senza dire dove: ma per compensarlo gli man¬ 
dava un pezzetto del nastro celeste che ella ave¬ 
va alla cintura l’ultima volta che si erano visti 
e che odorava ancora di gelsomini. 

Per quanto fosse gentile il messaggio, Ippo¬ 
lito sentì darsi una stretta al cuore. Che cosa 
era egli per quella donna? Quale vincolo li uni¬ 
va?... Tutta la sua gioia cadde d’un colpo. Era 
dunque niente altro che una illusione?... Ep¬ 
pure l’amava, l’amava da impazzirne, da mo¬ 
rirne; e questo amore cresceva disperatamente 
di giorno in giorno, d ora in ora, di minuto in 
minuto. Sentiva di non poter più vivere lontano 
da lei, e sentiva anche che non gli bastava più 
starle vicino in attitudine di amico. Gli era ve¬ 
nuta una frenesìa di abbracciarla, di stringerla 
al petto, quasi così facendo potesse tenerla av¬ 
vinta per sempre e non lasciarla più, non stac¬ 
carsene più. 

Pazientò quattro giorni, poi corse a Milano. 
Lilia non c’era. La portinaia non sapeva nulla. 
Fece il giro della casa, vide le finestre tulle 
chiuse, chiuso il balconcino dove aveva passato 


— 160 — 


tanti istanti felici : vide la panchina sotto i bo¬ 
schetti, testimonio delle sue notti ardenti, e gli 
venne un gruppo alla gola, un sentimento vago 
di abbandono e di terrore quale deve provarlo 
un bambino perduto in una città sconosciuta. 
Roventi ed amare alcune lagrime gli inumidi¬ 
rono le palpebre. 

Ora sì l’amore gli si manifestava in tuitla la 
sua potenza di Iddio crudele; l’aculeo gli era 
penetrato fino in fondo alle carni e lavorava 
profondamente. Invano faceva sforzi per scac¬ 
ciare coll’occupazione quel continuo tormento 
dell’attesa. Leggeva, pensava, scriveva; ma cre¬ 
deva di leggere, di pensare, di scrivere : in 
fondo al suo pensiero non c’era che Lei. Una 
sola era la ispirazione: Lei! Sempre Lei che lo 
circondava, lo accecava, lo inebriava, lo indu¬ 
ceva a parlare da solo come un pazzo, a invo¬ 
carla nel cuore della notte: « Lilia! Lilia! sono 
tuo. Non vi è nulla ormai al mondo che io tema, 
malia che mi spaventi, nulla ch’io ricordi, nulla 
ch’io brami, nulla ch’io debba, nulla ch’io sen¬ 
ta, nulla ch’io creda. Tu! Tu! Tu! » 

La sera prima dell’esame prese una forte dose 
di cloralio per poter riposare qualche ora. 



— 161 — 


XI1. 

La prova. 

Quando la sala del Conservatorio fu gremita 
del solito pubbli» j clic assiste tulli gli anni al 
saggio finale e gli allievi pronti al loro posto 
aspettavano che venisse il loro turno, Ippolito 
si concentrò lutto nella gran prova. Scolaro me¬ 
diocre, aveva forse presunto troppo scegliendo 
un tema di cosi alto volo quale è il Cantico dei 
cantici; era questa almeno l’opinione della mag¬ 
gior parte de’ suoi condiscepoli. Egli no. Egli 
si sentiva calmo, grave ma calmo. 

Zio Remo, che si era portato a Bergamo ap¬ 
posta per la solenne circostanza, gli aveva det¬ 
to : « Dal momento che tu hai messo nel tuo la¬ 
voro tulio l'impegno di cui sei capace non devi 
temere di nulla. Il Signore ti aiuterà ». 

Il buon uomo era andato egli stesso, calmo e 
sereno, a collocarsi sulla balconata dove so¬ 
gliono prender posto i parenti degli allievi, sce¬ 
gliendo il cantuccio più umile e meno in vista 
accanto ad una grossa matrona alla quale do¬ 
mandò scusa per il disturbo. 

Il saggio si aperse con una suonata a quattro 
mani, al cembalo, eseguita da due signorine. 

— Bravissime! — esclamò Remo quando eb¬ 
bero finito. 


Neera. Una passione. 


11 



162 — 


E a lutti quelli che vennero dopo, allievi di 
violino, di canto, d'arpa, egli ripetè invariabil¬ 
mente « Bravissimo! » con una gioia profonda 
di maestro avvezzo all’ indulgenza, persuaso che 
bisogna incoraggiare, che bisogna compatire. 
Accompagnava l’applauso con un tentennamento 
del capo, sorridendo, con tutta i’anima affacciata 
ai dolci occhi rotondi. 

— Ella ha qui un figlio? — gli chiese la ma¬ 
trona. 

Rosso rosso, Remo rispose: 

— Figlio no; non sono ammogliato. Ilo un 
nipote, un caro giovine che studia per organi¬ 
sta. E l'autore della composizione che daranno 
nell’ultima parte del programma. 

— Ippolito Brembo allora! 

— Precisamente. 

— L’eroe deil incendio? — fece la matrona : 
—• Oh! ha già un nome celebre. E un buon prin¬ 
cipio. 

Lo zio gongolava, ma per modestia non vo¬ 
leva mostrarlo; ed anche per non mortificare la 
matrona, la quale doveva pure avere qualcuno 
fra gli allievi, figlio o nipote, che non era an¬ 
cora un eroe. Man mano poi che i pezzi eseguili 
lasciavano più breve il tempo prima della com¬ 
parsa di Ippolito, la sua bella serenità si ve¬ 
niva appannando di una commozione sentimen¬ 
tale che lo rendeva un po’ inquieto. E per que- 



— 163 — 


sio che tamburinava, senza far rumore, sul pa¬ 
rapetto della balconata, (piasi accompagnando 
il riamo della musica giù nell’ampia sala, e al¬ 
lungando e torcendo il collo con un movimento 
tra il comico e il patetico lìssava ansiosamente 
l’uscio per il quale entravano gli allievi pensan¬ 
do : « Egli è là! » 

Venne finalmente l'ultimio pezzo, preannunzia¬ 
lo da un silenzio abbastanza lungo. Ippolito ap¬ 
parve pallido, cogli occhi che sembravano ancor 
più neri su quel pallore. 

— Bello! — bisbigliò qualche fanciulla al¬ 
l’orecchio della compagna. 

Egli sedette all’organo senza guardare nes¬ 
suno, ma fin dalle prime note un’alta figura * 
femminile, chiusa in veli bianchi, si rizzò con¬ 
tro la parete di fianco a lui. Ippolito non poteva 
scorgerne il volto protetto dal velo e dalla oscu¬ 
rità della sala in quel punto, eppure trasalì..., 
perchè l’aveva riconosciuta. 

« 0 tu che t'anima mia ama » — intuonò la 
voce profonda dell’organo con una accento ; 
zione cosi appassionata che parve agli astanti 
di udire lo spasimo di una voce umana. Tutte 
le sue forze centuplicate da quella apparizione 
vibravano con una foga insolita, sorprendendo 
gli allievi e i maestri che non vi erano prepa¬ 
rati, sorprendendo lo stesso pubblico delle mam¬ 
me e dei dilettanti avvezzi alle interpretazioni 




— 164 — 


corrette ma accademiche dei saggi per esame. 

I n brivido corse per la sala quando le note 
svolsero la frase : « Chi è costei che sale dal de¬ 
serto simile a colonna di fumo profumata di 
mirra e d’incenso? 

Ippolito non si era mosso. Le sue mani scor¬ 
renti sulla tastiera sembravano incatenare a 
quella tutto il suo essere. Eppure egli sentiva 
senza vederla la bianca figura che palpitava a 
pochi passi da lui, ne indovinava la linea ele¬ 
gante sotto il vapore spumoso di veli. « Chi è 
costei che sale dal deserto » non era più una do¬ 
manda nelle sue note potenti. Egli lo sapeva, egli 

10 affermava con un tremito di gioia : « Eccoti 
bella , (unica mia, eccoti bella! » 

Una delicata fioritura di note, simile ai mi¬ 
steri che si comunicano i nidi affondati nei bo¬ 
schi quando sorge su di essi l’aurora, interpretò 
la descrizione degli amori soavi come il miele 
nei dolci orli chiusi ove le fonti mormorano 
sommessamente. Si aveva l’impressione di udire 

11 fruscio delle ali fra gli alti steli tremolanti e 
il lento aprirsi delle rose sui cespugli languidi. 

— Stupendo! — disse un signore seduto da¬ 
vanti a zio Remo : — Solamente, questa non 
è musica sacra. 

Remo, che fin dai primi accordi non sapeva 
più in che mondo si trovasse, avrebbe voluto 
attaccar discorso con quel signore, ma, d’altra 




r 


— 165 — 

parie, la tema di disturbare fece sì che stesse 
pago a riguardare le vivaci approvazioni della 
matrona i cui occhi si atteggiavano ad una 
ineffabile espressione di rapimento. 

Battagliera come uno squillo di tromba, la 
musica commentava ora le parole : « Lèvati, 
Aquilone! vieni, Austro!» Tutta la sala ne era 
scossa. I mantici dellorgano si sollevavano con 
un respiro da gigante e le arcate della volta ap¬ 
parivano anguste alla maestosa solennità della 
ispirazione che si levava sempre più alto. Quel 
filo diaccio che vibra nelle reni in certi momenti 
indescrivibili, che mozza il fiato e sospende i 
battiti del cuore, era l’impressione che provava¬ 
no tutti. 

Gli allievi del Conservatorio, in piedi, ascol¬ 
tavano con attenzione intensa ed appassionata 
sentendo ognuno vibrare in quelle note i pro¬ 
pri sogni : sogni di giovinezza, sogni d'arte, so¬ 
gni d'amore e di gloria. Lo schietto entusiasmo 
de’ suoi compagni, frenato dal silenzio d’obbli- 
go, giungeva pure a Ippolito indistinti e sottile, 
suscitandogli i primi palpili d’orgoglio. 

Ed era a Lei che Ippolito dedicava il suo 
trionfo, alla bianca figura di cui non scorgeva 
tutto il viso, ma con la quale comunicava per 
un segreto fluido magnetico. Quando colorì la 
frase : « Mettimi come un suggello sul tuo cuo¬ 
re, poiché l’amore è forte come la morte », la 




— 166 — 


figura bianca ebbe un sussulto che si ripercosse 
in tut/ti i suoi nervi. Egli attaccò il finale con 
un vero delirio di passione e l’ultima nota non 
aveva ancor finito di vibrare che tutto il pub¬ 
blico era già in piedi, inebrialo, esaltato. 

Nessuno ricordava un simile successo in quel¬ 
l’aula, perchè non tratta vasi di un successo di 
j scuola nè di insegnamento, nulla che somiglias- 
' se in alcun modo all’Accademia; si sarebbe forse 
discusso più tardi se quella fosse o non fosse 
musica religiosa, ma intanto il cuore del pubbli¬ 
co era sitato ricercato e scosso come avviene solo 
quando il cuore di un artista Io solleva nei vor¬ 
tici della propria passione e gli comunica il suo 
ardore. Ancora una volta l’arte, la sublime be¬ 
nefattrice, raccogliendo un palpilo vero lo im¬ 
primeva nel torpido cuore della folla aprendole 
le soglie dell’ideale. 

Un battimano frenetico richiamò Ippolito che 
si era dileguato rapidamente. Dopo alcuni istan¬ 
ti riapparve col volto illuminato da un raggio 
cosi straordinario che tulle le donne presenti si 
sentirono impallidire. Egli non guardò che una 
sola, e questa volta i loro occhi, attraverso il 
bianco velo, si incontrarono in uno sguardo di 
fiamma. 

— Ma sa che è un gran bel giovine suo ni¬ 
pote! — esclamò la matrona congiungendo le 
mani. 



— 167 — 


— Grazie : è sano — rispose Remo, cui tre¬ 
mavano le labbra per la commozione. 

— E non mi ha l’aria di voler andare a suo¬ 
nar l’organo in chiesa, — aggiunse il signore 
che aveva già fatto una osservazione consi¬ 
mile: — No, perbacco! C’è stoffa di dramma¬ 
turgo lì dentro. Scommetto che fra qualche an¬ 
no il mondo sentirà parlare di questo Ippolito 
Brembo. 

— Troppa indulgenza, troppa bon'tà! — si 
schermì ancora Remo nella sua invincibile mo¬ 
destia. 

Ma per quanto fosse agguerrito contro il pec¬ 
cato della superbia, il brav uomo sentiva pure 
le clamorose accoglienze fatte a Ippolito e quel 
batter delle palme l’una contro l’altra gli produ¬ 
ceva un certo effetto singolare di tenerezza per 
cui gli venivano i lucciconi grossi come noc- 
ciuole. 

— E una bella soddisfazione, — replicò la 
matrona appoggiando per simpatia il fazzoletto 
sugli occhi. 

Giù, nella sala, le persone che non avevano 
visto bene il giovane trionfatore salivano in pie¬ 
di sulle sedie, non stancandosi mai di richiamar¬ 
lo. Liberato da costoro, gli allievi lo circonda¬ 
rono, chiassosi, vociferanti, assediandolo di do¬ 
mande. Ippolito rispondeva a tante dimostra¬ 
zioni con brevi sorrisi, con qualche parola; ma 




— 168 — 


la sua anima era altrove. Facendosi strada un 
po' colla preghiera, un po’ colla violenza, rag¬ 
giunse la corrente della folla che usciva lenta¬ 
mente dal portone. Nella stretta via una carroz¬ 
za da nolo aspettava e verso quella si diresse 
la bianca apparizione che Ippolito inseguiva. 
Stava appunto per salire (piando egli la rag¬ 
giunse. 

— Grazie! — mormorò con una voce che tre¬ 
mava d’amore. 

Ella nulla disse, ma con un invilo nello sguar¬ 
do gli accennò il posto in carrozza vicino a lei. 

Smarrito, inebriato, Ippolito slava forse per 
ubbidirla; quando si accorse di cento occhi fis¬ 
si su di loro e fra quelli vide le pupille estatiche 
di zio Remo. Si inchinò allora profondamente. 

Alla stazione! — ordinò ella al cocchiere. 
E sparve. 

Ma la curiosità eccitata, si offri da se stessa 
in pascolo delle congetture. 

— Chi è quella bella creatura? 

— E la contessa Colleoni. 

— Ma che! E una forestiera. 

— Una della colonia protestante. 

— No, non si è mai vista in Bergamo. 

— Mi pare la marchesa Belli. 

— La marchesa è più vecchia. E poi sarebbe 
qui colla sua carrozza, non con una vettura da 
nolo. 




— 169 — 


Zio Remo non ascoltava queste ciarle per lui 
indifferenti. Aveva visto Ippolito mentre salu¬ 
tava rispettosamente la signora; ma il fallo, in 
quel momento, non gli parve di grande impor¬ 
tanza. Appena la carrozza ebbe svoltato l’an¬ 
golo, mosse direttamente incontro a suo nipote 
e gettandogli le braccia al collo lo baciò su am¬ 
bedue le guance sonoramente. L’agitazione alla 
quale lo trovò in preda era troppo naturale 
perchè potesse destargli alcun sospetto. Non 
era egli stesso tutto tremante e commosso? 

— Ippolito, caro figliolo, la benedizione di 
Dio è proprio scesa su di noi. Fatti animo. T 
giorni cattivi sono passati; ora che bai trovato 
la tua strada non li resta che percorrerla sem¬ 
pre dritto. Che musica ispirala! Io non me rie 
intendo molto e non oserei giudicare, ma ve¬ 
devo anche l’effetto che faceva sugli altri. E l’e¬ 
secuzione! Santa Cecilia pregava certo per te. 
Bravo, bravo Ippolito mio...! 

Ippolito, dopo di avere ricambialo i baci del¬ 
lo zio, se ne stava perplesso in mezzo alla stra¬ 
da, guardando in apparenza gli ultimi gruppi 
della folla che si andava sciogliendo, ma dando 
furtive occhiate al suo orologio. 

— Mai finito qui, nevvero? 

— Sì, credo. 

— Allora andiamo a casa insieme. E Romolo 
che non brontolerà questa volta!... E Rosalba? 



— 170 — 


Povera Rosalba, ha il sangue un po’ inacidito 
ma non 6 cattiva. Festa oggi, festa! 

Si erano avviati lentamente $ul Mercato delle 
scarpe; Ippolito distratto, Remo guardandosi in 
giro se vedeva degli amici, delle persone di co¬ 
noscenza, salutando per il primo ogni viso che 
non gli riuscisse del tutto nuovo, con un bisogno 
di espansione in cui sfogava l’esuberanza della 
sua gioia. 

Il carrozzino della funicolare li trasportò 
in pochi minuti nella città bassa. 

— Senti, — disse improvvisamente Ippolito. 
— io devo fare una corsa alla stazione per sa¬ 
lutare un amico che parte. Mi aspetti al Caffè 
Centrale? 

— volentieri — rispose lo zio col suo più 
bel sorriso : — Già sarà questione di poco tem¬ 
po; per via di Romolo: sai che è un po’ impa¬ 
ziente... 

— Mezz’ora, zio, non di più. 

Ippolito divorò più che non percorse il viale 
della stazione, portalo dai mille desideri che i 
suoi ventanni gli sollevavano intorno in quel 
giorno bellissimo della sua vita. Remo sedette 
a un tavolino del Caffè Centrale ordinando una 
lazza di birra. 

Dopo le commozioni al Conservatorio il buon 
maestro trovò piacevole la semi-oscurità del 
caffè riparalo da grosse tende di tela, coi lavo- 






— 171 — 


lini pressoché deserti in quell’ora e i piccoli 
divani accantonati sotto le alte specchiere. Scel¬ 
se, secondo il solito, il posto meno in vista, e 
bevendo a piccoli tratti la sua birra pensava 
che decisamente, se vi sono al mondo ore pe¬ 
nose non mancano per compenso quelle della 
felicità. Una mosca ronzava intorno al suo bic¬ 
chiere ed egli la mandava lontano senz’ira, con 
un lieve movimento del fazzoletto, guardandosi 
dal farle male. « Poverina, ha diritto di vivere 
anch’essa! » 

Il cameriere vedendo queU’avvenlore pacifico 
gli portò i giornali locali : La Gazzella eli tìer- 
(/amo e il Giopì. Ma Remo si trovava in uno 
stato d’animo ideale che gli sarebbe parso di 
guastare con le misere questioncelle della poli¬ 
tica. Preferì dar fine alla sua birra, guardando 
alternativamente i rosoni de! soffitto, le cornici 
degli specchi e le rare persone che passavano 
in quell'ora sul Sentierone, vedendo attraverso 
ognuna di queste cose il suo proprio nipote, 
Ippolito, quale era poco prima, seduto all’or¬ 
gano e traendo quei suoni divini che facevano 
andare in visibilio l’uditorio. Si provò anche a 
ripetere qualcuno dei motivi della composizione 
cosi, tra sé e sé, senza dare nell’occhio, ma 
questo era più difficile. 

La mezz ora intanto era trascorsa. Remo pa¬ 
gò la birra e attese. Gli dispiaceva quel ritardo, 




172 — 


non tanto per sè quanto per Romolo, che non 
poteva soffrire la mancanza di puntualità all'ora 
del desinare. E la strada da percorrere era 
lunga! 

Per essere più pronto si portò sulla soglia 
del caffè, tenendo le pupille rivolle all’Arco dal 
quale Ippolito doveva rientrare in città. Cosi 
passò un'altra mezz’ora. 

— Non capisco, — ruminava il buon uomo, 
le cui idee erano sempre molto semplici : — 
alla stazione ci si va in meno di dieci minuti 
11 tempo di dire all’amico: «Addio, buon viag¬ 
gio; zio Remo mi aspetta »: ed ecco latito. Non 
vorrei gli fosse capitala una disgrazia.... 

Nello stesso tempo che il suo placido viso 
stava per rannuvolarsi, un signore entrando nel 
caffè gli battè amichevolmente sulla spallai chia¬ 
mandolo a nome. 

— Che miracolo al Centrale! 

— Un miracolo davvero, — rispose Remo, 
riconoscendo un vecchio amico che non vedeva 
quasi mai per la differenza delle loro condi¬ 
zioni, della vita, delle consucfudini che li te¬ 
nevano lontani. 

— Esci o entri? 

— Aspetto qualcuno... Ippolito... mio nipote. 

— E non puoi aspettare dentro, dove si sta 
meglio, con questo caldo? 

— Gli è che... 




— 173 — 


— Andiamo, via, dopo tanto tempo che 'on 
ci incontriamo! Che cosa fai a Bergamo? Ti 
credevo mummificato nel tuo villaggio. Bevi 
con me un bicchierino di Marsala. 

— Ho già preso una tazza di birra. 

— Benone. 11 Marsala sopra la birra è indi- 
calissimo. 

— Ho paura che il vino mi riscaldi. 

— Che pregiudizio! Quando il sole entra in 
leone bibil bifnl curri pistone. 

Al latino maccheronico dell’amico, Remo ri¬ 
spose internameriìe con un’altra sentenza : Se¬ 
mel in anno licei insanire , e si acconciò al di¬ 
sordine del vino di Marsala. 

— Si può sapere quale buon vento ti ha con¬ 
dotto fra noi? 

L’inlerrogazione diede agio a Remo di rac¬ 
contare per filo e per segno il successo del ni¬ 
pote, nel quale argomento si addentrò con tan¬ 
ta compiacenza che alle due mezz’ore già r 
scorse se ne aggiunsè una terza. 

— Questo bisognerebbe beverlo alla salute di 
tuo nipote, — disse l’amico versando un altro 
bicchiere — alla sua carriera! al suo avvenire! 

Come, era possibile rifiutare? Remo non lo 
tentò neppure, quantunque non ne avesse mai 
preso in vita sua più che due dila alla volta. 
Ma il ritardo di Ippolito, intanto che lo zio le- 
veva alla sua salute, diventava sempre più m- 
comprensibile. 



Partito il’amico, riconosciuto sull’orologio 
proprio c su quello del caffè che più di un'ora 
era trascorsa, il brav’uomo ebbe l’ispirazione 
di muovere incontro al disertore, e cosi, passo 
passo, guardando a destra ed a sinistra acciò 
non gli sfuggisse, prese lentamente il viale della 
stazione. 

11 sole calava sull’ orizzonte. Le vie e i ne¬ 
gozi che avevano sonnecchiato lino allora nel¬ 
l'afa del pomeriggio si destavano a nuova vita. 
Una brezza soave veniva dalle Prealpi a smor¬ 
zare gli ardori di quella calda giornata. Proprio 
allora Romolo doveva essere seduto a capo di 
tavola, col pugno serrato, il braccio ad arco 
bestemmiando contro gli assenti. 

E sul piazzale della stazione Ippolito non 
c’era; non c’era nell’atrio; non nelle sale d’a¬ 
spetto; non sotto la tettoia. i\on c’era, insom¬ 
ma. 

Remo, cui i due bicchieri di Marsala avevano 
aumentato l’ottimismo corroborandolo con una 
certa dose di audacia, interrogò l’un via l’altro 
lutto il personale della stazione cercando noti¬ 
zia di suo nipote. Invano. Troppa gente va e 
viene da una stazione perchè se se ne possa oc¬ 
cupare. 

Appunto era partito da poco il diretto ..cr 
Milano che aveva ingombrato le sale di viaggia¬ 
tori e se al momento si trovavano vuote ciò si 




— 175 — 


spiegava col fatto che per due ore non partiva 
più nessun treno. 

Queste delucidazioni, in apparenza mollo 
chiare, lasciarono Remo più perplesso di prima. 

O dove era allora Ippolito? 

A capo eli ino, vedendo avvicinarsi una com¬ 
plicazione di avvenimenti in stridente contrasto 
colla letizia a cui aveva aperto l’animo, non 
volendo pensare che fosse morto o ferito, eppu¬ 
re tornando suo malgrado a una ipotesi tragi¬ 
ca, rifece il viale della stazione verso la città. 
Passando davanti al lavoratore di marmi elio 
olire al pubblico da tanti anni la sua 'triste mer¬ 
ce di cippi funerari e di croci, Remo distolse 
gli occhi sospirando. Tra le massime che egli 
insegnava a’ suoi scolaretti non vi era anche 
quella che Dio permette il dolore accanto alla 
gioia allineile non dimentichiamo di pensare 
alla eterna salute? 

Ma che cosa doveva lare adesso? Dove cer¬ 
care Ippolito? Dove appostarlo? Gli venne in 
mente di tornare al Caffè Centrale, caso mai si 
fossero incontrati senza vedersi e, invertendo le 
parti, suo nipote fosse là ad attenderlo. Il sen¬ 
timento di soggezione che stava per impadro¬ 
nirsi di lui all’idea di doversi ripresentare nello 
stesso caffè gli fu per buona sorte alleviato su¬ 
bito dal cameriere che gli venne incollilo osse¬ 
quioso e sorridente : 




— 176 — 


— E lei il signore che attendeva il signor 
Ippolito Brembo? 

Indeciso se dovesse rallegrarsi o lacere, Re¬ 
mo rispose con voce strozzata : 

— Sono io. 

— Ho una lettera per lei. La portò un facchi¬ 
no della stazione. 

La lettera conteneva queste sole parole scrit¬ 
te a matita : « Non spaventarti, caro zio, non 
togliermi il tuo affetto se oggi non ritorno a 
casa. Ti darò poi la spiegazione a voce nar¬ 
randoti tutto. Intanto perdonami e fammi per¬ 
donare. — Ippolito ». 

Remo lesse, rilesse, inarcò le ciglia, battè 
sul tavolino i polpastrelli delle dita, trasse un 
altro profondo sospiro e si persuase che per 
il momento non c’era proprio altro a fare tran¬ 
ne che prendere da solo la strada dell’ovile. 
Ciò che fece subito. 

Era però un caso singolarissimo. Già tutta 
la giornaa era stala singolare : il saggio al Con¬ 
servatorio, quella musica, il successo strepitoso, 
gli applausi e poi... e poi.. Male non voleva 
pensare assolutamente. Dal momento che ave¬ 
va scritto non c’era da inquietarsi .Ma che cosa 
avrebbe detto a Romolo? Questo era il punto 
difficile. Per suo conto, dopo il terrore di una 
disgrazia, non gli pareva vero di saperlo vivo 
e sano. — Scappatelle di gioventù! — disse a 



— 177 — 


se stesso con un sorriso quasi birichino. Invece 
di un'amico saranno siali selle od otto; lo a- 
vranno circondato, stordito, che so io! Per ot¬ 
tenere la pace si sarà deciso di andare a pranzo 
con loro; un rifiuto, in seguito al trionfo d’oggi, 
poteva sembrare superbia. Dunque, pranzo, 
brindisi, qualche bicchierino di più... 

A tal punto del monologo Bonesio pedagogo 
si sovvenne di avere egli stesso ceduto in quel 
giorno al bicchierino; e sorrise di nuovo, bo¬ 
nariamente, con una punta di malizia dove ri¬ 
lucevano le ultime gocce del vino di marsala. 
Bagattelle! Bagattelle! 

Con tale grido e roteando leggermene la 
canna si presentò sulla soglia della cucina do¬ 
ve la servetta rimase a bocca aperta a contem¬ 
plarlo. 

La faccenda camminò meno liscia, anzi si 
guastò addirittura, quando dovette annunciare 
a Romolo che tornava solo. Come non bastasse 
il ritardo, anche solo doveva essere? E dove si 
trovava, poi, Ippolito? A questa domanda cate¬ 
gorica Remo non poteva rispondere in vermi 
modo, ma si ingegnò a descrivere l’aspetto del 
Conservatorio riboccante di gente, il successo 
della composizione, gli applausi, l’entusiasmo, 
la gloria futura... 

— Dov’è Ippolito? — ruggiva il colosso al col¬ 
mo del malumore. 


Neeiia. Una passione. 


12 



— 178 — 


Ricondotto al passo fatale come un bambino 
davanti alla medicina amara, Remo dovette ras¬ 
segnarsi a narrare per filo e per segno lo svol¬ 
gimento dell avventura tra le bestemmie di Ro 
molo e le esclamazioni ironiche di Rosalba. 

— Ma lo bai visto, tu, questo amico? — do¬ 
mandò Romolo. 

— No, non l’ho veduto. 

— Siete usciti insieme dal Conservatorio? Ha 
parlalo con qualcuno? 

— Insieme proprio no, ma quasi. Egli era da¬ 
vanti a me e si fermò a salutare una signora. 

— lina signora? — garrì subito Rosalba — 
Chi era? 

— Questo non so. Una signora vestita di 
bianco, in carrozza. 

Bella? Giovane? 

Remo si fermò un istante a raccapezzare le 
idee e poi rispose con una esplosione ammira¬ 
tiva nella quale il suo spirilo travagliato parve 
rifugiarsi come in una oasi di pace : 

— Un sole! 

Rosalba allora uscì fuori nella più stridula 
risala che potesse offendere un cuore sensibile, 
c mentre Remo, mortificato, non sapeva in qual 
modo interpretarla, vi aggiunse questo corol¬ 
lario : 

— Ecco l'amico. Bisogna proprio essere uo¬ 
mini, e avere studiato, e insegnare agli altri 



— 179 — 

sui libri stampati per non comprendere mai nulla 
della vita. 

— Sarebbe a dire? — balbettò Remo. 

— Dico che un giovanotto non svapora così 
da un momento all’altro senza che ci sia di mez¬ 
zo una donna. Non l’avete ancora capita? Era 
Lei! 

Ma non contenta di vincere, Rosalba volle ag¬ 
giungere il calcio dell’asino e disse col suo ac¬ 
cento più spregiativo : 

— Il vampiro!! 

— Oh! vampiro poi no — protestò lo spinto 
cavalleresco di Remo : — è troppo bella. 


XIII. 


ORE FELICI. 


Lilia aveva detto a don 'Peppino : « Vendete¬ 
mi, affittatemi o prestatemi quella vostra vec¬ 
chia casa in fondo al lago: mi occorre subito ». 
Don Peppino aveva risposto inchinandosi alla 
signora col garbo di un paladino antico : « E a 
vostra disposizione ». E fu così che pochi giorni 
dopo questo contratto punto difficile Lilia e T p- 
polito prendevano posto sul battello a vapore 


180 — 


clic salpava da Como in uno splendido mailino 
di agosto. 

Appoggiati al parapetto dell’ultima piattafor¬ 
ma, date le spalle ai curiosi, i due felici si spro¬ 
fondavano in un bagno d’azzurro sospesi Ira 
acqua e cielo, assoldiamente immemori dell’u¬ 
niverso. Che 'importava loro delle splendide ville 
sparse sulle due rive? dei crocchi eleganti conve¬ 
nuti intorno agli scali più alla moda? Appena 
se i loro occhi fissandosi sopra qualche san¬ 
dolino solitario facevan loro desiderare l’intimi¬ 
tà di quel piccolo nido a fior d’acqua. Allora 
Ippolito diceva : 

— Anche noi, nevvero?.,. 

E la risposta di Lilia, che slava col braccio 
nel suo braccio, era una stretta più forte e più 
tenera. 

Quella specie di fuga che aveva tutte le dol¬ 
cezze di un viaggio di nozze dopo il mese sner¬ 
vante trascorso — lui col martoro degli esami, 
lei nella noia della città spopolata — li riempiva 
di una ebbrezza giovanile e innocente che ag¬ 
giungeva vigore a quell'allra ebbrezza della pas¬ 
sione ricambiata. Per Lilia era il rinnovamento 
più fresco e più puro di altri amori; ma per 
Ippolito era il primo amore, il fiore unico che 
profuma tutta l’esistenza, che ne decide quasi 
sempre il corso. Nessuna immagine poteva me¬ 
glio rispondere al suo stato d’animo di quel bai- 



— 181 — 


fello vigoroso solcante i flutti di un magnifico 
làgo'sotto un cielo d’estate senza nubi. Ed egli 
era feilce della felicità immensa che consiste nel 
dimenticare tulio il creato, e la vita, e la morte, 
per dare le più intime vibrazioni dell’essere alla 
voce occulta che dai misteri dell’avvenire ci 
chiama a sè. Momento divino nell’esistenza di 
chi è destinalo a perire. 

Per quanto cercassero di nascondersi forma¬ 
vano fra tutti e due una coppia troppo rara al 
piacere degli occhi perchè i passeggierà non li 
avessero presi di mira fin dal loro primo appari¬ 
re a bordo. Per un capriccio di Lilia che Io 
polito aveva accettalo senza discutere, vestiva¬ 
no entrambi un leggero abito di lana bianca con 
una cravatta celeste e un cappello canotliero di 
paglia bianca fasciato di celeste. Così giovani, 
così belli, questa eccentricità che tuttavia non 
usciva dalle norme del buon gusto li faceva me¬ 
glio ammirare. Tutti li prendevano per due sposi- 
ni forestieri. Solo un signore che conosceva Li¬ 
lia, che ne era da lungo tempo tacito ed ignoto 
ammiratore, si domandava con sorpresa come fa¬ 
cesse la deliziosa donna a dimostrare quel gior¬ 
no sedici anni appena; e insieme al suo desiderio 
saliva, verso i due felici, da ognuna delle per¬ 
sone che si trovavano sul battello il palpito im¬ 
mutabile che nei cuori umani traccia due solchi 
ben distinti secondo il diverso modo di sentire : 
l’ammirazione o l’invidia. 




— 182 — 


— Ti amo, ti amo! — mormorava Ippolito 
cingendo colla mano impaziente la soltil vita di 
Lilia. 

Uscendo dal bacino di Como, mentre il bat¬ 
tello lambiva la terrazza di un giardino, un pr> 
fumo acuto e voluttuoso fece sollevare a Ippo¬ 
lito le nari frementi. 

— E l'oleu /ragrain — disse Lilia, — il pro¬ 
fumo speciale di questo lago. — E mostrò a Ip¬ 
polito che non !o conosceva il fiorellino bianco 
aggruppalo sugli alberelli dal lucido verde di 
smeraldo. 

— Soave profumo! — mormorò il giovine 
seguendo con occhio di rimpianto gli alberelli 
che sparivano insieme alla riva. 

Ne troveremo ancora — aggiunse Lilia : — 
il lago ne è pieno. 

Una nuova scoperta intanto colpiva Ippolito. 
Erano lutti quei nomi di donna scritti sulle vi 1 - 
le, sulle piccole case, dovunque sporgesse la 
fronte di un letto : nomi dolci, misteriosi, che 
apparivano a un tratto sul fondo bianco o roseo 
della facciata e subito sparivano inabissandosi 
tra il fitto fogliame, lasciando nella mente una 
curiosità vaga di bellezze nascoste, di amori rin¬ 
chiusi... 

Oh! amarsi, qui, per sempre! Per sempre 

Lilia! 

Ella non rispose subito, chinandosi a toccare 


A. 



— 183 — 


l’acqua colla punta dell’ombrellino, quasi voles¬ 
se scrivere sulla mobile superficie un motto nolo 
a lei sola, ma poi, sollevando la lesta, sorrise al 
giovine amante. 

Egli guardava l'orecchio di Lilia, piccolo, de¬ 
licato, di una trasparenza rosea di perla orien¬ 
tale, provando il furioso desiderio di baciarlo; 
ma non osava. Sfiorò allora colle dila il velo 
bianco che cingeva il di lei cappello, col pretesto 
di accomodarlo, per sentire il fresco lepore di 
quell’orecchio; ed ella non cessava di sorridere 
colla bocca e cogli occhi, trascinata dallo stesso 
desiderio, sfidandolo quasi per accrescere l’in¬ 
tensità dell’ebbrezza che li dominava. E vera¬ 
mente, a guisa di ebbro che si appoggia al pri¬ 
mo albero che incontra per non cadere, Ippolito 
tèse il braccio verso un gruppo di case grige e 
nere appollaiate in aspetto di gufo sulle asprezze 
della roccia : 

— Nesso — fece Lilia. 

Forse un raggio di sole passò in quell'istante 
fra i capelli di Lilia rendendoli più brillanti, for¬ 
se fu una pozzetta nuova clic si incavò nella sua 
guancia o una attitudine di eleganza raffinata e 
di civetteria profonda che diede le vertigini a 
Ippolito. Colla mano che teneva la bella vitina se 
la strinse improvvisamente contro il petto e il 
bacio, sospeso fino allora nell’aria scottante, 
cadde. 




— 184 — 


Una fanciulla bruita li slava guardando col¬ 
le pupille imbambolate... 

— Andiamo! — fece ancora Lilia, mettendo 
nell’accento una nota di severità quasi materna 
come l’hanno spesso le donne quando sentono 
tremare nella loro piccola mano la volontà di 
un uomo. 

— E un supplizio, — mormorò Ippolito. 

Ella si mosse, languidamente, colla sua mae¬ 
stà di giovane dea : 

— Chi mi ama mi segua. 

Scesero nel salotto deserto, dove lo specchio 
riflettendo la figura di Lilia parve animarlo ad 
un tratto e diffondervi una sùbila eleganza. 

— Si sta meglio qui. Fuori c’è troppa luce. 

Gli occhi neri di Ippolito scintillarono alla 

dolce bugia mentre rispondeva : 

— Si, si sta meglio. 

Sedettero sul divano circolare, accanto all’en- 
trala; cosi coloro che passavano non li potevano 
vedere. Avevano davanti un tavolino, dietro la 
minuscola finestrella che dava sul lago, intorno 
nessuno. Con un po’ di fan’asia giunsero a cre¬ 
dersi soli in un loro salotto, tanto la volgarità del 
ritrovo pubblico e degli oggetti comuni a tulli 
spariva, si idealizzava in quell'onda ardente do¬ 
ve la più piccola sensazione aveva un polso di 
febbre. R parlavano poco, a monosillabi, con 
una assenza assoluta di pensiero, sentendo che 



— 185 — 

non era il momento di dir tutto e che era inut'le 
parlare fuori di quel loro stato d’animo che tro¬ 
vava la maggior perfezione nel silenzio. 

Stavano vicini vicini sullo stretto divano, le 
mani intrecciate, toccandosi colla spalla e col gi¬ 
nocchio attraverso il morbido tessuto della lana 
bianca che cedeva così dolcemente alla pressione. 
Guardando dal finestrino vedevano passare an¬ 
cora ciuffi di olea fragrans e nomi di donna scrit¬ 
ti sulle ville, luccicanti al sole tra il barbaglio dei 
vetri e del metallo dorato, oppure nascosti fra 
colonne d’edera quali giovani ninfe pudiche. Da 
una tenda sollevata, dallo sporto di un terrazzo 
appariva talvolta la visione di una chioma di- 
sciolla, di un braccio nudo o lo svolazzo di una 
sottana agitala nell’aria, e la visione fuggiva, 
rapida, lasciandosi dietro un solco di mistero. 

Passata la punta di Balbianello, a sinistra, 
nel giardino di ima grande casa colle persia ie 
verdi, una giovinetta vestita di rosa passeggiava 
con un libro in mano. I due innamorati guarda¬ 
rono la leggiadra figurina e senza comunicarselo 
ebbero la stessa domanda in fondo al cuore: — 
Sarà ella mai felice come noi? 

A Tremezzo, Lilia cercò collo sguardo un’altra 
casa dove aveva villeggiato un anno coi suoi ge¬ 
nitori, quand’era bambina, e fu sorpresa di non 
provare la menoma commozione; aveva pensato 
dapprima di mostrarla a Ippolito, ma giudicò 




— 186 — 


che non ne valesse la pena. Tutto ciò che esiste¬ 
va prima del loro amore, esisteva veramente? 

La maestosa ampiezza del lago in vista di Bcl- 
lagio li avvinse ancora per un istante tenendoli 
stretti davanti al finestrino, ma il tepore dcll’o- 
mero di Lilia dava troppo alla testa del giovine, 
a cui ogni attenzione concessa agli oggetti e- 
sterni parve un furto fatto all’amore c da quel¬ 
l’istante non si mossero più, non guardarono p’ù 
nulla, assorbiti, annientati nell’esuberanza della 
gioia di vivere. 

Quando discesero a una delle ultime stazioni 
del lago avevano l’aria di uscire da un sogno. 
Un uomo metà domestico metà campagnolo, più 
campagnolo forse, ma che per la circostanza si 
era messo i suoi abili migliori, li Slava aspettan¬ 
do e si annunciò subito per il custode della villa. 
Lilia, che fu la prima a rimettersi dall’amoroso 
stordimento, gli domandò dove fosse questa 
villa. 

— Eccola là! 

Si vedeva subito, bianca di un bianco carni 
cino, eretta ad una certa altezza sopra il lago c 
circondala da un fitto viluppo di alberi d’ogai 
specie. 

— Dieci minuti di strada, — disse l’uomo 
precedendoli sopra un sentiero di erbe e di sas¬ 
si che saliva sul fianco della montagna. 

Le rive del lago in quel punto ampie, quasi 



— 187 — 


severe, si distendevano ad anfiteatro accoglien 
do rare abitazioni collocale a molta distanza fra 
di loro. Non era più l'aspetto gaio e civettuolo 
del bacino di Como, ma veramente quella soli¬ 
tudine romantica descritta una volta da don Pep- 
pino. 

— Siamo finalmente fuori del mondo! —escla¬ 
mò Lilia correndo e battendo le mani : — Sma¬ 
nio di vedere il nostro rustico nido. 

— Qui — disse l’uomo, arrestandosi dinanzi 
ad un piccolo cancello di ferro dietro al quale 
saliva una lunga scala erbosa tracciata nel vivo 
sasso, perdenlesi nella massa degli alberi. 

— Qui? Curiosa entrata per una villa, ma 
graziosissima dopo tutto. Sembra di andare in 
un bosco. Vedi tu qualche cosa che rassomigli 
ad una villa, Ippolito? 

Ippolito non vedeva altro che la snella per¬ 
sona di lei la quale sembrava volare su per la 
scala; la raggiunse con un salto. Allora Lilia si 
pose a correre più veloce ed egli a inseguirla, 
finché giunsero in cima colle guance infiammate 
e gli occhi scintillanti del nuovo piacere. 

Un fabbricalo largo e basso, non molto sim¬ 
metrico ma dall'apparenza comoda e signorile, 
stava dinanzi a loro, coi muri di un bianco car¬ 
nicino, il tetto di embrici all’antica e i fumaioli 
in forma di torre. Ippolito cercò istintivamente 
un nome sul frontone. 




— 188 — 


— Il nome non c’è, — disse Lilia : — tanto 
meglio. Sarei stata un po’ gelosa. 

— C’è l’oZea fragrans! — gridò Ippolito con 
accento di trionfo. 

— Ed è l’importante, — aggiunse Lilia con 
gravità. 

Fioriva l’olea in quantità straordinaria. Io- 
polito ne prese d’assalto una pianticella e ne 
colse tanta da infiorare tutta l’amata. 

— « Eccoti bella, arnica mia, eccoti bella! » 
Le rose di Saaron non potrebbero olezzare p ù 
di questi fiori. Senti? Senti? E il profumo del 
nostro amore. 

Lilia assentì con uno sguardo dolcissimo. Co¬ 
si incoronati e festanti entrarono nel vestibolo 
dove una donna stava ad aspettarli in attitudine 
serena. 

— Mia moglie, — disse il custode. 

Ippolito provò un momento di imbarazzo e 

volse a Lilia un lacito sguardo. 

— Caro cugino, questi saranno i nostri nuovi 
amici, — soggiunse Lilia con naturalezza. 

Egli le fu grato di aver trovalo così pronta¬ 
mente il ripiego della parentela per potersi dare 
un contegno davanti a quel Filemone ed a quel¬ 
la Bauci, ma le susurrò piano all’orecchio : 

— Crederanno? 

— Oh! di questo non mi importa affatto. Mi 
basta di aver dato loro rimbeccata. Dunq ic, 


/ 




— 1S9 — 


siamo cugini, non dimenticarlo; e, in ogni caso 
pensa che l'amore fra cugini è permesso. 

— I signori avranno appetito — chiese la 
donna. 

— Perbacco! — disse Ippolito : — Me ne e'o 
scordato. Ho una fame rabbiosa. Ma voi che cosa 
avete da darci? 

— 11 padrone ci ha ordinato di preparare una 
refezione per lor signori; come s’è potuto... com¬ 
patiranno... siamo lontani dall’abitato. Quan¬ 
do cera la povera contessa faceva venir tutto 
da Milano. 

— Bene! bene! — interruppe Lilia : — rego¬ 
leremo queste faccende in seguito. Intanto por 
late quello che c’è. Non saremo schizzinosi, nev- 
vero cuginetto? A rigor di termine io mi accon¬ 
tenterei di una tazza di latte e di due pesche. 

— Speriamo vi sia dell’altro, — espresse Ip¬ 
polito con una specie di apprensione che dava la 
misura del suo appetito giovanile e che fece ri¬ 
dere insieme Lilia e la moglie del custode. 

Sembrava oramai che si fossero sempre co¬ 
nosciuti. 

— Mio marito li condurrà nelle loro camere 
intanto che io dò una occhiata in cucina. Del 
resto, tutto è pronto. 

lina bella scala di marmo a destra del vesti¬ 
bolo guidava al piano superiore dove sopra 
una galleria all’uso delle vecchie case veneziane 
si aprivano quasi tutte le camere. 




— Se la signora crede di prendere questa, 
è la camera della povera contessa — disse il 
custode, — altrimenti vi è la camera di don Pep- 
pino e quelle dei forestieri. Non abbiamo pre¬ 
parato prima perchè l'ordine del padrone era 
di lasciare a loro la scelta. 

— Oh! — fece Lilia prontamente — ci ba¬ 
stano le camere dei forestieri. Eccone una assai 
carina. 

Era un sentimento delicato che le faceva ri¬ 
spettare l’intimità dei padroni della villa; ma 
non perdette nulla nel cambio, perchè l’alloggio 
da lei scello si apriva sul giardino con una bal¬ 
conata cinta di rampicanti ed aveva al di sopra 
delle pareti, ricoperte di una fresca tappezzeria 
a fogliami, un curioso volto affrescato dove, 
sullo sfondo di un cielo pallidamente azzurro 
alcuni amorini stendevano a guisa di padiglione 
un velo bianco trapunto. 

— Se non starò qui come in paradiso, la col¬ 
pa sarà tutta mia. 

Ippolito alzando gli occhi al soffitto provò un 
leggero movimento di gelosia verso gli amorini, 
ma tuttavia disse che era stupendo. E siccome si 
trovavano in quel periodo delizioso della passio¬ 
ne, quando ci si intende senza parlare o la pa¬ 
rola che si dice è immancabilmente quella che 
l’altro vorrebbe dire, si sorrisero di nascosto 
con una muta intesa. 


— 191 — 


Un rapido gesto liberò Lilia dei guanti e del 
cappello, intanto che Ippolito si sceglieva un.i 
camera vicina dove in luogo degli amorini cor 
reva sulle pareli una caccia sfrenata. 

— Vieni a vedere, Lilia. 

Ella andò; e di ogni piccola cosa insieme os¬ 
servata come di una grande scoperta godettero 
e risero giocondamente, sentendo stringersi di 
minuto in minuto il nodo che li avvinceva, pro¬ 
vando la strana sensazione di essere una persona 
sola. 

— Lilia? 

— Ippolito? 

Sì, erano essi, felici in modo inenarrabile. E 
il mondo sembrava non accorgersene, il cielo re¬ 
stava immoto, l’aria tranquilla : i cacciatori ve¬ 
stili di rosso, sulla parete, galoppavano accanto 
alle loro dame dalla gonna azzurra, chi sa da 
quanti anni, forse un secolo! 

— La colazione è servita, — annunciò la mo 
glie del custode affacciandosi sulla soglia. 

— Hai osservalo, cugina, la posa antica di 
quella donna? Ella tiene le braccia ripiegate sui 
grembo in atto placido, la mano destra appog¬ 
giate mollemente sul gomito sinistro, la mano 
sinistra sul gomito destro. Ciò non si vede più 
se non nei quadri. E come guarda mite e serena! 

— Che nome avete? — le chiese Lilia. 

— Mansueta, ma la signora contessa mi chia- 



— 192 — 


mava Mansa, ed anche don Peppino quando ve¬ 
niva fuori da giovane ini chiamava Mansa; mia 
madre ò stata la sua nutrice. Gli piaceva allora 
a star qui; poi si è annoialo; ma ò naturale, un 
signore! 

Sorrideva dolcemente, la donna, nel suo volto 
onesto solcalo da poche rughe a cui facevan In 
me due chiare pupille intelligenti e buone. 

La sala da pranzo era mollo gaia, coi mobili 
laccati in color verdino tenero, la dispensa a 
grandi vetrate dietro le quali occhieggiavano i 
vecchi piatti di Faenza; tirilo in giro pendevano 
quadri di uccelli, di frutta, di fiori, quasi un in¬ 
vito al tripudio della mensa, la quale sorgeva nel 
mezzo ricoperta da una fine tovaglia a disegni 
antiquati, lucida e morbida, con un lontano odo 
re di spigo rimastole dalla lunga permanenza nel 
guardaroba. 

— Compatiranno..., — disse ancora Mansa. 

— Questa casa è deliziosa. Non mi sarei mai 
immaginata di trovare in provincia tanta grazia 
elegante e originale. 

— E appunto in provincia — replicò vivace¬ 
mente Ippolito : — solo in provincia che è pos¬ 
sibile di incontrare ancora una certa originalità. 
Le grandi città del progresso si assomigliano 
tutte come caserme, lo mi sento qui in patria. 

Sedettero lietamente al desco, vicini vicini co 
me già avevano fatto nel salotto del battello, e 






193 — 


poiché Mansa si era allontanata lasciandoli scili, 
essi compirono quel loro primo pasto con tu'la 
la solennità di un rito, tenendosi per la mano, 
mordendo nello stesso frutto e accostandosi al 
medesimo bicchiere, non senza scambiare qual¬ 
che volta le labbra per la coppa. 

— Dimmi che mi ami. 

— Ti amo. 

— Dillo ancora. 

—• Ti amo. 

Alla affermazione recisa, accompagnata da 
;no sguardo del quale conosceva oramai lullu 
(ebbrezza, Ippolito si chetava; ma per poco. Era 
dentro di lui un vulcano tumultuante, un appas¬ 
sionato bisogno di baci e di amplessi. 

Dopo che Mansa ebbe loro servito un eccellen¬ 
te caffè entro certe tazzeltine trasparenti come 
l’ambra, i due amanti uscirono in giardino se¬ 
guiti dallo sguardo senza malizia della buona 
donna, la quale sembrava felice di vedere linr-.ì- 
mente qualcuno nella vecchia casa abbandonata 
c con la inconsapevole filosofia del suo tempe¬ 
ramento ottimista non chiedeva di più all’attimo 
che passa. Ella aveva inoltre il dono prezioso e 
raro dell’ammirazione per lutto ciò che è bello, 
sia pure nell’ordine fisico o nell'ordine morale. 
Il solo aspetto di quelle due creature belle la 
rallegrava. 

— Mi pare che se la intendano molto questi 

Nkbha. Una passione. 


13 



— 194 — 


cugini, — osservò il custode, gattone vecchio 
pratico del mondo. 

— Che vuoi! è la loro età, — rispose Mansa : 
— abbiamo fatto cosi anche noi. Ciascuno alla 
sua volta, non è vero? 

Il giardino, trascurato da olio anni, presen¬ 
tava 1 aspetto di una foresta. Fu un piacere 
nuovo per Lilia l’inoitrarsi sui sentieri di cui 
restava appena traccia, sotto gli alberi fronzuti, 
fra cespugli fantastici di ortensie che approfit¬ 
tando liberamente dello spazio allargavano al- 
l’om-ra i loro gracili corimbi dalle tinte di por¬ 
cellana, mentre nelle radure dove meglio batteva 
il sole ì'olea frayrans rizzava le bianche slelluccc 
il oui profumo dava a Ippolito una vertigine di 
voluttà. 

— Vi sono anche delle rose, — disse Lilia ge¬ 
livamente procedendo alla scoperta. 

— Rose, rose, rose! — gridò Ippolito rag¬ 
giungendola. 

Una specie di cupola verde tutta fiorita di ro¬ 
se stava in cima ad un piccolo rialzo, ma il sen¬ 
tiero che vi conduceva era cosi intricalo che Ip¬ 
polito dovette rompere parecchi rami per poter¬ 
vi penetrare, facendo fuggire i ragni che vi ave¬ 
vano disteso le più argentee e vaporose tele che 
si potessero immaginare. 

— Trine di Bruxelles! — disse ancora Ippolito 
sollevandone una col dito. 




— 195 — 


Lilia abbozzò il sorriso indulgente che hanno 
le donne quando gli uomini pronunciano ina 
parola del loro dizionario femminile. 

Anche questi piccoli incidenti vestivano agli 
occhi dei due felici un sapore misterioso, come 
se -tutto ciò che dicessero o facessero avesse un 
legame invisibile col desiderio unico che li in¬ 
fiammava e come se ogni sillaba, per quanto 
apparentemente insignificante, perchè pronun¬ 
ciata da quelle labbra, e per ciò solo, volesse 
dire : amore. 

— Oh! il delizioso boschetto! —esclamò Liba 
penetrando sotto la fìtta vòlta di fronde dove 
la luce stessa appariva verde e dove dondolava¬ 
no, pendenti, i rosei boccioli delle rose dischiusi 
a guisa di lampade discrete nel loro dolce co¬ 
lore di fiamma coperta da un velo. 

L’ammirazione di Ippolito restò muta. Egli 
trasse un lungo respiro in cui parvero filtrare 
tutte le voluttà della terra. 

Una rosa più sporgente delle altre sfiorò !a 
fronte del giovane, lasciandogli una lieve inci¬ 
sione di spina. Nell'allontanarla con la mano Ip¬ 
polito senti distintamente una voce dentro di sè 
che diceva : « Io sono colei che punge ». Si toccò 
la fronte e vide una stilla di sangue; ma nel me¬ 
desimo tempo la bocca di Lilia appoggiavasi 
molle e tenace sulla ferita e tutto ciò che era 
senso di realtà sparve dai suoi occhi. L ebbre/- 



— 196 


za lo dominava infero, in quella alcova formala 
dalla natura per l’amore, nel meriggio d’agoUo 
incombente sulla campagna, Ira il profumo vi¬ 
cino delle rose e quello poco lontano de\\'ole a 
/ragrans che accompagnava, orchestra invisi¬ 
bile, il prorompere della passione vittoriosa. 


XIV. 

Zenith. 


Un oblio assoluto di quanto era stato la sua 
esistenza (ino allora continuò a dominare sulle 
giornate d’ippolito. Neppure un pensiero della 
sua casa e della sua famiglia, meno ancora del 
suo avvenire, interrompeva l’ardente duetto di 
amore. Tutto ciò che non fosse Lilia non esisteva 
per lui. 

Talora gli sembrava di amarla come una fan¬ 
ciulla che dovesse far sua; abbracciandola pro¬ 
vava una sensazione piena di poesia; gli pareva 
di essere entrambi mollo giovani ed appena sul¬ 
la soglia di una felicità misteriosa e lontana. Ta¬ 
lora invece, inginocchiato ai di lei piedi si sen¬ 
tiva piccino piccino, umile, debole, e se ella sor- 
ridendo lo chiamava fanciullo, una improvvisa 










— 197 — 


tenerezza gli faceva groppo in gola suscitandogli 
l’immagine deU’affello materno che non aveva 
j rovaio mai, e gli sorgeva in petto una calma, 
una sicurezza nuova, come se quell’amore do¬ 
vesse proteggerlo e difenderlo contro ogni scia¬ 
gura. In altri momenti parlando e scherzando 
insieme si illudeva di averla sempre conosciuta 
e che fosse per lui un’amica, una sorella, una 
gaia compagna a cui poter confidare ogni se¬ 
greto pensiero; e gli appariva pure talvolta nel¬ 
l’aspetto di una meravigliosa principessa la qua¬ 
le, corteggiata da mille e mille sudditi, li ingan¬ 
nasse tutti per venire incognita a recargli i suoi 
baci. 

Ma lutti questi amori si fondevano in uno solo, 
polente, irresistibile. Quando, stretto fra le sue 
braccia, sentiva di essere riamato così, e nella 
flessibilità di quel corpo di giunco, attraverso 
l'urto della materia coglieva l’abbandono com¬ 
pleto dell’anima, il ruggito dell’uomo che primo 
conobbe il divino mistero scuoteva il suo petto 
di giovine. 

Le metamorfosi di Lilia, i molteplici aspetti 
della sua femminilità e della sua intelligenza 
facevano trovare sempre breve il tempo trascor¬ 
so presso a lei. Dopo lunghe ore d’amore Ippo¬ 
lito aveva l’impressione di non averle dimostralo 
nemmeno la più piccola parte della sua passio¬ 
ne, di quella passione strana, ardente, assor- 



— 198 — 


benle, che mirava ad accogliere in sè lutti i sen¬ 
timenti, tulli gli affetti; passione fatta di simpa¬ 
tia, di gratitudine, di ammirazione, di fascino, 
ma sopralutlo di occulto destino in cui egli ve¬ 
deva realizzati i sogni più pazzi della prima gio¬ 
ventù. Due bellezze, due giovinezze, due intel¬ 
ligenze, e un solo palpilo, un eguale delirio! Ma 
perchè ad onta di ciò le sue manifestazioni riu¬ 
scivano di tanto inferiori al fuoco che le aveva 
ispirate? Lampi e bagliori profondi illuminavano 
le loro ebbrezze eppure lo bruciava dentro ben 
altra fiamma. Egli si torceva contro l’impotenza 
della carne ad esprimere lutto ciò che sentiva; 
provava l’avidità e il martirio del cercatore di te¬ 
sori chino sull’immenso oceano che travolge ne’ 
suoi gorghi la perle. 

Ali! ali! Con questa smania nel sangue Ippolito 
percorreva gli intricati meandri del vecchio giar¬ 
dino porgendo orecchio ai fremiti della selva, 
agli indistinti susurri dei nidi c raggiunta la par¬ 
te più elevata del giardino dai ruderi cadenti di 
un terrazzo contemplava la superficie del lago 
nei molteplici aspetti che le conferiva l’ora, la 
luce, la nuvola che passa. Disteso al mattino col¬ 
la leggerezza trasparente di un velo nuziale si 
faceva gradatamente più denso, con marezzature 
verdi e azzurre di broccato, con lunghi nastri 
aggrovigliali clic sparivano improvvisamente per 
far sorgere al loro posto uno scintillìo di brìi- 










— 199 — 


\ 


lanti; e man mano che le ombre dei monti si al¬ 
lungavano sembravano respingere al confine le 
tinte tenere morenti nell’ora del tramonto, men¬ 
tre le rive vicine si ammantavano di cupi velluti. 

Avvezzo alla contemplazione della natura, Ip¬ 
polito la associava alle più intime sensazioni. A’ 
suoi occhi nulla era isolalo di ciò che palpita 
nell’universo : egli intendeva il grido giulivo del 
germoglio che rompe la terra e il lamento della 
foglia che cade; egli soffriva la malinconia dei 
fiori strappati prima della maturanza, dei nidi 
deserti, delle piante sterili, dei rami morti. Da 
un letto d’erbe, colla fronte levata al cielo, per¬ 
cepiva nel punto nero quasi invisibile librato ad 
altezze vertiginose il volo dell’aquilotto selvag¬ 
gio, ed egli balzava in piedi tutto fremente, coi 
polsi che gli martellavano per un inconsulto de¬ 
siderio di ascesa. Oh! levarsi alto sulla terra per 
vederla tutta, per abbracciarla tutta! Levarsi 
in un amore che potesse stringere tutti gli amo¬ 
ri e toccare le soglie dell immortalità! 

Mirabile cosa. La passione che si era destala 
in lui c che tutto lo assorbiva, invece di sminuire 
sembrava crescere la sua forza d amore, sem¬ 
brava svolgere dai più occulti recessi del suolo 
una personalità nuova più potente e più com¬ 
plessa. Avrebbe voluto fare qualche cosa di 
grande e che fosse nello stesso tempo di una 
dolcezza infinita, come un tempio, come un al- 



— 200 — 


tare; meglio ancora, come un roveto perenne 
dove bruciasse Ira colonne di fuoco un incenso 
di vita. 

Lilia assisteva curiosa c meravigliala a que¬ 
sta fioritura di un’anima sotto il sole dell’amore. 
La saia commozione però non assomigliava a 
quella di Ippolito. Fin dove era possibile ar¬ 
rivare coH’in'ielligenza ella lo seguiva, c la sua 
facoltà di assimilazione era tale che in certi mo¬ 
menti la fusione appariva perfetta. Compren¬ 
deva i suoi pallori e i suoi fremiti, ma non po¬ 
teva impallidire e fremere ella stessa, perchè in 
altro modo sentiva e vedeva 1. vita. Congiunti 
nell’ardore di un amplesso dove il desiderio e 
il piacere erano uguali, Lilia sentiva che al di 
là di quelle labbra virili una sensazione ignota 
le sfuggiva di continuo, batteva un'ala ch’ella 
non giungeva ad afferrare. Raddoppiava allora 
la foga dei baci e gli chiedeva ansiosa: «Sei 
mio? Sci mio? » 9 I che egli non sapeva rispon¬ 
dere se non stringendola freneticamente contro 
il suo cuore. 

Cosi eccitati percorrevano i viali folti di erbe 
selvatiche dove gli scarpini di Lilia non riusci¬ 
vano sempre a districarsi dai rovi; e quando il 
sentiero era troppo malagevole egli la portava, 
raggiante di piacere e di orgoglio, sentendo il 
bel corpo piegare sulla sua spalla. Il boschetto 
delle rose 11 accoglieva nelle ore più calde. Essi 









— 201 — 


vi avevano praticato uno spazio libero rizzan¬ 
dovi un’amaca trovata alla villa, nella quale 
Lilia faceva la siesta col braccio passato intorno 
al collo di Ippolito — quel br ccio che usciva 
così bianco'e morbido dalle maniche aperte che 
ella soleva portare negli abiti di casa, ricadenti 
lungo il fianco a guisa di ali in riposo — e nella 
gioia di trovarsi tanto vicini e tanto felici rifa¬ 
cevano la storia del loro amore. 

Lilia rivendicava il diritto di anzianità aven¬ 
dolo amato per la prima, solo per udirne par¬ 
lare. Ippolito diceva di averla amata sempre, 
di averla amata in tutte le cose belle, ne’ suoi 
sogni e nella sua arie. Narrava la commozione 
delle lettere che riceveva e il primo dolore che 
gli cagionò con quella del dodici aprile, asciutta 
e crudele. Ricordava? 

Si, Lilia ricordava. L’amante dal quale si era 
staccala e che la inseguiva ancora colla sua ge¬ 
losia sospettosa, fiutando il rivale, non si era 
fatto scrupolo di denigrarlo spietatamente in 
un giornale da lui diretto. Non era forse giunto 
a stampare per disgustarla che il giovane eroe 
dell’incendio sarebbe rimasto storpio, cieco e 
cretino? Ma come spiegare tutto ciò a Ippolito?... 
Ella disse invece : 

— Anche tu sei stalo crudele qualche volta. 

Ippolito assaporò tutta la dolcezza del rim¬ 
provero e improvvisamente, guardandola fissa, 
le chiese : 



— 202 — 


— Dove eri, in maggio, quando ti scrissi tre 
lettere senza ottenere risposta? 

Lilia abbassò le palpebre con un attimo di 
esitazione, ma si riprese subito accarezzando i 
folti e biondi capelli del giovine : 

— In Riviera, te lo dissi. 

— E perchè vi passasti giorni tanto lieti? 

— Perchè sentivo che mi avresti amata, — 
rispose questa volta Lilia sollevandogli in vol¬ 
to le stelle de’ suoi occhi; e la verità palese era 
così sfolgorante che la piccola menzogna nasco¬ 
sta non apparve. 

— E quel giorno, quel giorno clic li vidi! Ti 
riconobbi subito. 

— Anch’io. 

— Non potevi essere che tu. 

— E tu! 

Ippolito ebbe un brivido rammentando gli spa¬ 
simi di desiderio che seguirono e le notti pas¬ 
sate sulla panchina dei Boschetti, sotto le sue 
finestre. 

Più stretto, più stretto ancora, colle labbra 
sulle labbra dell’amata, l’innamorato disse: 

— Se non mi avessi amato sarei morto. Non 
ucciso, sai? morto. Morto della morte naturale 
che era per me la mancanza del tuo amore. Se 
tu sapessi clic cosa è slato il tuo amore! L'hai 
sentila la sua voce nel Cantico dei cantici? 

Commossa, Lilia tornò a baciarlo con una 






— 203 — 

l 

specie di timore sacro. Suggellava ella forse su 
quella fronte l’impronta del genio? 

Il bisogno di fondersi, di immedesimarsi, di 
formare una persona sola diveniva sempre più 
imperioso. La scoperta di alcune piccole affini¬ 
tà nei gusti e nelle opinioni ribadiva il loro ane¬ 
lilo di unione perfetta. Perchè non sarebbero 
giunti a pensare insieme, a soffrire insieme an¬ 
che materialmente? Già Lilia si era punta nel bo¬ 
schetto delle rose ed essi acquistarono la certez¬ 
za che la ferita venisse dalla stessa spina che ave¬ 
va punto Tppolito. E poiché una notte sognarono 
entrambi lo stesso sogno, e una volta stando a 
guardare il lago che si oscurava per prossima 
tempesta trasalirono nello stesso momento come 
se una mano invisibile li avesse toccali, e soven¬ 
te ancora davanti a certe impressioni della na¬ 
tura o del loro amore Io stesso motivo musicale 
sorgeva dalle loro labbra, tutto li induceva alla 
suprema illusione dell'unità che è 1 anelito più 
alto cui possano giungere gli amanti. 

Avevano esplorato tutto il giardino conqui¬ 
stando i pos4i migliori secondo l’ora della gior¬ 
nata. Consacrando ai meriggi soleggiali il fitto 
bosco delle rose raggiungevano l’antico terraz¬ 
zo quando il sole stava per coricarsi dietro le 
montagne, ed era come se uscissero da una al¬ 
cova voluttuosa per muovere incontro alla pu¬ 
rità di sensazioni più complesse e più varie. 




— 204 — 


Serbava il terrazzo avanzi magnifici di una ba¬ 
laustra di marmo, dove pure rimaneva qualche 
statua mezzo sepolta sotto l’edera quasi amman¬ 
tando la propria nudità, cd aprivasi per due lati 
sulla ampiezza dici lago dinanzi all’anfiteatro 
tracciato dalla catena che oltre Gela chiude la 
Valtellina e la Svizzera. Qui sostavano bevendo 
avidamente le prime frescure della brezza ve¬ 
spertina, con uno sguardo di commiserazione al 
battello che portava verso le città popolate quel 
misero branco di umani cui era sconosciuta 
l’ebbrezza della passione amorosa protetta dalla 
solitudine e dal silenzio. 

Era l’ora della conversazione propriamente 
detta, il luogo si prestava a simulare un salotto 
nelle pareti riccamente lavorale della balaustra, 
nei decori delle statue, nei tappeti di velluto 
muscoso, nei sedili che ira i marmi infranti as¬ 
sumevano aspetti variati c bizzarri non privi 
di una austera eleganza. Qui Lilia ritrovava il 
suo spirito, la sua arguzia mondana, e tacendo 
, per poco la voce dei sensi, addestrava Ippolito 
al piacere raffinato dello scambio delle idee non 

I mai cosi sensibile come quando avviene fra un 
uomo ed una donna entrambi intelligenti. EJ 
{ l era allora che Ippolito sentiva anche maggiore 
l'ammirazione c la gratitudine per Lilia, la quale 
potendo aspirare alle più grandi conquiste si 
era data a lui, povero e sconosciuto, consen- 




— 205 — 


tendo a vivere lontana dal teatro delle sue glo¬ 
rie, dagli amici e dagli ammiratori che le for¬ 
mavano intorno una specie di regno. 

Fu in quel luogo, seduto accanto a lei sopra 
un divanino di musco, simile a quello del salotto 
di Milano ove per la prima volta le aveva ba¬ 
ciale le mani, che Ippolito le riprese quelle care 
mani baciandole dito per dito con umile devo¬ 
zione. Incontrando la grossa turchese dell’anel¬ 
lo che Lilia portava sempre all'anulare della de¬ 
stra, le chiese, tanto era bella, se fosse una 
gemma di famiglia. 

— No, — rispose Lilia : — è un dono. 

Senza sapere perchè, per un segreto istinto 
forse, Ippoli'to soggiunse: 

— E magnifico questo anello, ma ha troppi 
brillanti, non mi piace. Dovresti levarlo. 

— L’ho già levato un’altra volta, —disse Li¬ 
lia sorridendo : — per lasciare maggior posto 
ai tuoi baci. 

— Lèvalo per sempre..., — scongiurò lui. 

— Fanciullo! 

Cosi disse Lilia, mostrando di sorvolare su 
(juel capriccio da innamorato, ma 1 anello non 
apparve più sulla sua bianca mano. Nei dì se¬ 
guenti, trovandola libera, Ippolito gliene fu 
tanto riconoscente che Lilia si rammaricò di non 
avere con sè altri gioielli per fargliene il saci i- 
ficio. 



— 206 — 


— Io non posso donartene alcuno, — escla¬ 
mò improvvisamente Ippoli'lo, con una tinta di 
mailinconia : — ma se potessi, non vorrei clic 
fosse uno di questi gioielli privi di ispirazione 
e di significato. Cosa voglion dire tante pie'lruz- 
ze allineale simmetricamente dove solo appare 
la grossa somma di colui che le ha comperate? A 
vedere le gemme che si fabbricano ora, così vol¬ 
gari nel loro disprezzo dell’idea creatrice, non si 
può a meno di pensare che tanto varrebbe infi¬ 
lare sopra uno spillo o cucire intorno a una ca¬ 
tena un pacco di banconote. 

Risero insieme del paragone e Lilia disse 
che un giorno o l’aliro egli le avrebbe composto 
un diadema di stelle. 

— Di stelle? 

— Sì, quandi sarai celebre. 

La fronte di Ippolito si oscurò di una lieve 
preoccupazione per questo accenno ad un avve¬ 
nire che il suo amore gli impediva di guardare 
in faccia. 

— Io sarò fiera di le, — soggiunse Lilia gra¬ 
vemente. 

— Mi ameresti di più se fossi celebre? 

— Ti ho già amato per questo. 

— Oh la mia celebrità di una notte! Vedi 
quanto durò. 

— Ma qui c’è dell’altro, — disse Lilia appog¬ 
giandogli un dito sulla fronte. 




— 207 — 


— Credi? (il cuore gli batteva più celere). 

— Ne sono sicura. 


Da quindici giorni si trovavano alla villa senza 
che venisse loro in mente di uscire. Il giardino, 
vasto e delizioso nella sua fioritura incolta, ba¬ 
stava alle brevi passeggiale ed alle lunghe so¬ 
ste degli amanti; ma guardando il lago oltre il 
terrazzo furono ripresi dal desiderio di andare in 
barca che già li aveva tentali. Una darsena in 
cattivo stato giaceva alla riva nelle dipendenze 
della villa, abbandonata e priva di barca. Fe¬ 
cero venire un sandolino e cominciarono a eser¬ 
citarsi in qualche breve gita, prima col barca¬ 
iolo, poi soli. 

Benché volgesse la fine di agosto, il caldo per¬ 
sisteva opprimente. « Se ci fosse luna — dice¬ 
vano -• si nuderebbe di sera. » E la luna venne, 
la meravigliosa luna di agosto, lucente e piena. 

La sera in cui apparve, sorgendo infocala 
dalla cresta dei monti quasi miracolo che per 
rinnovarsi di volte non muta suo incanto, la loro 
gioia non ebbe limiti. 

Scesero alla riva correndo giù per gli sca¬ 
glioni vestiti d’erba dove i loro passi risuona¬ 
vano in una quiete altissima. Slegarono il san¬ 
dolino e vi presero posto dirigendolo verso Me- 
naggio. Bassa ancora, la luna non illuminava 
che una parte del lago, lasciando l’altra in una 




— 208 — 


mezza oscurità fra la quale il sandolino guiz¬ 
zava leggero, ombra nell’ombra; nè si scorge¬ 
vano altre imbarcazioni se non una vela bianca 
da lontano guidante alla deriva due zattere ca¬ 
riche di merce. 

— lo non sapevo che fosse così dolce andare 
in barca, — disse Ippolito puntando i remi con 
grande lentezza affinchè il movimento non tur¬ 
basse la soavità dell’ora. 

Rispose Lilia : 

Dolce è sopratulto il lago, più del fiume, 
più del mare. Direi che il lago è più amoroso... 
perchè poi non so, è una mia impressione. 

E vero. Il suo abbraccio è più stretto di 
quello del mare, più intimo di quello del fiume. 
Non senti tu il respiro di queste montagne cur¬ 
ve su di noi come buoni e fedeli colossi alla cu¬ 
stodia di un luogo sacro? E sono ben chiuse le 
cortine della nostra alcova, Lilia! Guarda che 
splendidi arazzi verdi e azzurri su cui la luna 
intesse fili d’argento! Quale reggia può vantar¬ 
ne di più sontuosi? 

— E questo tappeto di perle steso dietro a 
noi, non si direbbe il manto di una fata? 

— 11 tuo manto. E quei topazi che brillano 
laggiù, io so bene che si chiamano i fanali dei 
grandi alberghi di Bellagio, ma non sembrano 
a te la cintura luminosa di una dea? 

— 0 piuttosto cuori appesi, ardenti cuori vo- 







— 209 — 

livi intorno a un altare?... — disse Lilia timida¬ 
mente. 

— Si, si! — gridò Ippolito entusiasmato : — 
cuori volivi; i cuori di tutti gli amanti che vis¬ 
sero e sospirarono su questo lago, fra questa 
cortina di monti in una no'ile come questa. — 

Slava per soggiungere: «amandosi come 
noi »: ma gli parve assurdo. Chi mai avrebbe 
potuto amare in quel modo? La persuasione di 
un amore superiore a lutti gli amori doveva ne¬ 
cessariamente imporsi alla sua anima di arti¬ 
sta, e Lilia, benché non nuova a! miraggio, vi 
si abbandonava pur essa, stretta al fianco del 
giovine e bello innamorato, nella realtà palpi¬ 
tante dei loro baci. 

Passavano sulla sponda i paeselli e le ville 
da’ cui 'terrazzi veniva a ondate il profumo del- 
l’olea e dalle cui finestre illuminale ed aperte 
uscivano voci, risa e suoni, mentre la barca 
scivolava tacitamente non ancora raggiunta dal¬ 
la luna, ma già prossima, in una penombra az¬ 
zurra lievemente dorata. Il bacipo della T remez¬ 
zina si trovava dinanzi a loro. 

— fieni il largo, — susurrò Lilia vedendo 
alcune persone affacciale ad un terrazzo. 

Ippolito fece meglio: guidando il sandolino 
rasente la riva dove l’ombra era più fitta per 
il riflesso di alti tigli e di sicomori sporgenti, 
guizzarono sotto al terrazzo colla gioia biri- 

14 


Neera. Una passione. 



210 - 


china di due scolarelli, eludendo la curiosità di 
coloro che avevano subodoralo nella barca er¬ 
rante un dolce mistero. 

In quel tratto di lago le abitazioni si seguono 
ininterrotte e la luna che era sorta per intero 
ne rischiarava minutamente i più piccoli parti¬ 
colari, accarezzando ogni contorno con un ta¬ 
glio netto che taceva spiccare il rilievo delle 
case, degli alberi, fin dei menomi cespugli so¬ 
pra un cielo chiaro senza nubi del colore di 
una pallida ametista. La riva di contro invece 
ergevasi nuda e deserta e fra le due rive il rag¬ 
gio della luna piena tracciava in mezzo all’ac- 
qua un sentiero di luce. 

Il desiderio di attraversare il lago sopra quel¬ 
la magica via venne ad entrambi contempora¬ 
neamente. Oh! dolce vogare! Entrarono nella 
striscia luminosa che li avvolse subito nella sua 
aureola tacendo spiccare con riflessi di perla 
l’abito bianco di Lilia. Ma niuno poteva rico¬ 
noscerli oramai. 11 sandolino fendeva le onde 
con lina linea dritta c sicura, lasciandosi lonta¬ 
ne, sempre più lontane, le ville della Tremczzi- 
na fino a confondersi nelle macchie degli alberi 
ed a sparire completamente. 

Giunto nel mezzo del lago Ippolito depose i 
remi. Eccoli veramente soli fra i due silenzi del 
cielo e dell’abisso! 

Il pensiero della morte che stava sotto di loro 



— 211 — 


attraverso per un attimo la mente del giovine. 
Così vicini ne erano che avendo Lilia abbando¬ 
nato la mano fuori della sponda a scherzare 
coll’acqua egli diè un sussulto. Un movimento 
brusco sarebbe bastato a capovolgere la legge¬ 
ra imbarcazione e pochi minuti a travolgerli 
sotto i gorghi profondissimi e infidi. Egli cinse 
con un braccio la vita di Lilia. Tacevano. 

Quali divinazioni ha il cuore in certi momenti 
di estasi suprema, allor che sembrano diradarsi 
le tenebre della vita materiale e sorgere quasi 
un nuovo senso profetico dell al di là? Perchè 
gli amanti si fan muli sulla soglia maggiore 
della felicità? Perchè tremano? Perchè impalli¬ 
discono? Perchè un mistero sacro si oscura su 
di loro quando ogni mistero sembra squarciato? 
Perchè, fondendo la carne e il sangue, dagli 
spasimi stessi della voluttà nasce un così pau¬ 
roso terrore del nulla? 

Tacevano, e più stretto facevasi il loro am¬ 
plesso (ino alla soffocazione, lino al dolore. 

— Io ti voglio tutta, per sempre, — mormo¬ 
rò alla fine Ippolito. 

Il raggio della luna li avvolgeva come in una 
apoteosi, come in un sogno. 

— Giura che mi amerai sempre, — insi¬ 
stette. 

Ella isospirò senzla togliere la bocca dalla 
bocca di lui. 



— Giura. 

— Perchè chiedi dei giuramenti? Ti amo. Non 

10 senti che ti amo? 

'Parve a Ippolito che un pianto lontano sin¬ 
ghiozzasse nell’ardente bacio che accompagnò 
queste parole, e traendosela tutta sul petto pro¬ 
vò un così acuto bisogno di lei e insieme una 
sensazione così disperata dei limiti imposti al¬ 
l’uomo, che una improvvisa stanchezza lo as- 
salse sentendosi passare accanto l’ala della 
morte. 

— Più di così, sai, più di così non si può 
amare! 

Pallidi e smarriti guardarono il lago che si 
sprofondava sotto di essi quasi ne uscisse una 
misteriosa tentazione. 

— Ilo freddo, — mormorò Lilia. 

Ma non era il freddo che la faceva tremare 
mentre avvinghiala al collo di Ippolito confon¬ 
devano i battiti dei loro cuori. Egli tuttavia riaf¬ 
ferrò 1 remi per raggiungere la sponda opposta 
prima che scemasse la luna. 

Quando toccarono terra col sandolino furono 
presi dal desiderio di muovere alcuni passi sul¬ 
la riva. Uscivano da una commozione troppo 
intensa perchè non si imponesse loro quale ne¬ 
cessità di reazione l’attività del moto, e poiché 

11 boschivo della sponda li attraeva co’ suoi tre¬ 
muli alberelli illuminati dal raggio lunare, essi 



— 213 — 


vi si internarono un poco tenendosi abbracciati, 
colpiti da quella nuova specie di silenzio, diverso 
dal silenzio del lago ma ugualmente malinconi¬ 
co e profondo. 

— Che spiaggia deserta! 

— Se la morte ci assalisse nessuno dei no¬ 
stri gridi potrebbe raggiungere orecchio d’uo¬ 
mo. 

Ancora alitavano intorno ad essi pensieri di 
morte, ma Ippolito soggiunse con ardore : 

— Noi non dobbiamo morire. 

No, no — disse Lilia : — è tanto bella la 

vita! 

F, veramente, come se l’evocazione della tom¬ 
ba avesse acuito il loro amore, raddoppiarono 
gli slanci appassionati. Tuttavia Ippolito pensò 
ancora che pochi momenti prima, sospesi sul¬ 
l’abisso. essi avevano colto il palpito supremo 
che congiunge in un solo anelito amore e mor¬ 
te, e che più in là non si può andare. 

I giuochi di luce nelle rame leggiere pro¬ 
tese sul cielo, le fìtte ombre dei rami più densi 
che facevano pensare a fantastici recessi, la 
linea bizzarra di un albero, un fruscio, un su- 
surro, la forma stessa dei loro corpi proiettala 
sull’arena e che correva dinanzi a loro, tutto 
li interessava e li divertiva in queH’intima unio¬ 
ne dell’essere per cui ricevendo ciascuno la por¬ 
zione dell’altro si sentiva vivere due volte. 

— Ascolta, l’usigmiolo. 



— 214 — 


Si fermarono in una radura battuta in pieno 
dalla luna, tendendo l’orecchio al dolce canto¬ 
re. Ai loro piedi il capelvenere aggrovigliava 
l’ideale leggerezza delle sue foglie in una trina 
che sembrava d’argento e l’intero paesaggio ri¬ 
ceveva dalla luce siderea quella particolare 
espressione di incanto che è propria della notte 
lunare. 

Non sapevano risolversi a tornare indietro, 
poi che ogni senso della realtà li aveva abban¬ 
donali, si che essi procedevano inconsci ed im¬ 
memori. 

I blandi rintocchi di un orologio li destarono 
dal sogno e questa voce quasi umana, mentre 
si credevano fuori del mondo, li fece trasalire. 

— E il campanile di Lèzzeno, — disse Lilia. 

— Lèzzeno? 

Un disgraziato paesello perduto su questa 
riva. Lo chiamano il paese della mala fortuna : 
d’inverno senza sole, d'estate senza luna. 

Ippolito contò dodici ore seguendo l’eco del¬ 
l’ultimo rintocco che andò a frangersi sull’am¬ 
pia distesa del lago. 

— Come dormiranno tranquilli gli abitanti 
di Lèzzeno! 

Pronunciando queste parole Ippolito ebbe 
una rapida visione del paesello nativo, ma su¬ 
bito sparve ira volta dal riso cristallino di Lilia: 

— Se ci vedessero direbbero chetiamo pazzi! 




— 215 — 


— Pazzi, sì, pazzi d’amore. 

Errarono ancora per un po’ di tempo finché 
raggiunto il sandolino che li aspettava alla 
riva Lilia volle entrarvi per riposare. 

Dormirai qui stanotte— disse Ippolito co¬ 
prendola con lo scialle bianco che ella aveva 
portato con sè: — Ti cullerò con le più tenere 
canzoni mentre guiderò la barca dolcemente 
per non svegliarti. 

— Ma non ho sonno, amor mio. Mi basta di 
stare coricata accanto a te guardandoti. 

Egli gettò un piccolo grido intanto che Lilia 
piegava la testa sul cuscino della barca. 

— Che vedo? Un brillante fra i tuoi capelli! 
Oh! come scintilla!... No, non è un brillarle, 
è una lucciola; un brillante vivo. Non toccarla, 
li sta tanto bene! Ecco una gemma di cui non 
sono geloso e che non è volgare. 

Lilia, docile, tornò a posare la bella testa 
sul cuscino godendo della gioia infantile di Ip¬ 
polito nel rimirare il singoiar gioiello che man¬ 
dava bagliori verdognoli tra il volume morbido 
delle di lei chiome. 

11 sandolino riprese lentamente, assai lenta¬ 
mente la via del ritorno, ripassando sotto le 
ville chiuse, sotto le finestre mute, in un silen¬ 
zio profondo e solenne che rendeva ancor più 
affascinante quel gran chiarore lunare diffuso 



— 216 — 


sulla terra addormentala. I due amanti, quasi 
immobili in fondo alla barca, in preda a un 
languore stanco, si abbandonavano al ritmo 
voluttuoso dell’onda aspirando tratto tratto ad 
occhi chiusi il profumo dell'olea che dai terrazzi 
si spandeva nell’aria pura della notte. 


XV. 

Ni. 

Avevano esplorata tutta la casa, il giardino 
non conservava più per essi alcun segreto. Ad 
ogni albero, ad ogni sedile, ad ogni cespuglio 
era stato affidato il ricordo di un istante felice. 
Finchò durò il plenilunio passarono le notti sul 
lago, spingendosi fino ai boschi di Balbianello, 
ebbri d’amore e di solitudine: ma in settembre 
le notti si fecero più brevi e più umide, mentre 
le giornate meravigliose di freschezza li invita¬ 
vano alle passeggiate sui monti. 

Un mattino, intanto che Ippolito già pronto 
aspettava I.ilia a’ piedi della scala, vide entrare 
un uomo con una gran cesta sulle spalle. Man- 
sa che lo seguiva a pochi passi ricevette la 
cesta con molte precauzioni, facendogliela 
scendere adagio adagio dalle spalle e posandola 
sopra una tavola. 



— 217 — 


— Cos’è? — chiese Ippolito distrattamente. 

— La biancheria della signora. 

— La biancheria? 

— Si. Oui nessuno sarebbe capace di stirare 
queste meraviglie. La signora le manda a Mi¬ 
lano dalla sua cameriera. 

Il fatto, in se stesso molto semplice, lasciò 
Ippolito pensieroso. Egli aveva sempre conside¬ 
rata l’eleganza di Lilia come qualche cosa di 
indivisibile dalla bella persona, e nella sua sem¬ 
plicità di provinciale la aveva ammirata senza 
chiedere altro. 

Mansa fece saltare destramente le cordicelle 
che tenevano chiusa la cesta e ne balzò fuori 
una spuma di trine percorsa da nastri celesti, 
il colore predilette di Lilia, che Ippolito cono¬ 
sceva molto bene. 

— Oh! la bella biancheria! — fece Mansa 
togliendo un accappatoio con tutta delicatezza 
e portandolo sulle braccia tese, trattenendo il 
respiro. 

Ella aveva l’ammirazione pura. Nessun sen¬ 
timento volgare intorbidava il piacere che la 
sua vista riceveva dagli oggetti belli. 

— Anche la povera contessa, buon’anima, 
possedeva trine magnifiche, — mormorò allon¬ 
tanandosi in punta di piedi col prezioso far¬ 
dello. 

— E arrivata la mia cesta? — gridò Lilia 



— 218 — 


mentre scendeva dalle scale coi guanti e con 
lombrellino in mano. 

Fu Ippolito che le rispose metà scherzando 
metà sul serio, dicendole che era troppo ele¬ 
gante, che gli faceva paura, che non si sentivo 
degno di tante raffinatezze, che temeva di per¬ 
derla. 

Lilia crollava il capo. 

— Non è vero che io sono un conladinello al 
tuo confronto? 

— Non so che cosa tu sia. So che ti amo e 
che mai, capisci, mai ho amato come amo ora, 
come amo te. Sei contento? 

Ippolito acconsentì superficialmente. In fon¬ 
ilo al cuore una lama sodile lo aveva toccato o 
gliene rimaneva una sensazione di freddo che 
però scomparve quasi subito nel sorriso aperto 
della campagna e nella dolcezza dei baci di 
Lilia. 

Splendida era la campagna nelle prime brez¬ 
ze nunzialrici dell’autunno c splendido amante 
Ippolito che ne aveva ricevuto dalla natura lutti 
i doni, per i quali Lilia gli conferì il titolo di 
« maestro in amore ». Singolare maestranza 
fatta 'unicamente di istinto a cui aggiungeva 
sapore squisito la ingenuità slessa di colui che 
si trovava maestro senza saperlo. 

Simili a due giovani conquistatori essi al¬ 
largavano ogni giorno il loro regno adonta- 



— 219 


nandosi dalla villa, visitando i piccoli paesi dei 
dintorni, facendo qualche ascensione « per por¬ 
tare in alto il loro amore », diceva Lilia. E sulla 
montagna come sul lago procedevano immemori 
dell’universo, in una spensieratezza divina, in 
un oblio confinante con l’estasi del nirvàna. 
Solo qualche forosella che guidava le mucche 
ai pascoli o che portava latte ai villaggi ferman¬ 
dosi a guardarli curiosamente li riconduceva 
alla realtà dell’esistenza. 

— Povere ragazze! — disse una volta Lilia. 

— Perchè le compiangi? Se hanno aneli'esse 
il loro innamoralo saranno felici al pari di noi. 

Lilia non rispose. I loro pensieri in quel mo¬ 
mento erano troppo lontani. A che discutere 
quando è il tempo dei baci? 

Un’altra volta attraversando un piccolo paese 
incontrarono un corteo nuziale che entrava nella 
chiesa. La sposa davanti, colle donne, era bel¬ 
lina e, caso raro orinai, portava ancora la rag¬ 
giera d’argen'lo all’antica usanza brianzuola. 

— Entriamo a vedere? — disse Ippolito. 

— Che mai? — obbietlò Lilia con visibile re¬ 
pulsione : — Ci faremo pigiare per nulla. 

Più tardi essendosi seduti a riposare in un 
prato, mentre Lilia tagliava l’aria con una ver- 
ghetta di nòcciolo, Ippolito si pose ad ascol¬ 
tare con attenzione il suono delle campane che 
annunciavano la fine della cerimonia. Lilia si 



— 220 — 


accorse che egli vi pensava ancora. Improvvi¬ 
samente Ippolito domandò : 

— Perchè un giorno mi hai detto che non 
hai mai amato come ora? 

— Perchè è la verità. 

— Questo dunque vuol dire che hai già 
amato. 

Lilia alzò le spalle. Davvero era troppo in¬ 
genuo. 

—• Ti ho mai fatto credere che tu fossi il mio 
primo amore? 

Aveva ragione. Ippolito divenne mulo ed ella 
provò una specie di malessere, una sensazione 
manchevole, come se si fosse rolla una molla 
nel congegno armonico dei loro cuori. Per la 
prima volta ristettero dal dirsi tutto quello che 
pensavano. Fu un attimo quasi inavvertito per¬ 
chè ripresero subito il dolce conversare e ri¬ 
sero e scherzarono c si amarono per il resto 
della giornata; ma questo non impedì che vi 
fosse tra loro un argomento che ognuno dei 
due si studiava di schivare. Non erano più soli, 
poiché il passato di Lilia rizzavasi fra loro due. 

Nel pomeriggio, Lilia era stanca e non volle 
uscire dalia sua camera, Ippoli'lo andò a fare 
un giro in giardino, meravigliato di trovare 
aperta una porticina nel fondo che aveva sem¬ 
pre vista coperta d’edera e che credeva fuori 
d’uso. Al di là della porticina, sopra uno spia- 





— 221 — 


nato verde, si slanciavano in alto sorrette da 
piccoli pali le eleganti colonnine dei fagiuoli; 
ai loro piedi il pomodoro correva quasi in cerca 
di un appoggio pe’ suoi frutti maturi; il finoc¬ 
chio tremava al vento vaporoso e leggero come 
una piuma; il rosmarino, la salvia, tutta la fio¬ 
ritura deil’orto apparve a’ suoi occhi di cam- 
pagnuolo che ne ricevettero una impressione 
grata, quasi di ricordo nativo. L’orto era am¬ 
pio, diviso da un lungo viale a capo del quale 
soorgevasi una casetta rustica e tutto intorno 
aveva alberi fruttiferi carichi delle loro dovizie. 

Come mai Ippolito non si era accorto prima 
di questa simpatica vicinanza? Ma senza stare 
a pensarvi troppo egli varcò la porticina, inol¬ 
trandosi lentamente sul viale di mezzo abbellito 
da alcuni vasi di limoni fiorenti nella acutezza 
sana del loro profumo. Ne colse una foglia e si 
pose a masticarla. Altre piantine minuscole ger¬ 
mogliavano negli stessi vasi di limoni : porcel¬ 
lane, geraniuzzi, cappuccine, colla sicurezza 
spavalda di piccoli nani protetti da giganti, ri¬ 
velando nel loro assetto una cura minuziosa e 
paziente. E tutto l’orto portava questa impronta 
di amore, di lavoro, di vita semplice, di opero¬ 
sità feconda. Gli esili alberelli delle pesche pie¬ 
gavano sotto il peso dei frutti rosei e rotondi 
come guance giovani sulle quali il sole di set¬ 
tembre posi i suoi dolci morsi. Era nell’aria 
una quiete altissima. 



— 222 — 


Ippolito avanzava sempre con grande lentezza 
provando il singolare piacere che dà la campa¬ 
gna in certe ore : piacere di sentirsi vivere in¬ 
dipendentemente da ogni altra sensazione, quasi 
una forza passiva nel grembo della natura. 

Ma quale raro fiore dondolava lievemente il 
calice rosso in mezzo ad unai aiuola di prezze¬ 
molo?... Due peri nodosi insieme abbracciati 
ne mascheravano ad Ippolito la visione preci¬ 
sa : pure quel vivo rosso die sembrava palpitare 
tra i rami lo attrasse irresistibilmente. Girò 
l’aiuola di fianco e si trovò innanzi ritto un per¬ 
sonaggio alto appunto come un rosaio che fosse 
ancora novellino e non avesse che un solo fiore 
scarlatto. 

All’improvviso apparire di Ippolito il perso¬ 
naggio non parve sgomentarsi affatto, nè inti¬ 
midirsi, nè dare alcun segno di stupore. In 
piedi sul tappeto frastagliato del prezzemolo, 
nella porpora del suo grembiulino, guardando 
lo straniero con occhio limpido e sicuro, sem¬ 
brava un piccolo re nel suo legittimo regno. E 
come Ippolito gli fu presso sorridendo gli tese 
la manina, ma con tale gesto dignitoso che il 
giovine non potè più rattenere una esclamazione 
di meraviglia. 

— Oh soave bambino! Chi sei? Come ti chia¬ 
mi? Che fai qui? 

Subito non rispose. Evidentemente la sua 



— 223 — 


opinione sullo straniero non era ancora forma¬ 
la, o forse lo preoccupava maggiormente una 
fragola che teneva con due dita e che infalli pas¬ 
sò, appena appena, per l’orlo della sua boc¬ 
cuccia. Dopo qualche istante sollevando ancora 
gli occhi chiari in volto a Ippolito pronunciò 
distintamente questa sillaba : 

— Ni. 

« Ni?... Ecco una parola che deve avere un 
valore grandissimo », pensò Ippolito : « ma che 
vorrà mai dire? » 

In quel mentre una giovanissima donna se ne 
veniva correndo dalla casa in fondo al viale c 
il bambino pronunciò ancora: « Mamma ». 

— La presentazione è fatta! — esclamò Ip¬ 
polito sorridendo alla nuova venula : Che 

caro bambino! — Improvvisamente si ricordò 
di avere vedulo altrove quella fronte promi¬ 
nente e quei capelli color di rame pallido, ma 
dove? Al momento non seppe rammentarlo, solo 
più lardi gli venne in niente il piccolo Gesù che 
sta in braccio ad una Madonna di Guido Reni 
in una chiesa di Bologna. 

La donna se lo prese tosto in braccio bacian¬ 
dolo e domandandogli se aveva salutato il si¬ 
gnore. 

_"Per verità qualche cosa mi ha dello, ma 

non sono sicuro di avere compreso. Disse Ni. 

—Oh! sempre. E il nome che si è dato lui 



— 224 — 

stesso. Quando gli domandano come si chiama, 
risponde Ni. 

— Tanto vale Ni quanto Paolo o Giovanni; 
ma come va che non lo vidi prima d’ora que¬ 
sto signore Ni? La porta del giardino era chiusa 
nei giorni passali. 

— Oggi l’ha aperta mio suocero per portare 
terra nel giardino della villa. 

— E chi è vostro suocero? 

— Il custode. 

Intanto che scambiavano queslc parole so¬ 
pravvenne Mansa, la suocera e nonna, la quale 
a sua volta si prese in braccio il bambino scoc¬ 
candogli baci sonori; ed era lult’insieme, tra 
quadro e cornice, una scenetta così gustosa che 
Ippolito se ne staccò a malincuore provando un 
bizzarro sentimento che somigliava a nostalgia. 

A tavola parlò dell'incontro con Lilia. Ella 
fu sulle prime un po’ meravigliata del suo en¬ 
tusiasmo, ma se ne lasciò trascinare tanto che 
il giorno appresso andarono insieme alla ri¬ 
cerca di Ni, il quale passava la giornata nell’orto 
e vi faceva la siesta all’ombra dei limoni. 

Ni era un bambino curiosissimo. Non bello 
precisamente nel significalo che si suol dare 
alla bellezza infantile, sarebbe forse uscito senza 
premi da un concorso; ma era impossibile ve¬ 
derlo senza fermarsi a guardarlo, e guardan¬ 
dolo non restare cattivati dalla straordinaria 




— 225 — 


espressione del suo volto cui non davan risalto 
le solite attrattive dei riccioli biondi e dei grandi 
occhi azzurri o neri, ma che vibrava per una 
forza interna di intellettualità. Sulla sua testina 
molto piccola i capelli radi color di rame pal¬ 
lido sembravano cingere di un casco la fronte 
prominente dove le pupille aguzze gettavano 
bagliori di lama attraverso l’iride grigia, simile 
un po’ all’acqua dei fossati scorrenti sotto i sa¬ 
lici; e quando quei bagliori scintillavano, l’iride 
grigia si agitava tutta proprio come un’acqua, 
c benché gli occhi fossero piccoli, sembravano 
grandi per la gran luce che vi si accendeva, ed 
erano questi meravigliosi occhi volta a volta se¬ 
veri, indagatori, profondi, eppure così candidi 
e fidenti che sembravano non temere nulla e si 
aprivano senza paura verso gli uomini e verso 
le cose. Con un nasino pari ad un chicco di me¬ 
lagrana c con lineamenti tulli da miniatura, non 
era in lui nessuna apparenza di gracilità; era, 
al contrario, agile e forte, con una sveltezza 
nei movimenti da libero capriuolo, e le manine 
lievi, simili a piume d’angelo quando volevano 
accarezzare, tendevano nella lotta una nervatura 
sottile e resistente che si disegnava vigorosa 
sotto il raso della pelle. 

Intanto che Lilia lo faceva giuocare provo¬ 
candone le risale argentine Ippolito lo fissava 
così estatico che alla fine Ni se ne ac^ rse e 


N'rsda. Una pastione 


15 



— 226 — 


tenne egli pure le pupille fisse in quelle del suo 
contemplatore finché vedendovisi riflesso co¬ 
me in uno specchio prese di lai gioco grandis¬ 
simo diletto e non voleva più finire. 

— Tutto è nuovo per lui, — disse Ippolito : 
— non altrimenti il primo uomo dovette guar¬ 
dare le origini del mondo. Ogni bambino che 
nasce è un mondo che ricomincia. 

Lilia assenti chinando la fronte soave sulla 
quale tuttavia Ippolito credette di scorgere un 
segno di stanchezza. E stanco era il movimento 
della sua bella mano protesa a sorreggere il 
bambino. Con stupore, tenerezza e malinconia 
insieme Ippolito vide una ruga, una piccolissi¬ 
ma ruga sul volto amato... Perchè? (Juale lagri¬ 
ma vi si nascondeva, quale dolore che egli igno¬ 
rava? Era veramente sua quella donna? La co¬ 
nosceva egli? La possedeva tutta? 0 non era la 
straniera incontrala per un momento appena sul 
suo cammino? 

11 suo amore entrava in una fase di inquietu¬ 
dine e di dubbi facendosi più ardente e più tor¬ 
mentoso. Da quella notte in cui, sospesi sopra 
l'abisso del lago, uniti nel brivido della morte 
e della voluttà avevano compreso che non si 
poteva andare più oltre, essi erano rimasti co¬ 
me chiusi nella sfera della passione e nella im¬ 
possibilità di crescere la fiamma dei loro cuori 
ruggiva impotente. Dopo di avere baciato il 



— 227 — 


bambino Ippolito tese le labbra a Lilia, pia 
egli aveva negli occhi una luce nuova che fece 
impallidire la donna. 

Allora Ippolito non dubiiò più che la presen¬ 
za del piccino dispiacesse a Lilia. — Era forse 
gelosa? — Ne ebbe un sussulto di gioia sem¬ 
brandogli una maggior prova d’amore; però 
non le chiese i giorni seguenti di andare a ve¬ 
derlo. Vi si recava solo nelle ore che Lilia oc- 
cupavasi nella sua camera o a dare ordini in 
casa. Ma Ni entrava oramai nei discorsi fami¬ 
gliaci ; Mansa (la nonna, la donna dal gesto an¬ 
tico) lo nominava cento volte al giorno e par¬ 
lando di lui si illuminava tutta con un ritorno 
improvviso di giovinezza. Lilia prestava pure 
attenzione ai suoi discorsi semplici, assennati, 
al racconto sobrio delle sue sventure, fra cui la 
morte tragica di un figlio ventenne annegato nel 
lago che ella stessa aveva estratto cadavere e 
recato a terra sulle proprie braccia, e eli una 
bimba che le era morta consunta, e ancora... 
ancora... senza enfasi, senza recriminazioni, sen¬ 
za rivolte, austera e dolce. Ascoltandola Lilia 
pensava a Rispha custode dei cadaveri de’ suoi 
cinque figli. Mansa per altro ne aveva serbato 
uno, un figliolo intelligente che le condusse in 
casa una fanciulla dei monti buona e pura e 
dalla loro unione era nato il piccolo prodigio 
che si chiamava Ni. 



— 228 — 


Lilia leggeva nell’aninio di Ippolito . impres¬ 
sione che gli facevano questi quadri di una vita 
semplice e forte, e più ancora l’inconscia sim¬ 
patia che gli destava l’idillio dei giovani sposi 
benedetto da quell’amore di bimbo. Non era 
gelosa, no, ma rifletteva e qualche volta si fa¬ 
ceva melanconica. 

La porticina dell’orto dischiusa improvvisa¬ 
mente dinanzi al sogno aveva posto sotto i ioro 
occhi la realtà della vita e mentre Ippolito cre¬ 
deva di non scorgervi altro se non la leggiadria 
di una nuova visione, l’istinto sagace di Lilia 
le faceva presentire il pericolo. — Pensa — le 
aveva delto Ippolito un giorno questo bam¬ 
bino non sa che deve morire! Parole profonde 
di dolore umano, alle quali Lilia aggiungeva : 
Non sa che cosa sia l'amore! Per questo Ni era 
lanlo felice. 

Oltre alla sua professione di bimbo felice Ni 
faceva presagire un temperamento da filosofo. 
Signore di tutte le farfalle, formiche, bruchi, 
moscerini che si trovavano nel suo regno ave¬ 
va pure a sua disposizione una quantità ui sas¬ 
solini, di sabbia, di foglie, di fuscelli, intorno 
ai quali si metteva a lavorare con cerli suoi cri¬ 
teri archilellonici non sempre conformi alle leg¬ 
gi di gravità, cosi che i fabbricati crollavano 
sotto le sue manine prima ancora di essere eret¬ 
ti; ma egli non si sgomentava perciò e rotto un 


fuscello ne cercava un altro e se non lo trovava 
la rassegnazione veniva subito. 

Ni erajicrobata. Non vi era nell'orto monti- 
cello o rilievo qualsiasi sul quale non avesse ten¬ 
tato di arrampicarsi dando prova di una elasti¬ 
cità sorprendente che lo aiutava sopratutto nel¬ 
le cadute, quando ruzzolando per terra con 
tutte e quattro le zampine in aria rialzavasi 
prontamente senza piangere, si strofinava la 
parte ammaccata od anche un’altra che vi cor¬ 
rispondesse presso a poco e tornava all’assalto. 

Ni era esploratore. Si avventurava tutto solo 
nel bosco dèi fagiuoli, smarrendo qualche volta 
la via ma ritrovandola sempre, affrontando osta¬ 
coli di rami rovesciali, di buche nel terreno, di 
cupolette di talpa che lo facevano incespicare 
ma non retrocedere; e non gli mancavano in¬ 
contri terrificanti di grossi ragni che gli sbar¬ 
ravano colla loro tela tutto il sentiero; di lucer¬ 
tole guizzatigli fra le gambine, di qualche gat¬ 
to selvatico balzante con tanto impeto da far 
traballare il bosco, si che i baccelli maturi gli 
cadevano sul nasino lasciandolo intontito per 
qualche istante. 

Ni era sopratutto mago. Avvicinandosi a lui 
tutti i volti sorridèva'nóV tutti si mostravano 
buoni e compiacenti. Le fronti più gravi, anche 
quella del nonno custode attraversata da mi¬ 
riadi di rughe, si spianavano, si lisciavano tutte 



— 230 — 


per fregarsi sui capelli colore di rame pallido. 

Lilia al pari degli altri sorrideva al bambino 
e quando lo incontrava per caso nei dintorni 
della villa fermavasi ad accarezzarlo, invitala 
quasi da lui clic le si poneva davanti con que¬ 
gli occhi pieni di fiducia c di attesa; ma se Ip¬ 
polito diceva di non comprendere la vita se 
non congiunta cosi a un anello nel futuro (e 
lo diceva spesso), ella avvertiva in se stessa 
quella medesima impressione di ferita che già 
aveva provato altre volte, clic non scompariva 
neppure totalmente sotto l’onda dei baci c che 
le dava per qualche istante un'attitudine di ri¬ 
gidezza. Non era ancora l’ostacolo, ma l’osta¬ 
colo si preparava. 


XVI. 


Ir, TEMPO SI GUASTA. 


Accanto alla sala da pranzo, cosi gaia coi 
bei mobili laccati di verde e con le ampie ve¬ 
trate, si apriva il salotto simpatico anch’esso 
nella sua intonazione vecchiotta, con un lungo 
piano a coda, una caminiera ornata di cande¬ 
labri, un lampadario di vetro a faccette e un 
grandissimo paravento di stoffa damascata con- 


— 231 — 


tro il quale se ne stava come dentro a una bus¬ 
sola la poltrona della contessa e nella poltrona 
Lilia, vestita di grigio, con un libro in mano. 

Ippolito, in piedi accanto alla finestra, guar¬ 
dava il cielo che stava coprendosi di nubi. A 
un tratto, per un movimento troppo rapido, fe¬ 
ce cadere dal tavolino sotto alla finestra un 
piccolo oggetto. 

— Il tuo suggello, — disse raccattandolo. — 

Hai scritto questa mattina? 

— Sì, ho scritto. 

Ippolito voltava c rivoltava fra le dita il leg¬ 
giadro ninnolo d’argento su cui era impressa la 
prima sillaba del motto di Lilia : Se. 

— Vuol piovere, — osservò Lilia posando il 
libro sui ginocchi. 

— Lo temo. 

— • E venuto il tempo di rovistare nella bi¬ 
blioteca della contessa. Sapessi quanti libri ho 
trovato di Balzac. di Chateaubriand, di Musset. ; 
lutti autori vecchiotti che conoscevo di nome ma 
dei quali non avevo mai letta una sola parola. 

— E il volume che hai in mano? 

Non era questo che Ippolito voleva dire. Egli 
voleva dire : « A chi hai scritto oggi? » ma sic¬ 
come per un bizzarro sentimento di timidità 
gli uscì invece l’altra domanda, Lilia rispose : 

— Ah! questo è un autore italiano. È Guer¬ 
razzi. Se devo essere schietta ti confesso che non 




— 232 — 

capisco come mai si dimentichino tante belle 
pagine, mentre... 

— Lo porti sempre con te il tuo suggello? 
— interruppe Ippolito. 

— Sempre. 

— « Se bene o male io stessa mi contento ». 
Se bene o male... Chi ti ha suggerito questo 
motto? 

Nessuno. L’ho scelto da me, in un libro. 

— Ti sembra tanto bello? 

— Ignoro se sia bello. Lo sento conforme 
a me. 

— Indifferente al bene o al male?... 

— Che cosa è il bene? Che cosa è il male? 
Ippolito mio, ho paura delle discussioni. Amia¬ 
moci finché è la buona stagione. Ilo fatto ac¬ 
cordare il piano, sai? Vuoi provarlo? 

— Se uscissimo invece, intanto che non piove? 

— Come li piace. 

Balzando in piedi, amabile, sorridente, cor¬ 
se nell’atrio a staccare dall’attaccapanni il suo 
canotticro grigio con la fascia bianca. Intanto 
che se lo accomodava dinanzi ad una vecchia 
specchiera arrugginita Ippolito la precedette di 
alcuni passi e passando presso l'uscio di cuci¬ 
na udì il custode che diceva a sua moglie : 

— Le lettere d’America, per tua norma, han¬ 
no il francobollo diverso dai nostri. Quella che 
arrivò ieri per la signora era una lettera d’A¬ 


merica. 




— 233 — 


— Ecco la lettera a cui ella ha risposto, — 
pensò Ippolito — e appena ricevuta!... Le pre¬ 
meva assai. Chi conosce ella mai in America? 

Fecero una lunga passeggiata. Lilia era alle¬ 
gra, vivace. Ippolito pensieroso. A un certo 
punto della strada egli si fermò guardando le 
montagne in fondo al lago. 

— La Valtellina... La Svizzera... Chi sa che 
bei monti! 

— Non hai mai varcato le Alpi? 

— Mai. E tu? 

— Oh! io!... — fece Lilia con un sorriso per 
cui Ippolito, senza sapere il perchè, si sentì 
stringere il cuore. 

A un tratto domandò : 

— Sei staila in America? 

— In America non ancora. 

— Anderemo insieme. 

— Non credo. Non è paese per gli innamo¬ 
rati. 

— Ah! ah! — esclamò Ippolito preso da im¬ 
provvisa gaiezza : — non è paese per gli in¬ 
namorati! Dillo ancora. Dillo che gli innamo¬ 
rali si trovano solamente qui... 

Procedevano stretti come nei primi giorni del 
loro amore, non ancora sazi di sentirsi vicini, 
cercando, tentando nuove sensazioni. 

— Senti, mia vita, io non so se tutti gli uo¬ 
mini che amano una donna provino tutto ciò che 



— 234 — 


io provo, ma è certo che se una parie sola di 
coloro che dicono di amare sentisse il fuoco che 
mi divora, la smania che mi strugge, io credo 
che il mondo non si conserverebbe così com’è 
nemmeno un giorno. 

— Forse, — mormorò Lilia facendosi a sua 
volta pensosa. 

— E alcune volte, vedi, non so s’io debba 
dirtelo... vorrei pregarti di uccidermi. Mi sem¬ 
bra die non possa attendermi gioia maggiore di 
quella di morire nelle tue braccia, soffocalo 
da’ tuoi baci. Se mi vuoi bene davvero dovresti 
uccidermi con un bacio. 

— Sempre queste idee di morte! — esclamò 
Lilia crollando il capo. 

— Mi sembra di essere in un cerchio di fer¬ 
ro dal quale la morte sola mi debba liberare. 

Tacquero per un pezzo, andando lentamente 
sulla riva del lago commosso da un forte vento 
che ne increspava le onde mentre il cielo si 
copriva di nubi. 

— 'E questo il cerchio di ferro? — disse Lilia 
alla fine ponendogli un braccio intorno al collo. 

Ippolito non rispose nulla. Tenne fermo il 
braccio, e la dolce mano che gli arrivava all’al¬ 
tezza della bocca baciò devotamente, appassio¬ 
natamente come soleva, dito per dito. 

Secondo la minaccia le piogge vennero, in- 


— 235 — 


sistenti, continue. Il lago scomparve sotto un 
velo di nebbia, il giardino si fece impraticabile. 

I due innamorali non uscivano quasi più dalla 
villa. Cerio la libreria fu loro in quei giorni di 
grande aiuto, ma Lilia si meravigliava che Ip¬ 
polito non toccasse mai i! piano. Ella sì, suona¬ 
va per ore ed ore, accompagnandosi talvolta col 
canto, e Ippolito la stava ad ascoltare nella pol¬ 
trona della contessa con la fronte fra le mani. 

Solo alla sera, quando la pioggia sembrava 
diminuire un po', si ravvolgevano nei mantelli 
calzando grosse scarpe, quasi col piacere infan¬ 
tile di un travestimento, e scendevano a passeg¬ 
giare sulla riva cogliendo i brividi paurosi del¬ 
l’oscurità e della solitudine che davano mag¬ 
gior sapore all’incon'tro tiepido delle labbra. 

Ma anche allora Ippolito era perseguitato da 
una ignota smania, da un desiderio pazzo e 
crudele di soffrire e di far soffrire. La prima 
volta che fu assalito da tale morbosa tentazione 
credette di essere ammalato, d’una di quelle ma¬ 
lattie profonde che si preparano con una lunga 
incubazione. L’aveva stretta cosi forte da farle 
male veramente e il grido di dolore di lei non 
lo aveva commosso. « Forse impazzisco », pen¬ 
sò Ippolito. 

Un’altra volta, sorprendendola dinanzi allo 
specchio colle braccia alzate a provare una nuo¬ 
va foggia di acconciare i capelli, le andò presso 
con tale impeto che Lilia se ne spaventò. 



— 236 — 


— Sei troppo bella, — disse egli smarrito e 
confuso : — perchè vuoi farti più bella ancora? 
Io ti vorrei bruita, deforme, ma mia, mia per 
sempre. 

— Se fossi brutta non mi ameresti, — rispose 
Lilia scostandolo con dolcezza. 

— Non ti amerei? Ah! non ti amerei... Dio! 
Dio! 

Fuggì colle mani nei capelli e pochi giorni 
dopo le fece una scena di gelosia a proposito 
di un nome d’uomo che trovò scritto nelle pa¬ 
gine del di lei taccuino. Poi le domandò scusa 
gettandosi ai suoi ginocchi, pallidissimo, colle 
lagrime che gli tremavano sotto le palpebre. 

Pioveva, pioveva sempre, disperatamente, con 
una specie di frenesia 

Non tanto per il freddo quanto per l’umidità 
insopportabile facevano accendere il caminetto 
del salotto e tiralo il paravento vi si chiude¬ 
vano, alla sera, in una intimità piena di calore 
e di luce, guardando la fiamma che saliva alta 
dai ceppi di pino inghirlandati di ginestra, scop¬ 
piettando su per la cappa da tanti anni deserta 
con un glàdio amorevole quasi eco di vita lon¬ 
tana. 

— Quante cose mi dice la fiamma! — mormo¬ 
rava Ippolito attizzandola con una cura che 
svelava una lunga abitudine. 


— 237 — 


— Sì, è bella, — confermava Lilia : — e per 
me quasi nuova. Le stufe e i caloriferi ci hanno 
folla questa bellezza. 

— Io invece non mi scaldai mai in altro modo. 

— La tua infanzia deve essere stata tanto 
diversa dalla mia! 

Una sera, in cui più aspra soffiava la tramon¬ 
tana e la si udiva sibilare tra gli alberi del giar¬ 
dino contorcendoli a guisa di dannali, Lilia pre¬ 
cisò la sua inchiesta : 

— Parlami della tua infanzia. 

— Non la conosci un poco? 

— Parlamene ancora. Tu non sei stato un 
bambino felice. Chi ti amava quando avevi 
cinque anni? 

— Nessuno. 

— E quando ne avevi dieci? 

— Nessuno. 

— E quindici?... 

— Nessuno. Cioè... 

Ippolito si interruppe. Una cara, buona, one¬ 
sta faccia di vecchio gli si affacciò di colpo 
con una espressione così triste che gli parve di 
sentirsi stringere il cuore. 

— Non vorrei essere ingrato; qualcuno mi 
amava. 

— Tuo zio Remo? 

Ippolito le fu riconoscente di avere indovinalo. 




— 238 


— Si, zio Remo, ma nessun altro. 

— Nessuna donna prima di me? 

— Nessuna donna prima di te. 

Egli si fermò un istante ad ascoltare la piog¬ 
gia che batteva sui vetri della finestra. 

. — In questa stagione era intorno al camino 
di cucina che si riuniva la mia famiglia dopo 
pranzo. Io mi rannicchiavo insieme al gatto 
sul gradino del focolare e tenevo cosi poco po¬ 
sto che finivano col dimenticarmi. 11 fuoco con 
tutte le sue varianti di fiamma, di bragia, di 
cenere, esercitava un fascino straordinario sulla 
mia immaginazione. I folletti che si alternavano 
colle streghe nelle vecchie fole raccontate da 
Rosalba salivano e scendevano dalla cappa del 
camino; aspettavo sempre di vederne qualcuno. 
Nulla mi piaceva tanto come le piccole scintille 
che si spengono improvvisamente sui tizzi an¬ 
neriti e che noi chiamavamo : le monachine che 
vanno a dormire. E incredibile ciò che può pas¬ 
sare nella mente di un fanciullo! Io credo che 
tutto ciò che egli diventerà in seguito sta già 
scritto nel suo piccolo cranio, ma è ben diffi¬ 
cile leggervi, ed egli non si comprende ancora... 

Gli occhi di Lilia grandi ed aperti ricevevano 
come dentro a una conca lo zampillo del saio 
pensiero. La pioggia batteva sempre sui vetri 
della finestra, il silenzio fuori era profondo, 
il piccolo cerchio del paravento così tiepido e 
cosi intimoI Ippolito continuò : 


— 239 — 


— Ti ho cercala tanto, sai, quando i primi 
raggi della giovinezza vennero a scaldarmi il 
sangue. Hai mai amalo, lu, senza sapere chi? I 
Io sì. Io li cercavo, e non trovandoti amavo 
l'aria dove un giorno avresti respiralo, i fiori 
che avresti còlti... Ti sembro un po’ pazzo? 

— J\o, no, povero amore, povero bambino! 
Come avrei voluto conoscerti allora... Oh, se 
ci fossimo conosciuti allora! 

Un rammarico straziante risuonò nella voce 
di Lilia mentre pronunciava queste parole. Ip¬ 
polito mormorò con accento sommesso, quasi 
di sospiro : 

— Dove eri tu allora? 

— Dove ero?... Dopo, dopo ti parlerò di me. 
Dimmi la tua vita, dimmela tutta. 

— La mia vita è qui tutta, in un sogno! 

Le ore suonarono con tocco tremulo di ot¬ 
tuagenario alla pendola che si trovava sul ca¬ 
minetto fra i due candelabri di bronzo. 

— Ecco una voce della mia infanzia! — escla^ 
mò Ippolito : — Io li conosco questi suoni stan¬ 
chi. Nella mia camera avevo undici pendole vec¬ 
chie che accompagnavano tutte le fantasticherie 
delle mie notti insonni. E su questa orchestra 
che feci i primi studi musicali. 

— Erano buona gente, però, i tuoi? 

— Buonissimi. 

— E semplici? 




— 240 — 


— Oh! semplici poi in un modo incredibile. 
Ti ho descritti i miei zii, ma figurali che un 
mio cugino a nove anni non aveva ancor vista 
la luna, perchè in casa sua c era l’abitudine di 
andare a letto prima che sorgesse. E le sue so¬ 
relle, che erano cinque, avevano due soli cap¬ 
pelli che facevan il servizio cumulativo per tul¬ 
le nelle rare occasioni in cui si recavano, non 
mai più di due alla volta, a Bergamo. Queste 
fanciulle rimasero tutte zitelle. Erano cosi ti¬ 
morose e schive che trovandosi alla presenza 
di persone dell’altro sesso tenevano le mani sot¬ 
to al grembiule per evitare il pericolo di dover¬ 
le offrire nel momento dei saluti. Una sola, 
Paolina, si fidanzò col farmacista del paese, ma 
prima delle nozze costui scherzando con un’ar¬ 
ma da fuoco si uccise. Ella ricamò allora coi 
propri capelli... 

— Ah! sì, mi ricordo. Dillo, dillo ancora. 

— Ricamò un salice piangente chino sopra 
una tomba... 

— E sulla tomba dei versi... Dilli. 

— Piangi pure, o salcio amico, sul destin di 
Fortunato. — F un conforto al cor piagato il 
tuo pensile dolor. 

Lilia si raccolse tutta, coi ginocchi, la testa e 
le mani insieme, in un gruppo silenzioso e stette 
così alcuni momenti. Poi si levò di scatto come 
spinta da una molla e si diede a percorrere il sa- 




— 241 — 


lotto a passj concitali. Quando ritornò presso al 
suo innamorato aveva il volto sofferente per in¬ 
tensa commozione. Invece di riprendere il po¬ 
sto di prima sedette sui ginocchi di Ippolito e 
gettandogli le braccia al collo gli mormorò 
piano : 

— Vuoi sentire come ho passato io l’infanzia? 
Sono nata, anzitutto, sotto un baldacchino di 
raso, fra tappeti persiani, e il mio corredino 
costò mille e cinquecento lire. 

— Io, il primo giubbetto che portai fu ta¬ 
gliato fuori da una sottana di flanella di mia 
nonna : — disse Ippolito umilmente. 

— La prima vestina che io ricordo invece era 
di pizzo di Malines con trasparente di seta rosa. 

— Era dunque mollo ricco tuo padre? 

— Non so. In casa nostra il denaro andava 
e veniva nello stesso modo fantastico; sembrava 
un giuoco di bussolotti. Mio padre aveva molto 
ingegno, mia madre una grande bellezza. Mio 
padre teneva uno studio di avvocato, mia madre 
un salotto elegante. Con tre persone di servizio 
mio padre si lagnava del disordine del suo guar- 
darobe e una volta vidi mia madre girare in 
camicia tutto l’appartamenlo per trovare una 
camicia di ricambio. Io ebbi di buonissima ora 
una governante francese che mi piaceva e alla 
quale volevo mollo bene. Avevo imparato da 
lei la storiella : Arlequin tient sa boutique e la 

Nebra. Una passione. 16 



— 242 — 


recitavo nel salotto di mia madre fra acclama¬ 
zioni entusiastiche, quando un giorno un orri¬ 
bile battibecco avvenne tra la governante e i 
miei genitori; mia madre avendola sorpresa 
insieme a mio padre le aveva dato uno schiaffo; 
tu intendi il resto... 

Lifia, affannata da una recitazione precipi¬ 
tosa, si fermò un istante a pigliar liato. 

— C’era corte bandita in casa mia. Pranzi, 
ricevimenti continui. Avendomi un amico rega¬ 
lalo una fontana automatica con zampillo peren¬ 
ne, mio padre la tenne in movimento tutta una 
sera alimentandola con vino di Champagne. Nel¬ 
lo sftesso tempo il fornaio veniva a fare delle sce¬ 
nate perchè non gli si pagava il pane. 

— 'E chi aveva cura di le? 

— Chi vuoi che l’avesse? Mio padre non lo 
vedevo neppure lutti i giorni; mia madre ora 
mi baciava, ora mi sgridava; ora mi voleva vi¬ 
cina a sè rimpinzandomi di dolciumi, ora mi 
cacciava a spasso colla governante raccoman¬ 
dandole di star fuori a lungo. 

— L’avevi dunque ancora una governante? 

— Ne ebbi a dozzine! Esse non stavano in 
casa più di due o tre mesi. Quando credevo di 
essermene affezionala una, sopravveniva uno 
I schiaffo di mia madre... e si tornava da capo. 

— Sempre così? 

— Sempre così. 




— 243 — 


E disse Ippolito grave e pensoso : — 
quando fosti una giovinetta? 

Lilia non rispose subito. Ippolito soggiunse : 

La tua cultura non è di quelle che si rac¬ 
colgono a strascichi. 

— Ciò che tu chiami la mia cultura è il frutto 
della mia osservazione e di un felice intuito. I! 
vero che mi posero anche in collegio, il primo 
della città, naturalmente. 

— E quando fosti una. giovinetta? 

— Quando fui una giovinetta mi ripresero 
in casa. Trovai quattro servitori in luogo di 
tre, un equipaggio e una camera da letto che 
mio padre aveva fatto venire da Parigi per 
offrirmela, copiala sullo stile di quella che ave¬ 
va Maria Antonietta a Trianon. 

— Come passavi allora le tue giornate? 

— Facevo molta musica. 

— Sola? 

— Avevo un maestro. 

Fu il tono della voce? Fu un rossore improv¬ 
viso? Fu la divinazione dell’amore?... Ippolito 
trasalì. 

— Giovine? 

— Giovine. 

Ippolito si morse le labbra a sangue. Nel si¬ 
lenzio che segui, il lene mormorio della piog¬ 
gia sembrava un pianto. A che interrogare? 
Ella tremava col pélto contro il suo petto. A 
che interrogare? 



— 244 — 


— I tuoi genitori morirono presto? — disse 
Ippolito dopo un po’ di tempo allontanandola 
con un movimento dolce che gli permise di ve¬ 
derla meglio, quasi fosse una donna nuova o 
che egli credesse di trovarla mutala in volio. 

— Mio padre morì lasciandoci un cumulo di 
debili. .\on dimenicherò mai il disordine e il ter¬ 
rore di quelle giornate. Tulta la mobilia fu ven¬ 
duta. Vidi uomini che non conoscevo minaccia¬ 
re mia madre della prigione. Si parlò di met¬ 
termi in un ritiro. Un giorno pranzammo con 
due biscotti e mezza bottiglia di vino di Madera. 
Mia madre aveva ancora i suoi diamanti, ma i 
servitori che avanzavano annate intere di ser¬ 
vizio glieli strapparono di dosso coprendola di 
contumelie. Mi ricordo clic piansi il dì che mi 
portarono via il mio piano c che la nostra came¬ 
riera mi disse con un sorriso cattivo : « Adesso 
onderà a servire anche lei ». Ella intanto aveva 
gonfiato il suo baule di tovaglioli di Fiandra. 

— E poi? — fece Ippolito interrompendo una 
nuova pausa. 

— Poi non so cosa avvenne. Mia madre ed 
io andammo a Parigi. Il lusso ritornò nella no¬ 
stra casa per cui smisi subito di dare alcune 
lezioni di piano che avevo io stessa sollecitate. 

' E basta nevvero? basta! 

Lilia si passò una mano sugli occhi. Nè sma¬ 
nie, nè rimproveri, nè rimpianti. Disse ancora 






— 245 — 


con una lieve sfumatura di tristezza contenuta : 

Ecco la spiegazione del mio motto. Nes¬ 
suno m’insegnò che cosa è il male. Io stessa non 
l’ho cercalo; mi accontento che il male, se è ma¬ 
le, non nuoccia ad altri. Anche questo princi¬ 
pio nessuno me lo ha insegnato. 

— Non hai mai avuto il desiderio di una fa¬ 
miglia tua, di figli tuoi? di un’altra vita più pu¬ 
ra, più tranquilla? 

— No, — rispose Lilia candidamente. 

— Se lu fossi naia nel mio paese, nella mia 
famiglia, che cosa avresti fallo? Tu disprezzi 
certamente la povertà degli ideali che circonda¬ 
rono la mia infanzia... 

— No — disse Lilia per la seconda volta : — 
Non solo non li disprezzo, ma li comprendo. 
Probabilmente se fossi nata nel tuo paese e nel¬ 
la tua famiglia avrei ricamato anch’io come tua 
cugina Paolina un salice piangente coi miei ca¬ 
pelli. Non sono senza cuore, credi, ma ho la 
ragione fredda e la scuola della vita non è sita¬ 
ta propizia allo sviluppo della mia sentimenta¬ 
lità. 

Adesso Ippolito vedeva con una precisione cru¬ 
da di pezzo anatomico tutto ciò che lo separava 
da quella donna. Si possono distruggere venti, 
trent’anni di una esistenza? L’amore solo com¬ 
pie questo miracolo; ma quanto durano i mira¬ 
coli? e quanto l’amore? 



— 246 — 


Oh! egli l’amava disperatamente; eppure il 
sentimento di essere uno straniero presso a lei, 
quel sentimento che già da parecchi giorni gli 
rodeva l’anima, aveva acquistato nelle confi¬ 
denze di quella sera una solidità di fatto com¬ 
piuto, inesorabile. Perchè olla continuerebbe ad 
amarlo? Tanto ricca, tanto bella, abituata agli 
incanti del lusso e del miraggio mondano, ave¬ 
va potuto per uno sforzo della sua intelligenza 
elastica, forse anche per una curiosità compas¬ 
sionevole, avvicinarsi a lui cosi povero, così me¬ 
schino; ma era quella l’idealità dell'amore da 
lui sognato? Che cosa insorgeva dentro di lui, 
quale istinto ribelle, quale straordinaria veggen¬ 
za a suggerirgli che lutto era illusione e delirio 
dei sensi? Altra, ben altra cosa doveva essere 
l’amore per appagare appieno l’anima sua. 

Come soffriva! Perchè non era morto la prima 
notte che erano stati sul lago, quando la morte 
gli era apparsa così vicina e cosi dolce? Ella pure 
sarebbe morta allora con lui nello splendore 
della sua bellezza e di un amplesso divino. 

La guardava, immaginandola nelle bianche 
vesti di quella notte, distesa sul fondo della 
barca, le molli chiome sciolte sotto la furia dei 
suoi baci, la pallida guancia lucente nel raggio 
della luna, rigala ancora dalle lagrime della 
voluttà... 

— Ippolito! — ella lece sciogliendosi dalle 
sue braccia, grave ma serena. 




— 247 — 

Egli pensò come sarebbe stato facile ucciderla, 
con quella vita sottile, con quel collo sottile... la 
resistenza di un fiore spiccato dallo stelo! 

— Vieni a vedere, non piove più. 

Stettero collo fronti appoggiate ai cristalli del¬ 
la finestra, guardando nel giardino la massa 
bruna degli alberi goccianti a stille a stille la 
pioggia raccolta, e dietro agli alberi, in fondo, 
una striscia più chiara al posto del lago, una 
semplice sfumatura. 

— Il battello! — fece Lilia. 

Lontano, nella notte nera, i sei fanali appar¬ 
vero coi loro occhi smisurati di mostro marino 
a fior d acqua; dalle commessure dei cristalli 
entrava nel salotto un’aria fredda come un 
brivido. 

— Chi viaggerà mai a quest'ora? 

Era sempre Lilia che parlava Ippolito se la 
sentiva appoggiata alla spalla ed al braccio, un 
po tremante, morbida, infantile. L’avanzarsi del 
battello in quel silenzio, in quel buio, aveva qual¬ 
che cosa di misterioso e di fatale. Ma egli non 
pensava alle persone che vi potevano essere; in 
quella forma incerta movente verso il suo de¬ 
stino vedeva niente altro che un simbolo. La 
distesa del lago insensibile, la muta sentinella 
dei monti, le ville chiuse, i paesi dormenti, la 
riva deserta, gli alberi goccianti a stille a stille 
e il battello che si avanzava lentamente... len¬ 
tamente... 



— 248 — 


Quando fu proprio dirimpetto (si avvertiva nel 
silenzio altissimo attenuato dalla distanza il rul¬ 
lio dèli’elica), i fanali brillarono di luce diretta, 
due verdi, quattro gialli. Brillarono un istante, 
descrissero una curva, gettarono ancora un fa¬ 
scio di luce, sparvero! L'ultimo battello della 
giornata si allontanava nella notte nera, verso 
l’orizzonte nero... 

I due amanti stretti contro i cristalli, lo se¬ 
guirono a lungo colle pupille immote e tremanti, 
quasi si staccasse da loro una parte della loro 
vita. 


XVII. 

In qual modo don Peppino disimpegna 
un'ambasciata. 

Divina Lilia, 

Non dovrei scrivere oggi perchè mi trovo sot¬ 
to l’impressione di un fatto atrocemente bizzar¬ 
ro. Figuratevi che nel golfo di Quamero venne 
ucciso un pescecane nel cui ventre si trovarono 
un paio di calzoni e due stivali. Mi direte che alla 
mia efà dovrei pur sapere che il pescecane man¬ 
gia l’uomo. E - avete ragione, come sempre; ma 




— 249 — 


sentire che lo ha digerito mentre le scarpe ed i 
calzoni resistettero all’azione chimica del suo 
stomaco, abbiate pazienza, ciò mi affligge e mi 
umilia. 

Fra le considerazioni malinconiche suggerite¬ 
mi da tale avventura va notato che da qualche 
tempo mi credevo agguerrito contro la morte 
prematura, avendo condensalo in tre regole prin¬ 
cipali il segreto della salute : Primo, respirare 
bene, tenendo chiusa la bocca, largo il torace, 
busto eretto per emettere così l’aria cattiva che 
si trova nei polmoni e che attossica lentamente il 
sangue; poi immettere l’aria pura con lunghe 
profonde aspirazioni. Si vuole che tale sistema 
rinforzando l’intero organismo giovi anche con¬ 
tro la caduta dei capelli... ma lasciamo andare. 
La seconda regola consiste in una applicazione 
scrupolosa della massima di Voltaire: Nulla di 
troppo in qualsiasi genere. A buon inlenditor 
poche parole, perchè gli abusi conducono alla 
arteriosclerosi, il quale nomaccio, per rispar¬ 
miarvi o divina Lilia la fatica di cercare sul di¬ 
zionario, vuol dire indurimento delle vene. Terza 
regola infine, una benintesa ginnastica per con¬ 
servare agilità alle membra, vigorìa ai muscoli 
ed equilibrio fra gli umori. Ma a che serve tutto 
ciò se il primo pescecane in cui vi imbattete... 

Oh! Dio, ha paura di somigliare ai posti¬ 
glioni del buon tempo antico che facevano trop- 



— 250 — 

! Zts*£r~'ìP :T '"' ap» 

po scoppiettare la frusta al momento della par¬ 
tenza. Non crediate almeno che l’abbia fatto ap¬ 
posta! Un filosofo ha dello che l’albero cresce 
per via di sillogismi; invidio la terra che ha tan¬ 
ti sillogismi a sua disposizione mentre io non ne 
trovo uno solo per mandare avanti questa let¬ 
tera in modo degno della squisita creatura a 
cui è diretta. Del resto, mi succede sempre così : 
sono tanto sciocco quando non ho nulla nel cuo¬ 
re e lo sono pure quando è troppo pieno... Per 
carità non affrettatevi a trarre una conclusione, 
altrimenti il sillogismo lo mettereste voi a butto 
a mio danno. 

Sono stato all’Esposizione artistica pensando 
che vi farebbe piacere di saperne qualche cosa. 
Non ce nulla, cara amica, nulla. Troppi alte¬ 
rano il vero scopo dell’arte coltivando il campo 
più gretto di essa, quale è l’esecuzione, dimen¬ 
ticando di studiare il cuore umano e le diverse 
passioni che lo agitano. E vi sono eziandio quel¬ 
li che si immaginano che basti avere un pensiero 
mattacchione o strambo per fare un buon qua¬ 
dro. Ho incontrato laggiù X, uno dei vostri cen¬ 
tomila innamorati, il quale, in attesa del divor¬ 
zio spera sempre di farvi accettare la metà del 
suo cuore e del suo giornale. Io gli ho rammen¬ 
tato mister Wilss che viene regolarmente tut¬ 
ti gli anni da Filadelfia a mettere ai vostri pie¬ 
di il suo cuore tutto intero e i suoi milioni, e 






- 251 — 


l’ho esortato a non illudersi troppo. Che ne dite, 
mia regina? Non parlo di me che sono il più de¬ 
voto dei vostri servitori. 

In verità non so che diavolo m’abbia oggi; non 
mi riesce di raccapezzare le idee. Non vi ho 
desito nulla, nevvero? eppure ho tante cose da 
narrarvi. Cn ufficiale mio amico aveva un can 
barbone addestrato a portare il paniere delle 
provviste. Accadde una volta che se lo lascias¬ 
se sfuggire di bocca rovesciando per terra il 
contenuto che si trovò essere per combinazione 
due o tre dozzine di gamberi vivi. La sorpresa 
del cane non fu piccola quando vide andare in 
giro la mercanzia del suo padrone, ed armeg¬ 
giando or con l’una or con l'altra zampa tentava 
di ripigliarla, ma non riusciva ad altro che a 
farei pungere senza ricondurre neppur uno dei 
fuorusciti al paniere. 

Così è. Ho rovescialo anch’io il mio paniere 
e i pensieri scappano un po’ qua un po’ là, mol¬ 
li di essi a ritroso per fatale analogia! Basta, ab¬ 
biate pazienza, che cercherò dal mio canto di 
trovare un po' di coraggio, e chi sa che pian 
pianino non si arrivi. Tanio, la giornata ò pes¬ 
sima. Le nebbie di novembre sono già comin¬ 
ciate. Che tempo fa sul lago? 

A proposito : stavo ieri nella mia camera ri¬ 
leggendo i pensieri di Rivarol, quando mi ven¬ 
ne introdotto un ometto... Pazienza, vi ripeto, 



— 252 — 


pazienza. Se lo aveste visto che cara fìsonomia 
di galantuomo, che occhi ingenui pur attraverso 
un velo di lagrime... Sulle prime pensai quello 
che certamente pensate anche voi in questo mo¬ 
mento; ma non si trattava di ciò. L’ometto (vi 
giuro che bisogna volergli bene per forza) mi 
disse che Egli è la speranza più fulgida della 
famiglia e la sua sola consolazione, povero vec¬ 
chio, che prometteva tanto dopo quello splen¬ 
dido esame, che lo aspettano, che c’è a Berga¬ 
mo il posto pronto, che se tarda ancora lo of¬ 
friranno ad un altro... No, non potole immagi¬ 
narvi quale eloquenza si sprigioni da un volto 
che soffre e che pare vi dica con una fede pro¬ 
fonda nella fratellanza umana : Tu puoi aiu¬ 
tarmi! 

L’amore, lo so benissimo, è l’ala che Dio ha 
dato aiTuomo per salire. E l’archilcllo dell’uni¬ 
verso. Ed è anche il più piccolo e il più potente 
degli Iddìi mitologici. Diana di Poitier, che alla 
morte del marito aveva assunto per divisa una 
freccia uscente da una tomba col mollo : Restie 
seule elle vii en lui , quando fu la favorita in ti¬ 
tolo di Enrico II scelse quest’altro motto : Ornnes 
viclorem vici. Il piccolo Iddio, crescendo, aveva 
mutalo opinione. Sono cose che si vedono tutti i 
giorni 

Del resto giudicate voi. Solo vi ripeto che 
quell’ometto nella sua semplicità grandiosa mi 




— 253 — 


ha fallo una impressione vivissima e gli ho pro¬ 
messo... Ecco, ecco che i gamberi pungono. 
Lilia, cara amica, scappo come avrà fallo pro¬ 
babilmente il can barbone e lascio ai voslri pie¬ 
di il mio paniere rovesciato. 

Don Peppino 


Seduta nella pol i runa bassa della contessa, 
davanti a un grigio mattino di.novembre, Lilia 
meditava cogli occhi fissi sugli alberi del giar¬ 
dino non più verdeggianti come un tempo ma 
rari di foglie e di colore bruno; e alternava l’at¬ 
tenzione concessa agli alberi con lente occhiate 
ad uno specchietto ovale abbandonato sul tavo¬ 
lino della vecchia contessa, accanto a un fer¬ 
macarte reggente la figura coricala di una ninfa. 

L equilibrio che era la dote spiccatissima 
della sua bellezza fisica trovava un riscontro 
nell’anima aperta ad ogni sentimento e di nes¬ 
suno schiava. Leccesso non esisteva per lei; 
tutto ciò che non era armonico la urlava come 
una stonatura o come una tinta di cattivo gusto. 
Sincera, non aveva mai mentilo nè a sè nè ad 
altri. Libera, nel significato più assoluto, segui¬ 
va la logica naturale del suo temperamento e 
di una coscienza che provava difficilmente le o- 
scillazioni del dubbio. Per questo la lettera 
del vecchio amico non l’aveva sorpresa; era anzi 
venuta in aiuto alle sue proprie riflessioni e la 




conclusione doveva scaturirne limpida, senza 
reticenze. 

— Per me e per lui, — mormorò a fior di 
labbra tentando con l’indice la góla davanti 
allo specchietto : — 1? necessario. 

Un’ombra si interpose tra la finestra e gli al¬ 
beri. Era Mansa che attraversava il giardino 
tenendo in braccio il figliuoletto della sua nuo¬ 
ra. Lilia la chiamò dirigendole la parola al 
disopra della finestra. La donna allora depose 
a terra il piccolo Ni e rimase ad ascoltare con la 
sua calma sicura, le braccia appoggiate all’am¬ 
pio grembo materno, con un sorriso buono di¬ 
schiuso ira poche rughe composte quasi non si 
arrischiassero ad invadere quel volto di serenità 
antica. Ni le saltellava intorno come un pulci¬ 
no ed ella senza guardarlo lo vedeva e gli sor¬ 
rideva. 

— Mansa, — disse Lilia ad un Iralto : — voi 
non avete mai pianto? 

— Oh! signora, come sarebbe possibile? Ilo 
pianto tanto quando morirono i miei figliuoli, e 
altre volte ancora, tante volte! 

— Sembrate così felice ora... 

— Mi accontento. 

Si guarisce dunque? 

— Di tutto si guarisce; e poi si ammala e si 
guarisce ancora. Facciamo tutti cosi, poveri e 
ricchi, sapienti e ignoranti. Io penso che le con- 



— 255 — 

dizioni sono diverse, ma la vita è sempre quella 
e bisogna viverla. 

— bisogna viverla, — ripetè Lilia nel suo in¬ 
terno, mentre Ni prendeva la rincorsa sul viale 
e Mansa con dolcezza lo chiamava: Ni! Ni! 

Come era soavemente malinconico quel mat¬ 
tino di novembre! Le nebbie di cui parlava don 
Poppino non erano giunte fin là e non vi sareb¬ 
bero giunte forse mai, ma alitava pure sulla 
spiaggia ridente un soffio del gelo vicino; il lago 
più deserto, gli alberi meno densi, gli insetti 
morti o rintanati. Lilia ebbe un leggero brivido 
stringendosi nella vestaglia di morbida flanella 
del colore delle rose morte. Si guardò ancora 
nello specchierto ovale della contessa e ancora 
fuori della finestra, e sospirò. 

Ippolito sopravvenne in quel punto, eccitato 
da una lunga corsa, con le guance fresche, l’oc¬ 
chio acceso. Aveva visto la neve sulle montagne 
della Valtellina e questo spettacolo lo ricondu¬ 
ceva alla sua non lontana adolescenza, quando 
la prima neve gli offriva le maggiori distrazio¬ 
ni al paese natio e che Rosalba diceva: « Biso¬ 
gna mettere da parte le tre mele per guarire 1 
geloni : una da mangiarsi in dicembre, l’altra in 
gennaio, l’altra in febbraio ». Entrò nel salotto 
quasi correndo e si fermò davanti a Lilia gettan¬ 
dole sui ginocchi un ramoscello di gaggìe. 

— Invece dell’o/ea, — disse. 



— 256 — 


Ella, raccogliendo i fiori, si alzò per abbrac¬ 
ciare l’amico e intanto la lettera che era scivo¬ 
lala dietro la poltrona cadde a terra. Ippolito 
fece per metterla sul tavolino. 

— Tienila. La leggerai poi. 

— Ma è per te. 

— Non imporla Leggila. 

Nel salotto vicino li attendeva la colazione. 
Ippolito guardò le prime parole della lettera, 
guardò la Anna, sorrise, si pose la lettera in 
tasca e offerse il braccio a Lilia. 

Lilia restava sempre mesta. Il terribile dono 
di vedere chiaro davanti a sè le metteva in luce 
tutte le sinuosità del pericolo e l’asprezza della 
lotta che stava per combattere. E una stanchezza 
inusitata l’assaliva dopo un cosi lungo periodo 
di pace, una repulsione a combattere ancora, 
un profondo ineluttabile bisogno di riposo. Ma 
comprendeva egli ciò? No, non lo compren¬ 
deva. 

Questa era la tristezza maggiore. In qual 
modo levargli la benda dagli occhi? Come dir¬ 
gli che tutto era stato un sogno? Ciò che in lei 
era tristezza non diventerebbe per lui dispera¬ 
zione? Tanto era giovane! Tanto inesperto! Oh! 
egli non aveva mai amato prima, egli non sapeva 
| le dure leggi che governano il più soave dei sen¬ 
timenti! Un abisso li divideva... ed egli non lo 
sospettava neppure. 


— 257 — 


Sul finire della colazione Mansa portò in ta¬ 
vola un piallo di noci. 

— Se fossero ciliege! — esclamò Ippolito : —■ 
Questa primavera, Lilia, questa primavera an- 
deremo noi stessi a coglierle da queH’albero in 
fondo all’orto. 

Ma che cosa sperava? Che cosa credeva? Lilia 
volle abbozzare un sorriso che le riuscì forzato 
e Ippolito naturalmente lo interpretò in un sen¬ 
so opposto al vero. 

Poi Lilia salì nella sua camera e Ippolito ri¬ 
mase in salotto a sfogliare vecchi libri. Lesse 
qualche poema di Ossian, ma gli parve freddo. 
Non così egli avrebbe scritto versi se fosse sta¬ 
to poeta. Fuoco! Fuoco! Fuoco! Stava gridan¬ 
do questa parola tutto solo nel mezzo del salotto 
quando Lilia riapparve e gli domandò scherzan¬ 
do se c'era qualche nuovo incendio da spegne¬ 
re. Parlarono così per successione di idee del 
suo paesello, di Bergamo, di una medaglia al 
merito civile che gli era stala decretata ma che 
non era giunta ancora. 

— E che ne sappiamo noi se è giunta? — 
esclamò Lilia : — E molto tempo che non rice¬ 
vi notizie di casa tua? 

Ippolito dovette confessare a se stesso (non lo 
disse però) che aveva lasciato senza risposta pa¬ 
recchie lettere di suo zio Remo e una violentis¬ 
sima dello zio Romolo. Quest’ultima lo aveva 


Neera. Una passione. 


17 



— 258 — 


anzi disgustato al punto da coinvolgere nel suo 
sdegnoso silenzio anche l’anima candida di Re¬ 
mo che non lo meritava davvero, che gli aveva 
pure mandato del denaro perchè potesse fare 
buona figura « in casa degli ospiti ». Rispose 
asciutto : 

— Sì, molto tempo. 

— E forse per questo che... 

— Che cosa? 

— Non hai letto la lettera di don Peppino? 

Anche quella ci voleva! Ebbene, no, non l’a¬ 
veva letta. La trasse in fretta dalla lasca dove 
era rimasta tutto quel tempo completamente di¬ 
menticata e si pose a scorrerla con indifferen¬ 
za. Si fece serio all’ultima pagina e terminò 
cacciando una esclamazione dispettosa. 

— Che ne dici? — domandò Lilia. 

— Che vuoi che dica!? 

Lilia se ne stava nel vano della finestra, rit¬ 
ta, colle spalle volte a Ippolito, guardando con 
ostinazione il paesaggio esterno. Senza cambia¬ 
re positura mormorò : 

— Dovresti scrivere a tuo zio per rassicurarlo. 

— Rassicurarlo di che? 

Lilia grattò leggermente coll’unghia una mac¬ 
chiolina sul cristallo; si udì il piccolo rumore 
muto e il colpo secco ch’ella vi diede poi prima 
di pronunciare la risposta. Venne alla fine, un 
po’ tremula, quasi fioca : 



— 259 — 


— Non possiamo restar qui in eterno. 

Egli diede un balzo e la prese per l’alto delle 
braccia immergendole uno sguardo fino in fon¬ 
do alle pupille. 

— E dunque? 

Ansimarono l’uno di fronte all’altro, pallidi, 
torturati, paurosi eppure decisi. Gli sguardi si 
incontrarono perdutamente. Qualche cosa in ve¬ 
ro si franse da quell’istante nelle loro anime. 

— Senti. 

Lilia aveva detto : « senti », lasciandosi cadere 
sulla poltrona, trascinando con sè l’amante che 
le si inginocchiò dinanzi. Ma parve che in quello 
sforzo si fosse momentaneamente esaurita per¬ 
chè rimase colle mani appoggiate sulle spalle 
di Ippolito, muta; forse sentiva de parlando 
avrebbe pianto; e non voleva piangere. 

— Lilia? Lilia? 

Nella voce di Ippolito bassa e supplichevole 
c’erano singulti, cerano lagrime, c'eran volut¬ 
tà e speranze, c’erano dolci tirannie ed umili de¬ 
dizioni e squilli di vittoria; c’era tutta la sua 
passione schietta, giovanile, impetuosa, ignara. 

— Lilia, che vuoi dirmi? 

Oh! il rapido volgere degli istanti su quel 
dramma intimo di due cuori! Ella levò le pal¬ 
pebre sul fanciullo inginocchiato, suo, così suo 
che avrebbe potuto annientarlo con un semplice 
cenno della sua volontà, e tanta onnipotenza 



— 260 — 


invece di inebriarla la penetrava di una tristez¬ 
za sempre più profonda. 

— Ippolito, dobbiamo separarci. 

Erano quelle veramente le parole pronunciate 
da Lilia, le parole che l’aria avea trasmesse, che 
le pareli tutte intorno avevano raccolte, le parole 
mostruose e sacrileghe? Quelle? E nessuno pro¬ 
testava, ed egli stesso, l’ardente innamorato, gia¬ 
ceva come percorso da fulmine? Giaceva im¬ 
mobile colla fronte sui ginocchi di Lilia. 

In questa apparenza di morte risorse il corag¬ 
gio della donna. Ella incominciò ad accarez¬ 
zargli blandamente i capelli con una tenerezza 
che indulgeva al di lui dolore, con una sapienza 
di mano esperta che fascia le ferite da lei stes¬ 
sa procacciale. E continuò a parlare, dapprima 
lentamente, a frasi interrotte : 

— Fanciullo mio, mio povero amico... 

Più indovinato che inteso cadde fra i suoi gi¬ 
nocchi questo lamento : 

— Non mi ami più. 

— No, Ippolito, non è vero. Ti amo sempre, 
ma bisogna essere ragionevoli, posso io dispor¬ 
re della tua vita, puoi tu stesso sacrificarmela 
«piando una intera famiglia riposa su di te, 
quando l’arte li chiama, quando l’avvenire ti 
aspetta e devi tu stesso muovere a conquistar¬ 
lo? Serba nella tua memoria questi mesi d’a¬ 
more. Serba l'immagine mia come quella di una 


— 261 — 


donna che ti ha sinceramente amato, che resterà 
la più devota, la più sicura delle tue amiche. 

— Basta, — interruppe Ippolito alzandosi col¬ 
le palpebre rosse e la faccia stravolta : — io 
amo e tu ragioni! 

Una nuova ironia fischiava nel suo accento 
mentre a passi concitati percorreva il salotto. 

— Ragiono perchè ho più esperienza di le. 

— Certamente. Adescando e abbandonando 
mille amanti hai pur dovuto impararla l’arte di 
impossessarti di un’anima vergine, di avvincerla 
alla tua bellezza, di succhiarla nel pieno rigo¬ 
glio delle sue forze e di disfartene quando la 
noia o altre esche te lo consigliano. 

Fin dalle prime parole Lilia si era fatta pal¬ 
lida. 

All’ultimo insulto non potè reggere e poiché 
già malinconica ed abbattuta aveva frenato a 
stento le lagrime, non si contenne più e ruppe 
in singhiozzi col capo fra le palme. Ippolito, al 
colmo dell’eccitazione, ne sentiva gli strappi ri- 
percossi nel petto delicato, e. lungi dal com¬ 
muoverlo quei singhiozzi esaltavano l’erotismo 
della sua disperazione. Finalmente, finalmente la 
vedeva soffrire! Ma soffriva davvero? E perchè 
soffriva? Se era lei stessa che domandava la 
fine? Impostura, commedia, teatralità. 

Egli sì, soffriva. Egli sì, sentiva squarciarsi 
il petto non da un singhiozzo ma da mille vipere 




— 262 — 


che lo attanagliavano, che gli sbranavano il 
cuore, le viscere, tutto. Egli si, moriva nell’a¬ 
more di quella donna, la prima, la sola, la tanto 
a lungo attesa c invocala! Pensava egli forse 
alla famiglia, all'arte, all’avvenire, egli che ama¬ 
va di quell’amore che tutto assorbe, che trascina 
sentimenti, vincoli, affetti, doveri, che arriva 
fino al suicidio, fino al delitto? 

Che cosa lo separava dal delitto se non la 
materiale volgarità dell’atto? Forse che nel suo 
animo non era già compiuto? Sul collo sottile 
di Lilia, su quel collo che usciva pari ad uno 
stelo dall’abito del colore di una morta rosa, 
non si torcevano già furibonde le sue mani? Non 
la vedeva egli piegare sotto la stretta disperata? 
Non la udiva gemere? Non sentiva il bel corpo 
cadere inerme e per sempre sotto il fatale am¬ 
plesso? 

Ma perchè taceva ora? Accasciata sulla poltro¬ 
na, col volto tuttavia celato tra le palme, sem¬ 
brava impietrila. I soavi capelli nella piena lu¬ 
ce della finestra fulgevano, aureola di bellezza 
rigogliosa intorno alla fronte, c nella altitudine 
china lasciavano scorgere sul pendìo della nuca 
una fioritura di giovani ciocche nascenti, quasi 
tenere nel loro incerio ondeggiamento di pelu¬ 
ria infantile. Le spalle e le braccia volgenti ver¬ 
so terra presentavano la linea spezzala di un 
rosaio sotto la tempesta; perfino le mani, nella 



— 263 — 


loro altitudine di ali raccolte a velare il dolore 
ed a farlo, pudico, avevano la grazia toccante 
della fragilità. Che poco spazio occupava! Co¬ 
me era indifesa! Come erano piccoli i suoi piedi 
uscenti dalla rosea gonna! Si ricordò che una 
volta per la puntura di una vespa quasi sve¬ 
niva. 

Tutto ricordò : le care lettere, i fiori, la mera¬ 
vigliosa apparizione in carrozza, i colloqui sul 
verone, la gelosia dei rivali, e quel giorno della 
prova al Conservatorio dove l’aveva sentita pri¬ 
ma ancora di vederla: e la fuga, e il viaggio, e 
l’estasi delle notti passate sul lago, tutti i baci, 
tutti i deliri di quei tre mesi di folle amore. 

Quante dolci parole portate via dalla brezza, 
portate via dal vento! Parole disperse, parole 
perdute, parole che non torneranno mai più! 

Ecco perchè ella taceva. Ed era così immobile, 
dopo avere tanto singhiozzato, come se proprio 
le parole fossero morte accanto all’amore che 
slava per morire. Ma era pur lei la donna ado¬ 
rata, la bellissima, l'irresistibile! Da quel muto 
simulacro femmineo egli ben sapeva quali scin¬ 
tille potevano accendere i suoi baci! Egli sapeva 
la trasformazione raggiante del viso e come il 
sangue coi’reva rapido al cuore, come le mani 
tremavano avvinte al suo collo, come pulsa¬ 
vano le arterie, come scottavano le labbra, egli 
sapeva!.... egli sapeva! Addormentatosi bambino 




— 2G4 — 


a’ suoi piedi sera sveglialo uomo con mille de¬ 
sideri nuovi, rinascenti, appagali eppure insod¬ 
disfatti, e s’era credulo felice mentre tanta infe¬ 
licità piombava su di lui. 

Ogni nozione di tempo, di luogo, di spazio, 
ogni criterio, ogni riflessione, ogni memoria che 
non fosse del suo umore, sembrava averlo ab¬ 
bandonato per sempre. Forse qualche istante di 
pazzia si trova nell’esistenza di tutti gli uomini 
che sentono fortemente; forse l’eccesso del do¬ 
lore c l’eccesso del piacere conducendo ai limili 
estremi della vita ne asportano la volontà get¬ 
tandola nei gorghi misteriosi del nulla. In quel¬ 
l'ora di atroce sofferenza, vicina per intensità di 
vibrazione all’ora di voluttà trascorsa la prima 
notte sul lago, Ippolito misurò ancora una volta 
i ceppi che limitano ai mortali la visione dell in¬ 
finito : ancora una volta il freddo della morte 
lo toccò in fronte. 

— Uccidimi, uccidimi qui. Fa che non mi 
rialzi più, che non veda, che non senta più, che 
l’ultimo soffio mio spiri in un tuo bacio! 

Era caduto di nuovo ai ginocchi di Lilia, na¬ 
scondendovi disperatamente il volto, annientan¬ 
dosi nel suo grembo. 

E piansero! Piansero insieme alternando so¬ 
spiri e parole d’amore, baci e promesse, ricono¬ 
scendo l’impossibilità di separarsi, con una fu¬ 
ria di vincersi l’un l’altro nell'ardore della pas» 






— 265 — 


sione, facendosi male e godendo di quel ca¬ 
stigo della carne quasi per esso dovesse salire 
più alta la fiamma ideale. Fu una ebbrezza nuo¬ 
va, dolce e tormentosa, la più profonda, la più 
completa di tutte quelle provate. Pari a due 
alberelli scossi dalla bufera si alzarono tuttora 
tremanti e irrorali di lagrime, sostenendosi a 
vicenda, meravigliati di ritrovarsi giovani ed 
esuberanti di vita dopo tanto schianto dei loro 
cuori. 

Tutto era così calmo intorno ad essi! Il sa¬ 
lotto co’ suoi mobili antichi, colla poltrona co¬ 
perta da un vecchio ricamo sul quale erano sor¬ 
volate le dila della contessa morta prima che i 
fiorellini del trapunto perdessero i loro colori, 
prima che il Ilio di seta si rompesse, prima che 
la pendola sul caminetto in mezzo ai due cande¬ 
labri di bronzo cessasse di suonare le ore. Calmo 
il paesaggio che si scorgeva dalla finestra, ma¬ 
linconico ma calmo, cogli alberi del giardino 
un po’ sfrondali, un po’ pallidi stul fondo grigio 
del cielo e colla fascia del lago in fondo di un 
colore attenuato simile a un nastro di mezzo 
lutilo. 

Un ultimo sospiro sollevò il seno di Lilia. 

— Mi ami? — gemette Ippolito, tanto vicino 
al di lei orecchio che l’aria non ripercosse alcun 
suono. 

Ma nel mentre colla mano accarezzava la molle 



— 266 — 


chioma di lei allentala nell’uragano del pianto e 
dei baci, tutta la chioma si sciolse e Lilia cin¬ 
gendone con improvviso abbandono il collo del¬ 
l'innamorato vi soffocò la bocca e la parola. 


XVI11. 

Sull’ala del genio. 


Al tempo delle lunghe passeggiate sui monti, 
nella floridezza del settembre, essi avevano os¬ 
servato lungo il ciglione un albero malamente 
piegato dalla bufera i cui rami erano sottili c le 
foglie palliducce tuttoché sembrasse ancor vivo. 
E ad una osservazione di Lilia Ippolito aveva 
risposto toccando le radici: «Il male è qui; 
quest’albero dovrà morire per quante fronde lo 
coronino ancora. >• 

Non era cosi del loro amore? Colla foga di un 
temperamento eccessivo Ippolito dandosi intero 
aveva credulo che ella pure gli sacrificasse tutto; 
un’anima come la s>ua, una volta confessata a sé 
stessa, doveva avere il coraggio di andare sino 
alla fine affrontando qualsiasi conseguenza. L’a¬ 
more che ragiona non è più amore, la passione 
che riflette e che calcola non è più passione. 
Gli esseri superiori che amano veramente non 



— 267 — 


hanno nè esitazioni nè rimpianti, nè rimorsi. 
Così egli amava! Era cecità? Era pazzia? Ebbene, 
senza cecità e senza pazzia non vi è amore. 

Tutto ciò Ippolito disse colla violenza che era 
entrala oramai in quasi tutti i loro colloqui, 
che alterava la dolcezza dei loro rapporti e li 
teneva nell’ansia continua di chi cammina sopra 
un filo leso. Ai teneri languori succedevano sce¬ 
ne di disperazione. Ippolito che l’aveva amata 
prima senza speranza, che l’avrebbe forse ado¬ 
rata per sempre in silenzio senza chiederle nulla, 
tacendo, quando si sentì riamalo non ebbe più 
freni e si abbandonò a deliri, a frenesie cui non 
avrebbe mai credulo di poter arrivare, di quei 
deliri, di quelle frenesie che il mondo ignora o 
di cui ride; ma lui si sentiva uomo, si sentiva 
felice e non sapeva, non voleva saper altro se 
non che lei era giovane e bella e aveva dimen¬ 
ticato 'tutto il resto. 

Che valore potevano assumere le osservazioni 
di Lilia sulla acerba giovinezza di lui, sui suoi 
vincoli di famiglia, sulla diversità della loro e- 
ducazione, dei loro istinti, delle loro abitudini? 
Ella' aveva compreso che in fondo al cuore di 
Ippolito c’era un bisogno di purezza e di vita 
semplice il quale, se pure momentaneamente 
soffocato, sarebbe risorto inesorabile e ad en¬ 
trambi fatale. Gli parlava dell’avvenire con si¬ 
curezza veggenle, ma da tutti i ragionamenti di 



— 268 — 


Lilia Ippolito traeva una sola conclusione che 
lo esasperava : « Ella guarisce ed io no ». 

Ella guarisce! Ma lo aveva pure amato sin¬ 
ceramente, senza ipocrisie. Era venuta, lei, a 
offrirgli i tesori della sua bellezza, della sua in¬ 
telligenza, di un amore quale non gli sarebbe 
stato permesso di sognare neppure nei più ac¬ 
cesi deliri della fantasia; per lui si era eclissata 
dalla sua aureola di luce, dal suo trono domi¬ 
natore; era venula con lui a dividere la semplice 
vita della passione che nuU’altro chiede al mon¬ 
do; regina di un dominio senza confini, aveva 
acconsentito a un tramutamenlo di tutte le sue 
abitudini per passare ignorala al suo fianco quat¬ 
tro mesi di oblìo completo. Quali promesse gli 
aveva falle? Nessuna. Quale giuramento li le¬ 
gava, quale obbligo, quale fede? Lilia era stata 
franca, spontanea, generosa, leale. Davanti ad 
una onesta disamina dei falli i suoi rimproveri 
vestivano una forma di ingordigia volgare che 
doveva dispiacere a lui stesso. Tutta la sua ge¬ 
nerosità d’uomo gli mostrava il dovere di una 
riconoscenza completa, senza recriminazioni e 
senza piagnistei. Egli doveva ringraziare l’Elet¬ 
ta che lo aveva beneficato dei suoi favori, chi¬ 
nare il capo e sparire, portando con sè la me¬ 
moria indelebile delle gioie avute. 

Ma com’era possibile ciò se egli l’amava di¬ 
speratamente ancora? Ancora, mentre lei guari- 



— 269 — 


va! E perchè guariva? Questo voleva sapere. R 
dunque un inganno l'ora divina clic sembra fon¬ 
dere due anime in una sola, e le anime restano 
disgiunte anche quando le labbra si sono unite 
nel bacio più fervido? Che vogliono dire allora 
quei pallori, quei fremiti, quel gelo di morte 
che sorprende gli amanti nell’estasi dell’amples¬ 
so? Perchè l’aveva egli sentita tutta siua, non 
più persona ma cosa, tutta sua nell’abbandono 
estremo della volontà, e il trepido cuore sotto la 
sua mano aveva quasi cessato di bàttere e l’iride 
dello sguardo fuggente sotto le palpebre sem¬ 
brava rinnegare tulli i tesori della terra per lui, 
per lui, se ora poteva parlargli con tanta sere¬ 
nità della loro prossima dipartila? 


Fu un mattino, appena alzali, dopo di avere 
spedito un telegramma a Filadelfia, che Lilia 
gli annunciò l’irrevocabile decreto delle sepa¬ 
razione. Ippolito non sapeva, non seppe mai, 
il tenore di quel fatale biglietto portato alla pros¬ 
sima stazione telegrafica dalla mano inconscia 
del custode; ma da questo fallo e dal contegno 
risoluto di Lilia e da un intimo personale senso 
di terrore preannuncianle la sventura, egli com¬ 
prese che la fine era giunta. 

Quante lagrime nel lago! Quanti gridi nelle 
foglie divelto dai rami, turbinanti sulle balze 
lungo il pendìo delle montagne non più ridenti 





— 270 — 

solto il loro manto estivo ma coi fianchi sco¬ 
perà che mostravano le secolari cicatrici delle 
lolle coll’acqua e col vento! 0 bei giardini dove 
più non olezzava l 'alea fragrans, o terrazzi 
sporgenti, o boschi, o sentieri, o grotte erbose 
testimoni di tanta felicità perdul i! 

Tutto il giorno Ippolito percorse con una fu¬ 
ria pazzesca i dintorni della villa, ora accusando 
Lilia del più nero tradimento, ora accusando sè 
stesso di ingratitudine, ma disperato sempre e 
in preda a un indicibile martirio. Al pensiero di 
perdere l’adorata donna se ne congiungeva un 
altro anche più tormentoso, non formulato con 
precisione di parole ma pur terribile nel suo 
fluttuare geloso di presentimento... 

Andava, andava, andava, senza trovare re¬ 
quie, ora esaltato e delirante, ora in preda allo 
sconforto, inciampando nelle pietre che non ve¬ 
deva con un traballamelo da ubriaco, dato il 
capo nudo e il collo all’aria fredda di tramon¬ 
tana che trovava nelle sue membra una insen¬ 
sibilità di macigno. Avrebbe voluto farsi male o 
fare del male, uccidersi o uccidere, pur che 
uscisse dal suo corpo quel demone che lo inve¬ 
stiva e potesse alla fine trovare un istante di sol¬ 
lievo anche a costo dell’annientamento. 

Quando fece ritorno alla villa, girando dietro 
la casa del custode, vide Ni ritto sulla soglia 
ammantato nel suo contegno più fiero e più ri- 




— 271 — 

solu'lo. Egli rispondeva con una scala crescente 
di « no » agli inviti di Mansa che voleva mutar¬ 
gli il grembiulino. L’apparizione del bimbo, co¬ 
me sempre, ebbe il potere di attrarre lo sguardo 
di Ippolito che ne risentì una improvvisa tene¬ 
rezza dolente e quasi compassione, non sapeva 
bene se per sè stesso o per quel bimbo che nulla 
sapeva della vita. 

— No — ripetè ancora una volta il piccolo 
uomo per la dilesa della propria libertà. 

Allora Mansa senza sprecare altro fiato lo pre¬ 
se solito le ascelle, lo sollevò in alto, gli tolse il 
grembiulino ad onta de’ suoi strilli e gliene ri¬ 
mise uno pulito deponendolo poi di nuovo sulla 
soglia dove era prima. Vinto dalla forza, un 
gran dolore, come di onta ricevuta, alterò i li¬ 
neamenti del bimbo che si gettò in terra a guisa 
di protesta mordendo il suolo, mentre ne’ suoi 
occhi del colore di un'acqua corrente sotto i sa¬ 
lici tremarono due piccole lagrime. 

— Dunque — pensò Ippolito — la vita inco¬ 
mincia anche per lui tirannica e crudele. A due 
anni appena conosce le catene. Egli sa ormai 
che deve piegare. Piegare agli uomini, al de¬ 
stino, alle leggi, al volere dei più forti, alla pietà 
dei più deboli, alla verità o all’errore. Questa è 
la vita. Piangi, piangi, piccolo Ni, mordi la 
terra, urla, protesta... Troverai sempre qual¬ 
cuno o qualche cosa che ti vincerà. 

Entrò in casa in preda ad una malinconia prò- 




— 272 — 


fonda sodo la quale si raccolsero momentanea¬ 
mente come dentro a un velo pudico le sue sma¬ 
nie tempestose. Incontrò Lilia ai piedi della sca¬ 
la. Anch’ella era uscita e rientrava allora. Ave¬ 
va il suo abito grigio e sotto la veletta bianca i 
bellissimi occhi apparivano arrossati.. Dal pian¬ 
to? dal freddo? Una volta Ippolito non avrebbe 
esilaro sulla interpretazione; ma ora, ironico e 
dubbioso, ripeteva a sè stesso : — Dal pianto o 
dal freddo? — Dolcemente ella disse : 

— Ti ho cercalo... ti venni incontro... 

Grazie, sono stanco; credo di avere un po’ 
d’emicrania. 

Ippolito non sapeva precisamente qiucl si di¬ 
cesse, ma non era preparalo ancora a trovarsi 
con Lilia. Istintivamente sentiva il bisogno di 
essere solo. Ella comprese e sali alle camere 
superiori. 

Anche per lei c’era stala lotta: certo meno 
violenta, meno appassionata, poiché avviene del 
dolore umano come delle malattie che la prima 
volta scoppiano con veemenza e poi vanno di 
volta in volta acclimatandosi con forme sempre 
più benigne. Inoltre Lilia non subiva alcun di¬ 
singanno, essendole nolo fin dai primordi che 
quella relazione non poteva essere duratura più 
di un sogno, più di un raggio, più di un fiore — 
l’ultimo forse — colto nel bizzarro giardino 
della sua vita. Eppure si staccava a malincuore 



— 273 — 

dall innamorato giovane. Quando mai aveva co¬ 
nosciuta un anima cosi vibrante, un così squi¬ 
sito intuito di tutte le finezze amorose, una intel¬ 
ligenza cosi aperta al sentimento puro della bel¬ 
lezza? Abituata agli omaggi ella sapeva che non 
troverebbe mai più una adorazione così ardente 
e così ingenua. Non le aveva egli, in un mo¬ 
mento di follia, proposto di sposarla? Racchiu¬ 
deva tale immagine di vita futura una visione 
triste e grottesca insieme, e fu appunto ripen¬ 
sandoci che Lilia si sentiva presa di grande pietà 
per Ippolito. Povero fanciullo, che cosa fareb¬ 
be/ L uragano che passava ora sul suo giovine 
capo non poteva lasciarlo intatto; quella passio¬ 
ne doveva imprimere nella sua esistenza una 
traccia incancellabile. Lilia lo sapeva, lo vedeva, 
paventando e sperando per lui con un’alternativa 
di tenerezza e di ansia quasi materne. 

Passeggiava in su e in giù dalla sua camera 
illudendo la trepidazione del cuore con alcuni 
preparativi di partenza, ripiegando un nastro, 
chiudendo un cofanetto, alla luce incerta del 
giorno che stava per morire. D’improvviso si 
arrestò tendendo l’orecchio. Un suono flebile, 
una specie di gemito l’aveva colpita, nè le riu¬ 
sciva discernere sulle prime d’onde venisse, tan¬ 
to era inusitato. Poi le parve di comprendere: 
balzò alla finestra, l’aperse e allora salirono di¬ 
stinte fino a lei le note del piano : ma erano note 


Neera. Una passione. 


18 




— 274 — 


bassissime, simili a sospiri, simili a lagrime ca¬ 
dute sugli avori che ne rimanevano appena 
scossi. 

— Ippolito! 

Il caro nome le era sfuggito dalle labbra men¬ 
tre appoggiata al davanzale ascoltava avidamen¬ 
te. In tutto il tempo che si trovavano alla villa 
mai Ippolito aveva toccalo il piano. Nessun 
pensiero, nessun desiderio che non fosse quello 
del loro amore lo aveva tentato mai. Ed ora 
quale angelo lo guidava alle soglie dell’armonia 
perchè egli vi sfogasse tutto il suo pianto? Ecco, 
ecco. Veniva lento, proprio come se rare gocce 
sforzassero le porte chiuse delle palpebre irri¬ 
gando di scarso umore la carme bruciata dalla 
gran passione. Che soavità, che freschezza in 
quelle prime lagrime! Quale giovanile traspa¬ 
renza di rugiada! E crescevano fitte, sempre più 
IEtte, dilagando con uno scrosciare di cateratta 
dove tulli i gridi della terra sembravano trovare 
un’eco. L’improvvisazione era viva, calda; vi 
scorreva dentro a guisa di filo d’oro una vena 
di dolcezza incomparabile, come una preghiera 
che si levasse dalla vittima sofferente per il suo 
carnefice, come una parola d’amore ancora in 
mezzo ai ruggiti della disperazione. Era ben 
quella l’anima di Ippolito soave e ardente, te¬ 
nera e generosa, la sua forte, la sua grande ani¬ 
ma di artista! 



— 275 — 

Lilia chiuse rapidamente la finestra e scese le 
scale. Sul ballatoio incontrò Mansa che veniva 
^chiederle se voleva i lumi di sopra. 

No rispose Lilia senza fermarsi, — e 
il signore? 

11 signore non mi ha neppure risposto 
quando glieli ho offerti. Dio benedetto! Suona 
in modo da far piangere. 

Lilia penetrò con passo leggero nel salotto 
dove già si addensavano le ombre. Ippolito non 
la vide. Continuava a svolgere le note sul tema 
di un lamento dove sembravano rivivere a tratti 
le visioni felici del passato. Con un grido che 
potè appena frenare Lilia riconobbe lo spunto 
del Cantico dei Cantici : « 0 tu che l’anima mia 
ama! » e la musica ardente, appassionata, vo¬ 
luttuosa, descrisse con poche battute i misteri 
che si comunicano i nidi affondali nei boschi 
quando sorge su di essi l’aurora, gli amori soavi 
come il miele nei dolci orti chiusi dove le fonti 
mormorano sommessamente, dove ali invisibili 
frusciano tra gli alti steli c lente si aprono le 
rose nel mistero dei cespugli. La rievocazione 
era cosi nitida che Lilia credette ancora di udire 
le acclamazioni del pubblico, nella sala del Con¬ 
servatorio, sorpreso e scosso dal vigore del- 
l’ispirazione. Ma il ricordo, appena tòcco, scom¬ 
parve sopraffatto da un torrente di note vertigi¬ 
nose in cui il motivo si allargava sorgendo alla 





elevatezza concettosa della sintesi; e non erano 
più gridi, non più lagrime, non più lamenti; 
solo un palpitare d’ala ferita e >un ritornello 
lento, lontano, come di singhiozzi soffocati. 


Non ci si vedeva quasi più nel salotto. Lilia, 
a tentoni, raggiunse il piano. Ippolito la senti 
venire e rimase colle mani irrigidite sui tasti 
mentre ella gli circondava la lesta adducendola 
con dolce violenza a riposare sul proprio seno. 
Foche gocce di sudore rendevano madida la 
fronte del giovine. Ella le asciugò pietosamente 
in silenzio. 

— Lilia... 

— Amore! 

Alcuni suoni inarticolati uscirono a stento 
dalle labbra di Ippolito, e Lilia, nello stesso 
modo che si acqueta un bambino, lo andava 
accarezzando e mormorava piano dei « si » che 
non rispondendo a nulla di concreto sembra¬ 
vano pure allearsi al di lui dolore e farsene 
compagni. A un tratto, curvandosi con un movi¬ 
mento alieno da ogni sensualità, gli appoggiò 
la bocca sulle palpebre. 

— Queste lagrime — disse — si convertiran¬ 
no in serti di gloria. Perchè tu sai amare è tua 
la vittoria del poeta, perchè tu sai piangere sarà 
tuo il cuore delle moltitudini. 

— Io volli solamente il tuo, — mormorò Ip- 





— 277 


Ah! esso non è che un povero cuore! — 
esclamò la donna con uno slancio di umiltà sin- 
c€ra • Ben a ^ ra è la tua missione, Tppolilo. 
Trattieni le tue lagrime, povero amico. Tu le 
devi portare nel mondo, in mezzo agli uomini 
che non le conoscono e che le chiameranno poe¬ 
sia; ma questa poesia sgorgata da un cuore san¬ 
guinante sanerà molte ferite. Tu non sai quanti 
soffrono per la mancanza di comunicazione con 
un anima sorella perchè cercando anche fra 
quelli che sembrano i bardi e i custodi della 
sacra fiamma non trovano che fredda erudizione 
e calcolo di vanità. Ma tu perchè ami e perchè 
piangi avrai qualche cosa da dire a’ tuoi simili, 
fu scenderai nei loro cuori, siederai in mezzo a 
loro e parlando de tuoi affanni essi crederanno 
di vedere i propri e ti ameranno per questo. 

— Che m’importa se non ho più te? 

Con una gravità profetica Lilia rispose : 

— Io devo morire e la tua gloria sarà immor¬ 
tale. 

— Che m’importa? — ripetè Ippolito. 

Quietamente Lilia soggiunse : 

— Noi avremmo cessato di amarci un giorno 
forse maledicendoci. Invece ci separeremo con 
tanto desiderio ancora; tu metterai il nostro 
amore nelle tue opere future e ciò che era desti¬ 
nato a perire vivrà nei secoli. 

— Vanità!... — mormorò ancora Ippolito. 




— No, — disse Lilia col calore della convin¬ 
zione — amore eterno! L’amore deve creare 
qualche cosa per raggiungere veramente il suo 
scopo. 

La mano di Ippolito errante sulla tastiera 
traeva accordi spezzati. 

— L’amore : — riprese Lilia con un filo di 
voce: — l’amore quale tu lo sognasti doveva 
essere rincontro di due creature giovani e pure... 
Taci, taci, non protestare! Io lo so. Vorrei avere 
quindici anni e un casto fiore da offrirti... 

— Lilia... 

— Forse — continuò ella senza avvertire l’in¬ 
terruzione, — avremmo potuto essere felici. 
Bada, dico forse. Ad ogni modo la mia fierezza 
si sarebbe acchetata nell'olocausto di tutta me 
stessa. Così, vedi, non ora, ma più tardi... 

Non compì il suo pensiero. Lasciandosi sci¬ 
volare lungo la persona del giovine lo abbracciò 
alle spalle e rimase appoggiata a lui colla tene¬ 
rezza incorporea di chi stringe un simulacro. 
Ippolito sentiva che ella era nella verità. Ucci¬ 
dendo il loro amore lo salvava dal disfacimento 
e dalla putrefazione. Ella amava meno, ma era 
perciò la più forte. L’opera del giustiziere faceva 
appena tremare la sua piccola mano. 

Un sentimento virile di emulazione si fece stra¬ 
da nel cuore di Ippolito. Voleva bensì soffrire, 
piangere, morire anche, ma non essere vile, non 



— 279 — 


essere inferiore a lei. Sotto il nuovo impulso 
una nuova onda di armonie fiorì sui tasti ricer¬ 
cati dalle sue dila nervose che sembravano ani¬ 
mare l’avorio, che fremevano al suo contatto co¬ 
me persone vive. 

Onde meravigliose di suoni si sparsero così 
intorno ai due amanti, nell’ambiente chiuso del 
salotto, fra le tenebre sempre crescenti. 

— Egli è forte — pensò Lilia con un sussulto 
di orgoglio : — Egli riuscirà! Chi udendo fra 
qualche anno queste melodie divine, sospetterà 
neppure che esse nacquero dallo schianto di due 
cuori, in una sera buia, nel deserto di questa 
riva e di questo lago? Domanderanno : « Dove 
ha studiato? Chi lo istruì nell’arte dei suoni? A 
quale scuola appartiene? » Nessuno saprà ri¬ 
spondere, ma tutti piangeranno con lui! O amo¬ 
re, amore, amore... 

L’oscurità della notte era scesa completa. 
Dalla camera attigua, dove i servitori si erano 
arrischiati ad accendere un lume, veniva il ri¬ 
flesso di una luce blanda appena percettibile 
nella quale il profilo dei due amanti emergeva 
con un contorno di sogno. 

Nessuna parola fu pronunciata più! 

Dalle spalle di Ippolito le mani di Lilia le era¬ 
no cadute lungo i fianchi mentre soffocava le 
parole e il respiro per non interrompere la foga 



— 280 — 


di queila ispirazione e se ne stava, lei regina di 
incanti, neH’offuscamenlo delle tenebre prona 
al suolo, lei trionfairice del senso, avvinta al fa¬ 
scino della bellezza occulta. E butte le sue eb¬ 
brezze passate le parvero cenere in confronto 
alla transumanazione di quell’ora. 

Tacita intanto la grande rivale, la Consola¬ 
trice, si avanzava stendendo fra i due amanti le 
sue ali invisibili, sollevando con esse il povero 
cuore che l’amore aveva straziato, portandolo 
più alto, sempre più alto, dove lo chiamava la 
pietà del suo destino, dove l'arte assorbe le la¬ 
grime dell’amore e le tramuta in gloria. 



r-iNF. 



INDICE. 


I. Pag. 1 

Il.16 

III. Cambiamento di scena. » 36 

IV. Ippolito.. 51 

V. La lettera.. . » 65 

VI. Corrispondenza. » 80 

VII. Il colpo di fulmine. » 98 

Vili. Lo stesso giorno, la stessa ora, qua¬ 
si le stesse parole. » 111 

IX. » 112 

X. Zio Remo. » 127 

XI. Amore. » 146 

XII. La prova. » 161 

XIII. Ore felici. » 179 

XIV. Zenith. » 196 

XV. Ni. „ 216 

XVI. Il tempo si guasta. » 230 

XVII. In qual modo don Peppino disim- 

. pegna un’ambasciata .... » 248 

XVIII. Sull’ala del genio. » 266 






















Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Biblioteca Amena 

A UNA LIRA 


781 VOLUMI 

pubblicati dal gennaio 1875 all’aprile 1910. 

I volumi ser/nati con » sono in corso di ristornila. 

Questa raccolta, fondata nel 1875, ha pubblicato a tutto aprile 1810 ben 
781 volumi od ha raggiunto un alto grado di popolarità ed anche di 
disi Dizione. Se le raccolte economiche di romanzi a nna lira destano in 
generale i sospetti dello persone delicate, questa ha saputo, con una 
scelta giudiziosa ed oolotcìca, al tempo stesso non alienare i gusti vol¬ 
gari e allettare i più raffinali. Non vi mancano i romanzieri da appen¬ 
dici o a gran sensazione o i romanzi giudiziari (Montépin, Gaborlau, 
Mérouvol, Arnould, Boi gobey, Belot, Bonvier, Pereevali; ma vi sono 
anche quelli che all' interesso drammatico aggiungono i pregi letterari. 
La Biblioteca Amena è stata la prima a far conoscere al pubblico 
italiano il Daudet, il Flaubert, lo Zola, il Uourgot, il Maupassant, il 
Itod, nonché i clastici Goethe o Balzar, o 1 romanzieri russi (tolstoi, 
Dostojewski, Turgheiiied', Gork , cd altri I adeschi ed inglesi. Numerosi 
poi sono i romanzi OTTIMI PER LE FAMIGLIE, come tutti 
quelli d. Werner, di l.ickens, di Oirlotla Bronto e parecchi di Haley, 
.Malot, Ohnet, Sandeau, Barrili, De Amicis, eco.: o i viaggi di Verno, e 
Quo Vadis? di Sienklewiuz. Una parto considerevole è ratta ni romanzi 
italiani, sia i classici (Azeglio, Balbo, Guerrazzi, fppolito Niovo i, sia, 
e in gran numero, i conlempnranei (Albertazzi, Barrili, Bersezio, Bet¬ 
toli, Carrianiga, Capraniea. Castelnuovo, Cordolia, Flores, Graf, Gnaldo, 
.tarlo, Marcotti, Petruccelli, Rovetta, Vassallo, eoe.). Vi figurano Do 
Amicis, col Romanzo di un Maestro, con Gli Amici, ed ora con la Vito 
Militare; Verga, col Marito di Elena, eco. ; Boito, con le storielle vane 
Infine, oltre ai romanzi, la raccolta contiene parecohi volumi di genere 
più elevuto, ma sempre appartenenti alla letteratma amena; corno il 
Vero Paese dei Miliardi, di Nordau ; il libro di Rod sul Senso del'a vita, 
le fantasie socialiste di Balwer. di Bellamy, di Richter e di Richet ; e 
por la storia aneddotica o la biografia, la Maria Antonietta, di Gon- 
court; il Colombo di 'Ile Louis; la Brava Gente, di A. Caccianiga; il 
Vittorio Emanuelo, di G. Massari; il Garibaldi, dello Mario; e il pro¬ 
cesso Zola. Sempre attenti a dare le ultime novità che levano rumore 
nel mondo, abbiamo ultimamente fatto conoscere Marcello Prévost e 
Amatole Franoe, i fratelli Margnerilte; i tedeschi Sudermann, G. Ebers 
C. F. Mayer. la baronessa de Suttner ; gli inglesi Rider Haggard, Marion 
Crawford, Farrar, Hall Coinè, Hewlett; gli spagnoli Perez Galdés, Va¬ 
ierà e De Alarqon ; l’olandese Cooperile ; l’ameiieano Richard Savage, 
i russi Cernicevski e Cecow; l’ungherese Jokai, i polacchi Sienkietvioz 
Mereshkowsky e Kraszewski, e il daneso Moeller. 

Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano 

229627 






Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Achard (A.).Giorgio Bonasp&da (8-9). 

— In cerca di una bionda (82>. 
Albertazzi (A.). Ora o sempre (560). 

— Novelle umoristiche ( 622 ). 

Alt (R.). 0 uccidere, o morire (453». 
Archintl (L.). n lascito del comu¬ 
nardo (203). 

Arnould (A.). Giovanni senza nome 
<179 80). 

— Zaira (222). 

— Rivincita di Clodovco ( 2 S 6 >. 

— La bella Nantese (344). 

— La figlia del giudice d’istru¬ 
zione (399-400). 

— ZoÒ (4X6-87). 

— Un punto nero (476). 

— Un genero (477). 

— La bella Giulia <490). 

— La vergine vedova (500). 

— 10 milioni di eredità (537). 

— La figlia del pazzo (538). 

— Il Castello della Croix Pater (638). 
Arnould (A.) e Fournier <N.). Il fi- 

gl.o dello Czar <722). 

— L’erede del no.io (726). 

♦Azeglio (M. d'). Nicolò de’ Lapi 

(121-22). 

*— Ettore Fieramosca (319). 

Balzac (0.). Memorie di due giovani 
sposa (605). 

■— Le piccole miserie della vita on 
magale (515). 

— Tapà Goriot (652). 

— Eugenia Grandot (701). 

— Cesare Ili rotto (729). 

— Pierina; Il curalo di Tours (787). 

— Casa di scapolo (738). 

— Li cugina Betta (744). 

— Il cugino Pons (745). 

— Illusioni perduto (758-59). 

— Splendori e miserie delle corti¬ 
giane (771). 

Baroja ( P.). La scuola dei furbi (767). 
Bnrrlll (A. G). Coni? un sogno <2U7). 

— L’olmo e l’edera (299). 

— Cuor di ferro e cuor d'oro (300-1). 

— confessioni di Fr*Gualbtrro<332>. 

— Cartel Gavone (842). 

— Il teso o di Golccnda (361). 

— L'XI comandamento (353). 

— S’ama Cecilia (358). 

— Il Biancospino (364). 

— C ipitan Dodéro (367). 

— I Rossi e i Neri (391-2). 

— Semiramide (401). 

— La donna di picche (402). 

— Val d'Olivi (456). 


Barri 11 (A. G. ). La Montanara (459-60). 
*— Rosa di Gerico (489). 

— La Sirena <49i). 

— Galatea (521). 

— Le due Beatrici (695). 

— Terra vergine (596). 

— I figli del Cielo (607)i 

— Fior d oro (508). 

— Raggio di Dio (599). 

— 11 diamante nero (600). 

— D ritrat'o del d avolo (691). 

— Arrigo il Savio (693). 

— La signora Àutari (700). 

— Uomini e bestie (709). 

— Il Dantino (714). 

— La notte del Commendatore (761). 

— D merlo bianco (762). 

— Casa Polidori (733). 

— Monsù Tornò (754). 

— La Castellana (755). 

— L’anello di Salomone (756). 

— U prato maledetto (764). 

— La bella Graziana (766). 

— Un giudizio di Dio (768). 

— La spada di fuoco (772). 

Bellamy (E.). Nell'anno *20)0 (824). 
Belot (A.). Due donne (774). 

Benco (S.). La fiamma fredda (665). 
Bérard (A.). Cypris; Marcella (760), 
Bersezio (V.). Aristocrazia(466-467), 
Berthet (E.). Povertà dorata (37). 

— La tabaccaia (613). 

— Il delitto di Pierrefitte (540). 
Bettoli (P.). Il processo Duranti (60). 

— Carmelita (103). 

— Giacomo Locampo (151). 

— La nipote di Don Gregorio <397). 
Boyerlein (J.). Il cavaliere di Chx- 

inilly (747). 

Boccardi (A.). 1! peccalo di Lorot:* 
(602). 

— 1/irredenta (649). 

Boisgobey (F.). La vecchiaia del 
signor Lpcoq <62-63). 

— L'orologio di Rosina (275). 

— La onn; glia di Parigi (371). 

— La c»sa maledetta (409). 

— Il delitto dell’Onéra (427-28). 

— Albergo de la Ko*a (530). 

— Cuor leggero (508-69). 

— Maria (572). 

— Il segreto della cameriera (592). 

— La decapitata <6l(J). 

♦Boito (C.). Storielle vune (451). 

— Senso (553). 

Bootbhy (G.). Il dottor Nikola <594). 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 





Milano — Fratelli TRE VE S, Editori — Milano 


Boy-Ed (L). Serti di spine ceso». 
Borys (G.). Il bell’Orlando (71). 
Bourget(G.).Un delitto d’amore (212) 

— Andrea Cornelis (227). 

*— Enimnia crudele (236). 

*— Menzogne (252). 

*— L’iri eparabile ( 286 ). 

— Il Discepolo (325). 

— D Fantasma (604). 

Bouvler (A.). Madamigella Olim¬ 
pia (266). 

— 11 signor Trumeau (436). 

— Discordia coniugale (684). 

Braddon (Miss). Per la fama (347). 

— La zampa del diavolo (404-5). 

— Una vita, un amore (698). 

— Asfodelo (712-13). 

— Un segreto fatale (757). 

Bronte iC.). Jane Eyie (007-68). 
Broughton (R.). Addio, amore (684). 
Bulwer. La razza futura (529). 
Busnach c Chabrlllat. La flglia de] 
signor Lecoq (2i3i. 

Butti (E. A.). L'automa (696). 

Byr (R.). La legge del taglione (710. 
Caccianiga (A.). 11 bacio della con 
tessa Savina (64). 

*— Il dolce far niente (350). 

— Brava gente (878). 

— La famiglia Bonifazio (381). 

*— Il rem olo di Sant’Alipio (42D. 

— Villa Ortensia i 478 i. 

*Capran ca (L.). Donna Olimpia Pani¬ 
mi (6). 

— La congiura di Brescia (26-27). 
*— Fra Paolo Sarpi (32-53). 

— Giovanni de'le binde nore (S3-SJ> 

— La Contessa di Melzo ( 91 - 92 ). 

— Papa Sisto (158 (U). 

*— Maria Dolores (247). 

— Re Manfredi (418-20). 

Carboni (P.). Cristoforo Colombo nel 
teatro (374). 

Castelar (K.). Storia di un cuore (556). 
Castelli (G.). Le ul ime rose d'au¬ 
tunno ( 82 ). 

Cecow (A.). Racconti russi (761). 
Cernlcevski (N.). Che faro? (7081. 
Chavette (E.). Quondam Bricheli(lO). 

— La stanza del d'iit.to (75). 

— In cerca d'un perchè (lisi. 

— Un notaio in luga (242). 


Cherbullez (V.). Miss Rovai (67). 

— Avventura di Ladislao Bolski (76). 

— Samuele Brobl e C.” (79). 

— L’idea di G. Testatoli (HO). 

— Fattoria della Cornacchia (173); 
Claretie (G.). II Milione <148). 

— S. E. il Ministro (176). 

— Laura la Saltatrico (199). 

— Roberto Bara! ( 216 ). 

— La commediante (259-60). 

— I Moscardini (206-67). 

— La fuggitiva (317). 

— Michele Berthicr (S22>. 

— Il 9 Termidoro (389). 

— Maddalena Bertin (407). 

— Noris ( 6 ) 2 ). 

— n bel Solignar, (705-706), 
‘Collins (W.). —La legge e la donna 

(13-14). 

— La nuova Maddalena o La morta 
viva (16-17). 

*— I due rivali al polo (69). 

— Le vesti nere ti32 33). 

— No (196-97). 

— Il segreto di morto (230-Sl). 

— Il cattivo genio (249). 

— L'eredità di Caino (326). 
Conan-Doyle. B dramma di Pondi- 

chery-Lodge (671). 

Constant <B.). Adolfo (658). 

‘Conway (li.]. Resuscitata ( 188 ). 

— 1] segreto dello neve (2oo>. 

— Un segreto di famiglia (224). 

— Novelle (230-31). 

— Vivo o morto (057). 

Cordelia. Vita intima (258). 

— Casa altrui (408). 

— Il mio delitto (475). 

— Per vendetta (486). 

— Ca'ene (646i. 

- 1 L'incomprensibile (656). . 

Corctli (W.>. Vendetta (4io>. 
Coulevain (P. de). Sn la frasca (734) 
Coupsrus <L ). Maestà (619). 

Pare universale (643). 

Crawford (F M.).Saracinesca (523-21). 

— Sant’ llario (568-59). 

— Don Orsino (676-77) 

— Corico» e (587-881. 

— Paolo l’atoff (009-101. 

Crispolti F.). Un duello (691). 
D’Aste (I. T.). Mercede (262). 
‘Oaudet (A.). I re in esilio (93). 

— Ditta Fromont e Rislor (100). 

— Novelle del lunedi <H 2 >. 

*— Numa Roumestan (116). 

*— L’Evangelista (139). 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 




Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


De Alarpon (A.). Ultimo amore <684>. 
De Amicis (E.). Romanzo d’un mae¬ 
stro (869-60). 

— Gli Amici (146-47). 

— Ricordi di Parigi (574). 

— La Vita Militare (742). 

De Castro (G.). Principio di se¬ 
colo (490). 

Della Quercia (G.). 11 risveglio ( 618 ). 
Dclpit (A ). Il Aglio di Coralia ( 108 ). 

— 'reresina uos). 

— Il padre di Marziale (294). 

— Appassionatamente (315). 

De Kerzollo (E.). Nolla montagna 
nera; Milena (654). 

De L 0 IIÌ 3 (C.|. Vita di Cristoforo Co¬ 
lombo (449). 

De Lys (G.|. Duplice mistero (670). 
De-Marchi (E.). Redivivo (774). 

*De Roberto (F.). Documenti umani 
1320). 

— Una pagina della storia dell'a¬ 
more (567). 

— L’illusione (617). 

— La sorte (780). 

Devai (S.). Una gran dama (053). 
•Dickens (C.l. Tempi difficili (48). 
*— Li piccola Dorrit (68-70). 

— 11 circolo Pickwick (602-63). 

— Grandi speranze (727-28). 

— Memorie di Davide Copperdeld 
(739-40). 

Disraeli (B.). Alroy, il Liberatore (47i. 
Di Giorgi (F.). La primadonna (508). 
Dostojewsky <F.>. Dal sepolcro de’ 
vivi (241). 

*— Delitto o castigo (288-90). 

*— Povera gente (835). 

— I fratelli Karamazoff ( 601 - 2 ). 

— L’idiota (039-40). 

Droz (G.l. Attorno a una sorgente 

(esci. 

Marito, moglie e bebé (763). 
Dumas Aglio (A.). Teresa (85). 
Ebers (G.i. Uomo sum (492). 
Eckstein (E.). Cuor di madre (688). 

— I Claudii (736). 

Eliot (G. ). Scene della vita clericale; 
Adam bede; Il mulino sulla Floss ; 
Silas Marner (683). 

— Romola; Felix HoV; La zingara 
spagnuola; Middlomarch; Daniele 
Deronda (584). 


Erckmann e Chatrian. L’amico Fritz 

(343). 

— La casa del guardaboschi (097). 
Falconer (Li.). Mademoiselle Ixe (443). 
Farrar (F.G.). Tenebreed AlbOri(661). 
Fava (0.). Rinascimento (411). 

— La discesa di Annibale (416). 
Ferruggia (G.). 11 fascino (518). 
Feulllet (0.). Giulia di Trecoeur (20)- 
*— Un matrimonio nell’al i a società 

(56). 

*— Il signor di Camors (330). 

— Storia di Sibilla (6361. 

Flaubert (G.). La signora Bovary 

(109). 

Fleming (A ). Un matrimonio strano 
(641-42). 

Flores (U.>. L’anello (563). 
France.lA.). 11 delitto di Silvestro 
Bonnard (659). 

— Talde (673). 

Friedmann (A.). Duematrimoni (3i8>. 
•Gaboriau (E.). D processo Lerouge 
(34). 

— La vita infernale (73-74). 

— n signor Lecoq (125-27). 

*— D misfatto d’Oreival (163>. 

— La cartella UH ( 208 ). 

— Gli amori d’ un’ avvelenatrice 
(287). 

Galytzin (Principe). Il rnblo (429). 

— Senz'amore (470). 

— Il contagio (487). 

GerstScker (F.). Casa d’angolo (775). 
Goethe(W.).Leaffinitàelettive(773). 
•Guncourt (E. de). Maria Antonietta 

1120). 

— La Fausti)) (425). 

— Carina (452). 

— Suor Filomena nco>. 

Gonzalez (E.). La principessa russa 

(29). 

— Le due Favorito (292 93). 

— La vendicatrice de! marito (296), 

— La strega d'amore (313-14). 
Gonzalez (M. F.). Storia d’nn uomo, 

raccontata dal suo scheletro (1). 
Gorki iM.). La vita è una scioc¬ 
chezza (644). 

Graf (A.). Il riscatto (711). 

Grandi (0.). Macchiette e novello 
(274). 

— Destino (454). 

— Silvano (826). 

- La nube (664). 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 





Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Gravino (£.). Clairefoiitaine (376). 

— Mania <3701. 

— Maritinmo la figlia («so. 

— Amoro che uccide <5«9>. 

— 11 voto di Nadia (68Si. 

— Nikanor (593). 

— Perduta <633>. 

Gualdo (L.). Costanza Gerard! IO. 

— Decadenza (393). 

•Guerrazzi (F. 1>.). I.'assedio di Fi¬ 
renze ( 101 - 21 . 

•— Veronica Cybo; La battaglia di 
Ilenevento mo-so). 

Maqgard (H. R.). Beatrice ( 522 ). 

■ Il popolo deila nebbia (861-05). 

— Giovanna Haste iooo-7). 

Halèvy. L’nbato Constantin (IS7>. 

— Geli ina (Criquefte) (615). 

Hall Calne. Figliuol Prodigo (742 3i 
llautf lG.). La dama piumata IC66). 
Hervleu (P.J. L’Alpe omicida (7«6i. 
Hewlett (M.). Gli amanti della fo¬ 
resta ( 621 ). 

Iloussaye (A.). Diane o Veneri (306). 
Hungcrford (Miss). Dallo tenebre 
alfa luce <7io>. 

Jarro. L'assassinio nel Vicolo della 
Luna (140). 

— Il processo Bartelloni (141). 

— Apparenze (206-207). 

— La vita capricciosa ( 260 ). 

— La duchessa di Naia ( 280 . 

— La Principessa (442). 

Jokai (M.). Amato fino al patibolo 
(662). 

iunghans (S.). La fanciulla ameri¬ 
cana (316). 

Korolenko (W.). n sogno di Makar 

(705). 

Kraszewskl. Sulla Sprea (676). 
Lacroma (P. M.). La modella; For¬ 
mosa (485). 

Lagerlill. La leggenda di Gosta Ber- 

ong (780. 

Undau iR ). Roberto Ashton (192). 
Undner. La Marchesa Irene («od. 
Loti (P.i Mio fratello Ivo (566). 
Malzeroy (R.). Piccola regina (272). 

— I/adorala iseo. 

Malot (K ) Il dottor Claudio (263-04). 

— D luogotenento Bonnet (373). 

— Un buon affare (<oS). 

— Milioni e vergogne (444). 

— Paolina (548). 


Manetty (P.). Il tradimento del Ca¬ 
pitano (519-20). 

Marcotti (G.). Il conte Lucio ( 226 ). 

— 1! Montenegroe lesuedonne (578). 
Marguerltte (P. e V.). Il prisma (707). 
Mario (J. W.). Vita diG. Garibaldi 

(395-96). 

Martini (F.). Peccato e penitenza 
(356). 

Mary (G.l. Lo notti di fuoco (198>. 

— La famiglia Dangiard (377). 

— L'amante del banchiere ( 600 ). 
Massari (G.). Vita di Vittorio Ema¬ 
nuele II («79 80). 

Maupassant (G. de). Forte come la 
morte <3U). 

— Boi-ami (466). 

— Una vita («93). 

— Racconti o Novelle (512>. 

— Casa Telller (514). 

— Il nostro cuore (731). 

Mercedes. Marcello d’Agiiano (372). 
Meresiikowsky. La Resurrozionedo¬ 
gli Dei (748-50). 

Mérlmèe (P.). La Contessa di Turgis 
(770). 

Mdrouvel(C-). Priva di nome! (440-41P 

— Febbre d'oro (494-96). 

— L’Inferno di Parigi (498-99). 

— L'amante dei ministro (625). 

— La signora marchesa (530). 

— La figlioccia lidia duchessa < 6391 . 

— La vedeva daiKOmilioni(643-4<>. 

— Teresa Vabgnat (682). 

— Un segreto terribile (686). 

Mèry (0.). Un delitto ignoralo (295). 
Meyer (C.). Giorgio Jenatsch (457). 
Moeller (0.). Oro e onore ( 60 ii. 
•Molière. Commedie scelte doo-7), 
Monnler (M.). Novelle Napoleia" 

(169). 

Montépin (S.). Il ventriloquo (104- 

— I delitti del giuoco ( 18 «>. 

— Sua Maestà il Denaro <204-6>. 

— 11 compare Lcroax (270i. 

— L’ultimo dei Conrtenay (277). 

— I fanti di cuori (303). 

— 11 segrelo del Titano (533). 

— L’avvelenatore (078). 

•Muloch (Miss). .John Halifax (65). 
Murray (G.). Storie di ieri (19). 
Neera. Una passione (779). 

Nlevo (I.). Le confessioni di un ot¬ 
tuagenario (550-51). 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 




Milano — Fratelli TREVES, Editori — Milano 


Nombela (J.). La carrozza del dia¬ 
volo (7). 

Nordau (M.). Battaglia di Parassiti 
(589-90). 

— Morganatico < 717-181 

Ohnet (G.). Il padrone delle ferriere 
(180). 

— La contessa Sara <1451. 

— Sergio Panine (ni). 

*— Lisa Flenron <2 id. 

— Debito d’odio <857>. 

*— Il diritto d<i figli <432). 

*— Vecchi rancori <tf.o>. 

— La signora vestite di grigio ( 182 ). 
*— L'indomani doli'ani ore (484). 

— Il curato di Faviéres (541). 

— Gaudenti (Gens de la Noce) (585). 
Olga (Principessa). La vita galante 

in Russia (307). 

Ouida. In Maremma (154-50). 

— Affreschi (214). 

Panzini (A.). Piccole storie del mon¬ 
do grande (087). 

Perceval (V.). 10,000 franchi di man¬ 
cia (30). 

— Le vivacità di Carmen (245). 

— Il nemico della Signora (301). 
PerodI (E.). Il principe della Marsi- 

liana (412). 

— Caino e Abele (077). 

Perez Galdós (B.). Donna Perfette 
(507). 

— Marianela; Trafalgar (72o>. 
Pirandello (L.). Il fu Mattia Pascal 

1776-77). 

♦Piacci (C.). Un furto (428). 

— Mondo mondano (520. 

Polko (E.). Lontani! (345). 

Pont-Jest (R. de). Le colpe di un 

Angelo (282). 

— L’eredilà di Satana (331). 

— Un nobile sacrificio (692). 

Pradel (G.). il compagno di catena 

(194-95). 

Praga (M.). La biondina (7351. 
Pratesi (M.). Le perfidie del caso (571) 
Prévost (M.). Manon Lescaut. (con 
prefazione di A. Dumas tìglio) (iti. 

Prévost (A.). Copp a felice (Oli). 

— Lettere di donne (020). 

— 11 giardino segreto (62U. 

— L’autunno di una donna (625). 

— Nuove lettere di donne (631). 

— Ultime lettere di donne (637). 


Richet (C.). Fra cent’anni (380). 
Richter (E.). Dopo la vittoria del 
socialismo (370). 

Rivington Pike. Il viaggiatore mi¬ 
sterioso (675). 

Roberts (M.). Il segreto della Mar¬ 
chesa (5401. 

♦Rod (E ). Il senso della vìla <3281. 

— La vite privata di Michele Teis- 
sier (483). 

— Lo zio d'America < 660 >. 

— 'laziali» Leilof (697). 

Roggero (E.). Le ombre del passato 

(603). 

Roosevelt (B.). La Regina del Rame 

(254-55). 

♦Rovella (G.). Tiranni minimi (246). 
*— 11 processo Molitegù (504). 

*— Novelle (532i. 

Russo (F.). Memorie di un ladro < 7301 . 

— Il destino del Re <74l>. 

Saclicr Masoch. Racconti galliziani 
(114). 

Samarow (G.). In ceroa di una sposa 

(683). 

♦Sand (G.). Consuelo (38-39). 

*— Ftamavanda ir, 01 . 

*— I due fratelli (51). 

— Mauprat (271 1 . 

♦Sandeau (G.). Giovanni di Tomme- 

ray ( 20 . 

*— M.lla della Seiglière ( 202 (. 
Sartorio (G. A.). Romce Carrus Na- 
valis (724). 

Savage (R II.). Alla conquista di 
una sposa (648). 

— Una sirena americana (699). 
Schubin 0;sip. Ali spezzate <oo8>. 

— Un cuore stanco (688). 

— Gloria Vietisi <704i. 
Scopoli-Biasi (I.). L’erede dei Vil- 

lamari <6C9i. 

Serra-Greci (A.). Aleìgisa ( 81 . 

— La fidanzala di Palermo (115). 

Sfinge. Dopo la vittoria <oso>. 

Sienkiewicz (E). Qao Vadis? (579). 

— Per il pane (ossi. 

— Invano (679). 

Stevenson (R. L.). Rapito <7is>. 

— La slrana avventura del dottor 
Jekyll (762). 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 




Milano — Fbatblli TREVES, Editori — Milano 


Sudermann (E.). La fata del dolore 
(382). 

— Il ponte del Gatto (414). 

— Fratelli e sorelle (570). 

— L’isola doU’Amicizia (813-14). 
Suttner (Baronessa de). Abbasso le 

armi ! (510-11). 

Texier e Le Senne. Memorie di Ce¬ 
nerentola (130). 

Theuriet (A ). Klena (238). 

— Un ondina; I dolori di Claudio 
Blouet (28D). 

— Amor d'Autunno (581). 

— Un sacrifizio d’amore (057). 
Tolstoi (A.). Ivan il Terribile (074). 
Tolstoi (L.). Anna Karenine 1228-29). 
«— Kutia (290). 

• La sonata a Kroutzcr (327). 

— Guerra e pace (338-4li. 

— Ultime novelle; Piaceri viziosi 

1415) 

— I Cosacchi (448). 

♦— Padrono o servitore (4S8i. 

— Che cosa è l’Arte? (624). 

— La vera vita (672). 

— Memorie (070). 

— Resurrezione (094-95). 
•Turghenlcff (I.). Racconti russi (172). 
*— Fumo (278). 

— Unanidiatadigentiluomini t5S0>. 

— Terre vergini (035). 

— Padri e figli (743>. 

•llchard (M.). Mio zio Barbassd (OD. 
Vaierà (Don J.). Le illusioni del dot¬ 
tor Faustino (085). 

"Vassallo (L. A.). Diana ricattatrice 
(273). 

*— La signora Cagliostro (48D. 

*— Guerra in tempo di bagni (642>. 
Verga <G). Tigre reale (108). 

— 11 marito di Elena (234). 

— I ricordi del capilano d'Arce (545). 

— Don Candeloro e C.' 1 (090). 

— Eros (723). 

— P»r le vie (725). 

Venie (G-). il giro del mondo in ot- 
ianta giorni (201). 

Vincent. Il cugino Lorenzo (298). 
Wachenhusen (G.). Per vii denaro 
(1)0). 

— L’inesorabile (550). 


Wagner. -Sotto la bandiera dei Boeri 
(578). 

Werner (E.). Un eroodella penna(99). 

— San Michele (276). 

*— Il flore della felicità (248). 

— Fiamme (390). 

— Reietto e redento (420). 

— Via aperta (445). 

— Vinata (408). 

— Catene infranto (474). 

*— Verso l’altare (501). 

— Buona fortuna ! (503). 

*— Fata Morgana (505-0). 

*— A caro prezzo (509). 

— Messaggieri di primavera (628), 

— La Fata delle Alpi (554). 

— Caccia grossa (045). 

— Runo ( 000 ). 

•Wood (Miss H.). Lady fsabel (30-31). 

— Nel labirinto (554). 

Yates (E.) La bandiera gialla (90). 

Zaccone (P.t. Bianchina (455). 

Zena (R.>. La bocca del lupo (370). 

Zola (E.). Lo scannatoio (l’Assom- 
moir) (05-flC). 

— Una pagina d’amore (81). 

— Il venire di Parigi (87). 

— Nantas (88). 

— Il fallo dell’abate Mouret. <89). 

— La conquista di Plassans <90). 

— Teresa Raquin (94). 

— La fortuna dei Rougon (90) 

*— Racconti a Ninetta (98). 

— S. E Eugenio Rougon (104>. 

— La cuccagna (la Curde) nor». 

— Nuove storielle a Ninetta ui8>. 

— Quel che bolle in pentola (Pot- 
bouille) (123-24). 

— Il voto d una morta (304). 

— li Denaro (333-34). 

— La Torra (302-03). 

— La Guerra (la Débàcle) (388-09). 

— Germinai <386-87). 

— Vita d’artista (l’GSuvre) (424). 

— 11 dottor Pascal (480-31). 

— Il Sogno (433). 

— Maddalena Ferrat (531). 

— Zola, le sue lettere e il suo pro¬ 
cesso per l’Affare Dreyfus (534-35). 

Zùccoli (L.). Ufficiali, aott’ufflclali, 
caporali e soldati.... (778). 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori. Milano. 






MILANO — FRATELLI TREVES, EDITORI — MILANO 

ULTIMI VOLUMI PUBBLICATI 

DELLA 

Biblioteca Amena 


a una Lira il volume 


762. Stevenson (r. l.'>, . 

763. Droz (Gustavo). . . 

764. Barrii!. 

766. Korolenko (w.) . . 

766. Barrili. 

767. Baroja (Pio). . . . 

768. Barrili. .*.... 

769. Goncourt (Ed. ae). . 

770. Mérimée (Prospero/. 

771. Balzac (Onorato) . . 

772. Barrili. 

773. Goethe (Woifango) . 

774. De Marchi (Emilio). 
776. Gerstàcker (F-). . . 
776-77. Pirandello (l.) . 

778. ZÙCCOli (Luciano). . 

779. Neera. 


La strana avventura del dot¬ 
tor Jekyll. 

Marito, moglie e bebé. 

Il prato maledetto. 

Il sogno di Makar. 

La bella Graziana. 

La scuola dei furbi. 

Un giudizio di Dio. 

Suor Filomena. 

La contessa di Turgis. 
Splendori e miserie delle cor¬ 
tigiane. 

La spada di fuoco. 

Le affinità elettive. 

Redivivo. 

Casa d’angolo. 

Il fu Mattia Pascal. 

Ufficiali, sottufficiali, capo¬ 
rali e soldati.... 

Una passione. 



DI PROSSIMA pubblicazione: 

La sorte. De Roberto. 

Il Conte Rosso. Barrili. 

Adolescenti -Il Giornale d’una signorina Materi. 

L’ultima incarnazione di Vautrin . . . Balzac. 

11 club del suicidio. Siefenson. 


Dirigere commissioni e vaglia ai Fratelli Treves, editori, Milano. 















Versione PDF a cura di: 

Guido Mura, guido.mura@beniculturali.it 


Home page : » Progetto Di.Re. : » Neera: Una passione (pdf)